Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita” (Franz Kafka)

kafka

“Di recente, e per la prima volta – come in quell’occasione dovetti confessarmi con sorpresa -, ho sfiorato l’argomento parlando con un buon amico, solo incidentalmente e con leggerezza, con due parole, tenendo anzi l’importanza dell’insieme ancora un poco sotto la verità, sebbene essa sia in fondo modesta per me se considerata in relazione con l’esterno. Strano che l’amico non ci sia passato sopra, anzi ne abbia accentuato di suo l’importanza, non si sia lasciato sviare e vi abbia insistito. Ancora più strano, a dire il vero, che egli abbia tuttavia sottovalutato la questione in un punto decisivo, consigliandomi seriamente di fare un breve viaggio. Nessun consiglio sarebbe potuto essere più irragionevole; le cose sono infatti semplici, chiunque può comprenderle se solo le guarda più da vicino, ma non sono semplici al punto che tutto, o almeno l’essenziale, tornerebbe al suo posto se io me ne andassi. Al contrario, debbo piuttosto guardarmi dal partire; se mai debbo seguire un piano, è in ogni caso quello di mantenere la questione nei suoi attuali confini, confini angusti che ancora non includono il mondo circostante, quindi di restare dove sono e non permettere che subentrino grandi, vistosi cambiamenti causati da quella vicenda; fra questi provvedimenti rientra anche il non farne parola con nessuno, ma non perché si tratti di un pericoloso segreto, bensì perché è una piccola questione puramente personale, di conseguenza facile da sopportare, e perché tale essa deve rimanere. A questo proposito le osservazioni del mio amico non sono state prive di utilità, perché, pur non insegnandomi nulla di nuovo, mi hanno rafforzato nella mia opinione di fondo.

Come pure, a meglio pensarci, risulta che i cambiamenti che i fatti sembrano aver subito nel corso del tempo non sono un modificarsi dei fatti stessi, bensì solo l’evolversi dell’idea che me ne son fatta, nella proporzione in cui questa idea diventa da un lato più tranquilla e virile, si avvicina di più al nucleo, d’altro lato però assume un certo nervosismo sotto l’ineliminabile effetto delle continue scosse, per quanto lievi esse siano”.

(Franz Kafka, “Una donnina”, facente parte della raccolta “Un digiunatore”, nel volume “La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita”, ed. Universale Economica Feltrinelli)

Domenica pomeriggio mi sono accorto di essere rimasto a corto di libri da leggere e mi sono rifugiato, quindi, su una rilettura che ritenevo sicura, cioè su Kafka, autore che da sempre è tra i miei preferiti e le cui opere avevo già affrontato più volte nel corso della mia “carriera” da lettore. Ho preso l’edizione Feltrinelli, la raccolta “La metamorfosi (e tutti i racconti pubblicati in vita)”, con l’intenzione di riaffrontare “La metamorfosi”, ma finendo per rileggere l’intero volume, nel quale, come evidenziato dal titolo, sono raccolti tutti gli scritti che furono pubblicati quando Kafka era ancora vivo. Restano fuori, dunque, capolavori assoluti come “Il processo”, “Il castello” e tanti altri scritti che, grazie alla meritoria opera dell’amico Max Brod, furono pubblicati solo dopo la morte dell’autore praghese. Su Kafka, così come su altri autori che ammiro in modo particolare e che sento vicini a me per diversi motivi, non mi è facile scrivere, perché mi sembra di bestemmiare o perché sento che vorrei aggiungere sempre qualcosa, senza averne la capacità. Anche il silenzio, però, mi sembra una scelta sbagliata, perché la sola idea di poter incuriosire qualcuno su Kafka mi spinge a non tacere del tutto.

Il volume si apre con i brevissimi racconti che compongono “Contemplazione”, la prima raccolta, pubblicata, su iniziativa di Brod e con Kafka molto perplesso sulla validità artistica dei suoi scritti, a suo parere troppo distanti nel tempo l’uno dall’altro. I racconti sono davvero brevi, ma già è possibile scorgere quell’amara (auto)ironia che mi ha sempre fatto ammirare Kafka. “L’imbroglione smascherato”, “La passeggiata improvvisa”, “Il rifiuto”, “L’infelicità dello scapolo” e “Decisioni” sono piccole perle, un condensato di ciò che dopo Kafka produrrà.

La svolta, però, per Kafka stesso, che pure resterà sempre terribilmente critico verso sé stesso, è rappresentata da “Il verdetto”, racconto che Kafka scrisse in una notte di furente immersione nella scrittura e che fu il primo del quale l’autore restò soddisfatto, tanto da ritenere inconcludente il contemporaneo tentativo romanzesco costituito da “Il disperso”. Kafka dedicò questo racconto a Felice Bauer, prima fra le sue poche e travagliate esperienze sentimentali. Il racconto è di una decina di pagine, ed è una mirabile descrizione del rapporto ambiguo tra un padre e un figlio, il cui unico legame è una persona residente all’estero, comune conoscenza.

Il riferimento a “Il disperso” c’introduce al terzo racconto, cioè “Il fuochista”, nient’altro (si fa per dire) che il primo capitolo di quel romanzo che sarà pubblicato solo nel 1927, postumo e incompleto, con il nome di “America”. La vicenda del giovane Karl, emigrato per forza negli Stati Uniti d’America, e alle prese con un fuochista e le sue lamentale circa il trattamento ricevuto su una nave, si regge in piedi anche come storia a sé, prescindendo dal romanzo di cui doveva fare parte, e anzi Kafka giunse a dire che quel capitolo era il solo che potesse salvarsi dall’inevitabile epurazione che sarebbe toccata a tutto il resto. Anche questo scritto, dunque, fu pubblicato mentre l’autore era ancora in vita e perciò figura nella raccolta che ho letto.

“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto”. L’incipit di “La metamorfosi” basterebbe di per sé a sviluppare un discorso più generale su Kafka, sulla sua condizione e su ciò che egli espresse attraverso le sue storie, le sue metafore, i suoi assurdi labirinti. Questo racconto, che ho riletto per l’ennesima volta e che è stato il motivo principiale per cui ho preso in mano l’intero libro, fu scritto nel 1912, ma pubblicato solo tre anni dopo. Gregor Samsa – Kafka, quindi, è diventato un insetto, apparentemente dalla sera alla mattina. Lo ritroviamo già steso nel letto. Sappiamo che non è così, che non si diventa insetti da un giorno all’altro, né per propria esclusiva colpa o merito. Anche diventare insetti e abietti richiede tempo, fatica e la collaborazione altrui. Bisogna essere stati immersi a lungo nel sottosuolo per una tale metamorfosi. Kafka è l’insetto, ma non direttamente. Il suo punto d’osservazione non è privilegiato, egli scruta Gregor, e sé stesso, dal buco della serratura. Gli insetti non scrivono romanzi, è noto, eppure Gregor è anche Kafka. Il grottesco della vicenda e l’effetto di straniamento, tuttavia, non ci allontanano dal cuore del problema, il medesimo che abbiamo conosciuto nel sottosuolo “dostoevskiano” qualche decennio prima: la consapevolezza della propria condizione (a tal proposito, mi cito e rimando i più masochisti a uno dei primi articoli di questo blog, nel quale cercavo un parallelismo tra Dostoevskij, Kafka e Camus). Gregor Samsa sa di essere diventato insetto, eppure la sua unica preoccupazione è di dover arrivare puntuale al lavoro. La sua è una terrificante etica della lucidità, un consapevole stupore, un crescendo di nitida e terribile scoperta della realtà, che lo porterà alla morte, liberatoria per coloro che, di fatto, lo tenevano prigioniero.

La raccolta prosegue con “Nella colonia penale”, con la tremenda descrizione della macchina infernale che scrive sul corpo del condannato, e con i racconti che furono pubblicati assieme in “Un medico condotto”, tra i quali c’è anche “Davanti alla legge”, che rimanda al romanzo “Il processo” e che fu ripreso da Orson Wells. La particolarità di questa serie di racconti è che furono scritti, per la maggior parte, nel periodo tra la fine del 1916 e l’inizio del 1917, quando Kafka andò a vivere da solo in una casa messagli a disposizione dalla sorella Ottla; un periodo di profonda solitudine, più di quella che già viveva, ma anche prolifico.

Completano il libro i quattro racconti di “Il digiunatore” e sei che furono pubblicati singolarmente su diverse riviste. Nella parte finale del libro, inoltre, ci sono note che spiegano la genesi dei singoli racconti, le vicissitudini per la loro pubblicazione e in generale forniscono notizie su Kafka e la sua esistenza al momento della stesura degli stessi.

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7 pensieri su ““La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita” (Franz Kafka)

  1. Altro che masochismo, è stato un vero piacere leggere la tua vecchia analisi su Kafka, Camus e Dostoevskij. Un parallelismo veramente interessante.
    Pensa che La metamorfosi di Kafka fu tra le prime letture da ragazzina, complice la ricca biblioteca del mio papà. Mi impressionò così tanto che ancora oggi mi rivedo nella mente quelle inquietanti immagini…

    • Grazie anche “qui”. Camus, per me, è stata una scoperta più recente (anche se ormai è datata alcuni anni), mentre Kafka e Dostoevskij sono da “sempre” miei riferimenti letterari.
      Grazie ancora. 🙂

      • Anch’io di Camus ho letto finora pochissimo, ho iniziato la trilogia dell’assurdo con Lo straniero e intendo al più presto completarla… 😉

  2. Pingback: “Il castello” (Franz Kafka) | Tra sottosuolo e sole

  3. The Butcher in ha detto:

    Dopo aver letto La metamorfosi di Kafka e gli altri racconti da lui scritti, devo assolutamente leggere Il castello e Il processo. Il tuo post mi è molto piaciuto e ci hai spiegato bene diversi argomenti presenti in questi racconti.

    • “Il processo” e “Il castello” sono capolavori, almeno a mio parere, quindi appoggio la tua decisione. Ti consiglio di leggere prima “Il processo”. Scriveva Albert Camus, in un saggio dedicato a Kafka: “Il processo diagnostica e Il castello immagina una cura”.
      Grazie per i complimenti. 🙂

      • The Butcher in ha detto:

        Di nulla =)
        Comunque questo era un consiglio che avevo già sentito dire. Appena finisco Svevo mi metterò a leggere Il processo. Grazie ancora del consiglio!

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