Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Washington Square” (Henry James)

james

“Quando Catherine lo aveva preso in parola consentendo a rinunciare al tentativo di ammorbidire suo padre, Morris aveva fatto un passo indietro, come ho detto, e aveva lasciato aperto il problema di fissare il giorno del matrimonio. Fiduciosa com’era nella sua sincerità, non la sfiorava il sospetto che si prendesse gioco di lei; in quel momento le sue preoccupazioni erano di altro tipo. La poverina aveva un ammirevole senso dell’onore e, dal momento che era arrivata a trasgredire i desideri di suo padre, le sembrava di non aver più diritto alla sua protezione. La coscienza le diceva che era suo dovere vivere sotto il tetto paterno soltanto fino a quando si fosse conformata alla sua saggezza. C’era in quella posizione un grande splendore, ma la povera Catherine sentiva di avere perduto ogni diritto. Aveva tentato la sorte con un giovane contro il quale suo padre l’aveva messa solennemente in guardia e aveva infranto il contratto che le assicurava una vita domestica felice. Poiché non poteva rinunciare al giovane, doveva lasciare il focolare e, prima l’oggetto della sua predilezione gliene avesse fornito un altro, prima la sua situazione avrebbe perso quella piega bizzarra. Era un ragionamento serrato, ma frammisto a un’infinita contrizione meramente istintiva”.

(Henry James, “Washington Square”, ed. Oscar classici Mondadori)

Henry James, stando a quanto ho letto nella prefazione, non aveva una grande opinione di “Washington Square”, romanzo pubblicato nel 1881 e ambientato nella New York della prima metà dell’Ottocento. Per conto mio, devo dargli solo parzialmente ragione, perché se è vero che questo libro mi ha convinto meno rispetto ad altri, è anche vero che leggerlo non mi ha stancato e mi ha dato conferma della bravura di James, scrittore a cavallo tra due mondi, Europa e America, e anticipatore, con il suo “realismo psicologico”, di alcune tendenze della letteratura novecentesca, specie per ciò che riguarda l’analisi introspettiva dei personaggi.

L’abilità di uno scrittore sta anche nel riuscire a rendere accattivante una trama che è, nei fatti, inconsistente. La vicenda narrata in “Washington Square” si può riassumere, infatti, in poche parole. Una giovane ragazza appartenente a una famiglia benestante, Catherine, figlia dello stimato dottor Sloper, conosce Morris Townsend, spigliato, intraprendente e disoccupato giovanotto; il padre della ragazza non ha piacere e comincia la più classica delle saghe familiari. Messa così, almeno per me, potrebbe essere una noia mortale, e invece l’abilità di James sta proprio nel rendere leggibile anche una storia comune e priva di colpi di scena memorabili. A parte qualche passaggio a vuoto, che pure c’è e che impedisce allo stesso di elevarsi, ai miei occhi, alle altezze di altri romanzi di James, il romanzo convince perché James è maestro nel mostrarci le sottili battaglie psicologiche dei protagonisti, le prese di posizione fittizie, le tattiche, comprese quella di Mrs. Penniman, zitellona, sorella del dottore e zia di Catherine, che s’interessa al matrimonio possibile quasi più dei due ragazzi, spinta com’è dalla sua sete di romanticismo estremo. Catherine è il personaggio al centro della vicenda, all’inizio sembra essere solo una banale e remissiva ragazza, succube della finta libertà che le concede il padre e del fascino intrigante di Morris; alla lunga, però, si rivelerà fatta di altra pasta. C’è poco di consolatorio nella vicenda d’amore tra Catherine e Morris, mentre invece abbonda il cinismo, l’egoismo e il disprezzo reciproco, anche tra familiari.

In ultima sintesi, non consiglio questo romanzo a chi non avesse mai letto nulla di James, o meglio, lo consiglio con l’avvertenza che non si tratta di una delle sue vette, almeno a mio parere, sebbene sia un libro leggibile, ben scritto e attraversato da un’ironia-comicità che rende appetibile anche una banale storia d’amore o disamore che dir si voglia.

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Un pensiero su ““Washington Square” (Henry James)

  1. Se ti va passa da me, c’è un premio per te. Isabella

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