Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Primo amore, ultimi riti” (Ian McEwan)

mcewan“Non voglio essere libero. Ecco perché invidio i neonati che vedo per la strada tutti avviluppati e in braccio alla mamma. Vorrei essere uno di loro. Perché non potrei esserlo io? Perché devo camminare, andare a lavorare, prepararmi da mangiare e fare quelle centinaia di cose che bisogna fare ogni giorno per restare in vita? Voglio salire in carrozzina. È cretino, sono alto uno e ottanta. Ma questo non cambia quello che sento. L’altro giorno ho rubato una coperta da una carrozzina. Non so perché, forse cercavo un contatto col loro mondo, per non sentirmi completamente estraneo. Mi sento escluso. Non ho bisogno del sesso, di quelle cose lì. Se vedo una ragazza carina come quella di cui ti ho parlato mi sento tutto rimescolare dentro, poi torno qui e me lo sbatto, come t’ho raccontato. Non ce ne devono essere molti come me. Quella coperta che ho rubato la tengo nell’armadio. Lo voglio riempire di dozzine di cose così.
Ormai non esco più molto. È due settimane che sono uscito da questa soffitta l’ultima volta. Così ho comprato qualche barattolo di cibo anche se non ho mai molta fame. Per lo più sto seduto nell’armadio pensando ai vecchi tempi a Staines, rimpiangendoli. Quando di notte piove le gocce battono sul tetto e io mi sveglio. Penso alla ragazza che adesso vive nella nostra casa, sento il vento e il traffico. Vorrei avere di nuovo un anno. Ma non succederà. Mi sa proprio di no”.

(Ian McEwan, “Primo amore, ultimi riti”, ed. Einaudi)

Finora di Ian McEwan avevo letto, peraltro di recente, solo “Espiazione”, edito nel 2001. “Primo amore, ultimi riti” costituisce un salto indietro nel tempo, essendo questa raccolta di racconti la prima pubblicazione dell’autore, datata 1975. Tralasciando improponibili confronti tra il romanzo e i racconti, devo dire che, a parte un paio che mi sono parsi più deboli, anche questi ultimi hanno confermato le buone impressioni su McEwan. Nel retro-copertina del volume è riportata una dichiarazione dell’autore, che, parlando di sé stesso, all’epoca dell’uscita dei racconti, affermava: “Pur non essendo particolarmente ossessionato, ho, come scrittore, un certo numero di ossessioni, che altri autori possono permettersi di chiamare temi”. Il curatore del libro scrive che, in seguito, quelle ossessioni sono diventati temi nei romanzi e che è un piacere ritrovare quei temi e quelle inquietudini già in questi racconti giovanili. Io, che non ho letto altro a parte “Espiazione”, mi limito qui a dire che i racconti sono avvincenti, scritti bene, alternano la tragedia alla commedia e non mi hanno mai annoiato.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta narra la vicenda passionale di due diciottenni, accompagnati, nelle loro gesta sessuali, dall’inquietante rumore di un topo di appartamento; il sesso è una delle ossessioni più presenti nei racconti, e lo è anche nelle sue manifestazioni più turbanti, scomode per il lettore, costretto a fare i conti con le proprie pulsioni più inconfessabili. A parto qualche passaggio più forzato, forse dovuto all’età giovanile in cui furono composti, la materia è comunque trattata con un certo distacco ironico, quasi che ipotizzare il peggio possa essere un modo per esorcizzarlo. Non mancano momenti esilaranti, per esempio la storia di un bisnonno che conservava, come reliquia, il pene di un combattente all’interno di una scatoletta. L’amore di cui ci parla McEwan in questi racconti non è certo idilliaco, anzi, non mancano riferimenti a situazioni morbose e al limite, se non oltre, la comune morale (concetto sul quale è meglio non aprire parentesi). Temi a parte, resta la capacità narrativa di McEwan, del quale certamente leggerò altre opere in futuro, considerando l’ottima impressione che mi hanno lasciato sia “Espiazione” che questa raccolta.

“Per tutta la strada di casa pensai alla figa. La vedevo nel sorriso della bigliettaia dell’autobus, la sentivo nel fragore del traffico, la annusavo nelle esalazioni provenienti dalla fabbrica di lucido da scarpe, la supponevo sotto le gonne delle casalinghe che passavano, me la sentivo sulla punta delle dita, la respiravo nell’aria, la disegnavo nella mente e a cena – Vol.au-vent con ripieno di manzo – divorai, come in un rito incomunicabile, genitali di pastella e salsiccia. E con tutto questo, ancora non sapevo bene cosa fosse una figa.”

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5 pensieri su ““Primo amore, ultimi riti” (Ian McEwan)

  1. ilarianb in ha detto:

    Ciao caro, come va? Niente, è venuto fuori che i premi blog non sono poi così male. E io che, senza nessun merito, ne ho ricevuto uno, ho ben pensato di girarlo a te. Se hai voglia di partecipare, guarda qui come si fa: http://ufficiodicoccolamento.wordpress.com/2014/04/01/liebster-award-che/
    Buona giornata!

    • Ti ringrazio per il premio. In quanto al proseguimento della “catena” non ci giurerei, sono piuttosto pigro al riguardo. Ancora grazie, comunque. 🙂

      • ilarianb in ha detto:

        Non c’è di che e nessun impegno, sul serio. Mi faceva piacere condividere, per una volta 🙂

  2. Pingback: “Bambini nel tempo” (Ian McEwan) | Tra sottosuolo e sole

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