Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Troppa felicità” (Alice Munro)

Troppa felicità

“Le avevano consegnato il premio Bordin, in un trionfo di baciamano e discorsi e mazzi di fiori, in sale eleganti e luminosissime. In compenso, quando si trattò di affidarle un incarico, le chiusero le porte in faccia. Non l’avrebbero considerato molto diverso che offrire un impiego a uno scimpanzé ammaestrato. Le mogli dei grandi scienziati preferivano non conoscerla e non invitarla a casa.

Erano le mogli a far da vedetta in cima alla barricata; loro, lo spietato esercito invisibile. I mariti si stringevano mesti nelle spalle dinanzi a quei veti, ma poi li rispettavano doverosamente. Uomini i cui cervelli facevano saltare in aria vecchie nozioni si dimostravano tuttora succubi di donne dalle teste ingombre di nient’altro che indispensabili bustini mozzafiato, biglietti da visita e discorsi che soffocavano la gola dell’interlocutore con una specie di fumo profumato”.

(Alice Munro, “Troppa felicità”, ed. Einaudi)

“Troppa felicità” è una raccolta di racconti di Alice Munro, scrittrice canadese “Premio Nobel per la Letteratura 2013”. Finora non avevo mai letto nulla della Munro e avevo intenzione di cominciare con “Nemico, amico, amante”, altra raccolta che mi era stata consigliata. L’appuntamento con l’altro libro è solo rinviato, perché “Troppa felicità”, che prende il titolo da uno dei racconti contenuti del volume, mi ha fatto scoprire l’abilità della Munro nel costruire storie, quasi tutte ambientate nella provincia canadese.

Un’eccezione a quanto appena scritto è proprio il racconto che dà il titolo alla raccolta, l’ultimo e uno dei più riusciti. La Munro, come spiega in una breve nota, restò affascinata dalla casuale scoperta di Sof’ja Kovalevskaja, matematica e fisica dell’Ottocento, nota per essere stata una delle prime donne (o forse la prima in assoluto) a ottenere una cattedra come docente universitario, ma che colpì la Munro per la poliedricità della sua figura. Il racconto che la scrittrice canadese dedica alla Kovalevskaja è ambientato negli ultimi giorni della vita della donna, ma ne evidenzia, sia pure negli stretti limiti di un racconto, dunque senza ambizioni biografiche, i diversi aspetti, quello della studiosa impegnata a scrivere articoli scientifici, e quello della donna che cerca la propria felicità, che può essere anche troppa in certi casi, nell’amore.

Gli altri racconti sono quasi tutti di ottimo livello e ci presentano personaggi molto eterogenei tra loro, alle prese con amori, bugie, omicidi, suicidi, rapporti con figli o genitori malati, insomma persone colte nella loro quotidianità più o meno effervescente e travagliata. La scrittura della Munro è piana, avvolge il lettore quasi senza che ce se ne accorga, non facendo sfoggio di articolate descrizioni o lunghe analisi psicologiche. La Munro preferisce, o almeno così l’ho percepita in questi racconti, narrarci i fatti, intessendoli però, quando meno ce l’aspettiamo, di considerazioni fulminanti o, per meglio dire, illuminanti. Non tutti i racconti mi hanno entusiasmato, ma nessuno mi ha annoiato, e questo è già di per sé indice della sua abilità come narratrice.

I protagonisti, dunque, sono per la gran parte appartenenti alla provincia canadese. Per esempio c’è la giovane cameriera che lotta per recuperare un’impossibile serenità dopo che il marito le ha ucciso tre figli; c’è Joyce, donna matura che scopre di essere stata ritratta in un libro e riflette sul rapporto tra esistenza e letteratura; c’è il figlio che si ribella alla carriera prescritta dal padre e diventa un mendicante; c’è un lungo e toccante racconto su un uomo in fin di vita e sulla sottile rivalità che s’instaura tra sua moglie e la donna che lo assiste come badante; c’è la crudeltà che possono manifestare i bambini nei confronti di chi ritengono diverso da loro; c’è tanto altro.

Se avete voglia di affrontare la dimensione del racconto, così come sta capitando a me negli ultimi mesi, vi consiglio di provare con Alice Munro. Per conto mio, dopo aver riportato questo testo in biblioteca, sono andato subito a comprarmi “Nemico, amico, amante”.  

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12 pensieri su ““Troppa felicità” (Alice Munro)

  1. grazie per il tuo contributo, anche per me è nella lista… 🙂

  2. l’ho vista in libreria ma non mi ero mai documentata..
    ora mi sa che mi tocca! 🙂
    grazie Anto..

  3. Ancora una volta, grazie per i consigli di lettura

  4. Antonio non me ne volere, ma oggi ti ho nominato per l’Award. Beh, è un’occasione per rinnovarti la mia stima. E poi l’ho fatto con scoppiettante disimpegno e sincera ammirazione…

  5. ho finito di leggere poco tempo fa troppa felicità.
    che ho trovato densissimo, anche faticoso, talvolta;
    in un modo non brutto, una fatica fatta di concentrazione e assoluta dedizione a ogni personaggio. a ogni passaggio emozionale.

    credo che i racconti della munro siano piccole storie umane, complesse e piene.
    non potrebbe scrivere in altra forma se non in quella di racconto.
    secondo me, almeno.

  6. Pingback: “Danza delle ombre felici” (Alice Munro) | Tra sottosuolo e sole

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