Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La brace dei Biassoli” (Mario Tobino)

biassoli

“Mia madre mi accennò qualche volta al tempo che era fidanzata e a quella panca. Io, nel silenzio che per attimi seguiva, con un leggero rossore, con una turbata commozione, immaginavo mia madre fanciulla, la raffiguravo come in una fotografia che c’era in casa, il cappello bianco col sottogola a rinserrare i prorompenti capelli, l’ovale del viso, gli occhi incantati e malinconici, il resto della figura rinserrata di corpetti e merlettate sottane lunghe oltre la caviglia. E intanto immaginavo le zie, lontane, in ombra; più lontano il geloso signor Ippolito; immaginavo le contadine, serve di case e affettuose come parenti; e tutti questi volti intenti, sparsi negli angoli degli altri giardini, nelle prossime stanze di casa, apparentemente occupati a un altro lavoro, in verità a pensare a due fidanzati che, seduti sulla panca, protetti dal loro intreccio di rose, si confidavano il futuro.

Benché il tempo tutto rovini e cancelli, nella mia fantasia è stampata questa visione: le Due torri di Castruccio, benevole guerriere, la panca corrosa di storie lichenose, mio padre e mia madre fidanzati, le rose che dal loro semicerchio si gettano in avanti come a ferocemente proteggere qualcosa”.

(Mario Tobino, “La brace dei Biassoli”)

L’altro libro di Mario Tobino che ho letto di recente, “Per le antiche scale”, traeva spunto dalla sua esperienza di medico all’interno dei manicomi; “La brace dei Biassoli”, anch’esso avente forte carattere autobiografico, narra le vicende della famiglia materna dell’autore, e in particolare, come segnalato dal sottotitolo, del “dramma di una famiglia destinata a scomparire”. Tobino è molto abile nel dominare la malinconia, sentimento prevalente nell’intero romanzo, evitando di cadere nella retorica o nel patetico, e lo fa arricchendo il suo schietto racconto della realtà con tocchi e di lirismo e, quando possibile, d’ironia. La storia è ambientata a Vezzano Ligure, paese di origine della madre, nella quale lei vive da giovane, per poi spostarsi a Viareggio, città natale dell’autore, e dove infine torna, nel settembre 1947, per morire.

La signora Maria, così come talvolta è chiamata dall’autore, specie quando vuole descrivere come i Biassoli erano percepiti dai concittadini, è il perno attorno al quale ruotano gli altri personaggi della storia, quasi tutti facenti parte della famiglia. Lei è rimasta l’ultima discendente, dopo la morte delle sorelle e dell’unico maschio, Alfeo, morto giovane a ventisette anni e dunque impossibilitato. L’incontro con la madre malata, per Tobino, è l’occasione per farsi raccontare meglio le vicende che egli aveva visto con l’occhio del bambino, e le figure che si presentano alla donna sono tratteggiate dallo scrittore con pietà, leggerezza ma anche spirito critico. Il romanzo è suddiviso in tre macrocapitoli, all’interno dei quali, però, ci sono tanti piccoli quadri, che potrebbero essere letti autonomamente, per come sono completi, ma che s’incastrano l’uno nell’altro a comporre un ritratto ancora più ampio, quello dell’intera famiglia Biassoli.

Il primo capitolo riguarda “alcune memorie sulla signora Maria, i Biassoli e Vezzano Ligure”. I Biassoli, per i compaesani che hanno già visto morire giovani, sono destinati a scomparire, e la signora Maria, che dopo sposata andrà a vivere a Viareggio, incarna questo destino, essendo rimasta l’ultima rappresentante. In questa prima parte, però, siamo trasportati indietro nel tempo, e Tobino ci presenta la zia Anna, incattivita, che vive solo di ricordi, la zia Virginia, zitella mansueta che osserva Virginio, suo antico e respinto spasimante, che passa ancora sotto casa sua dopo tanti anni, e ripensa a ciò che poteva essere e non è stato, poi il giovane Oscare, scapestrato e donnaiolo; non solo i Biassoli, però, sono evocati, ci sono anche Gioà, leggendario contadino, la Francé, che sferruzza tutti i giorni in piazza osservando le esistenze altrui, o ancora un’altra madre che cerca di proteggere il figlio che sta scappando dalle prime persecuzioni fasciste. A parte la signora Maria, madre dell’autore, un personaggio cardine è Alfeo, l’unico maschio dei Biassoli, colui sul quale erano riposte le speranze di riscatto della famiglia, studente in legge destinato a evadere dalla provincia e che, invece morirà giovane, lasciando come ricordo una storia di cambiali che turbò il matrimonio della signora Maria.

La seconda parte vede la madre morente e l’autore al suo capezzale. Medico, ne constata subito le condizioni precarie, ma poi s’illude che possa esserci una ripresa. Anche qui, la donna rievoca avvenimenti del passato, per esempio la morte del marito, il tono generale è certamente dolente, a tratti struggente, ma mai ho avvertito fastidio nella lettura, perché Tobino non abuse delle parole e tratta l’argomento con profondità e levità. L’ultima parte del romanzo è dedicata nuovamente ad Alfeo, lo zio dell’autore, che va a trovarlo al cimitero in occasione della sepoltura della signora Maria.

Non sono un grande amante dei romanzi autobiografici, salvo le dovute eccezioni, ma questo mi è piaciuto molto, perché, attraverso le figure rievocate, l’autore ci offre lo spunto per riflettere su questioni ineludibili, come la morte, e lo fa con una commistione di malinconia e ironia che rende gradevole la lettura.

“La signora Maria, nel disperato affanno, in quella punizione, nella maledizione dei Biassoli, l’ultima che ridoveva dar pensiero al lunghissimo sangue, continuò, ugual a chi è inseguito per la costa dirupata di una montagna. Scoprivo che aveva la forza di nascondermi le immagini più segrete, gli attimi con il marito più liberi e profondi, e io, in attesa, facendo, suo figlio, finzione d’esser nel sonno, una notte, ancora lei come di giorno a imprimere di sudario i bianchi panni, lei seduta, librata sul letto, in quell’ultima camera dei Biassoli, udii, dopo aver visto il profilo di mia madre che stava sorridendo e rivivendo e dolcemente perdonando e comprendendo se stessa e il marito e la loro gioventù, udii, dopo un altro silenzio, udii acuta, come fosse presente, lì davanti, lacerante, voce che avverte e impetra, grondante di dedizione, di tutta una vita passata insieme, nella ferra prigione della virtù: – Candido! – essa disse, che era il nome di mio padre.

Io ancora più tenni gli occhi chiusi, figlio di mio padre e di mia madre, e questa dichiarazione d’amore, mio padre morto da molti anni, mia madre con i capelli bianchi, io già con le rughe, mi faceva sorridere di una allegria e avevo chiaro il pensiero che finché il cuore batte l’amore è uguale alla primavera”.

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6 pensieri su ““La brace dei Biassoli” (Mario Tobino)

  1. metto in wishlist.
    Di Tobino lessi anni fa Il perduto amore e ricordo che mi piacque molto.
    Bello ritrovarlo dopo anni nel tuo blog.
    Buona giornata!

  2. …mi ricordo di aver letto la sezione dedicata a questo libro nell’antologia di cui ti ho scritto a suo tempo. Ero in treno. Mi commossi profondamente (tradotto: ho pianto come una fontana) e mi resi conto di quanto Tobino sia stato capace di grande empatia – e di quanto sia in grado di esprimerla, cosa ancora più difficile. Questo libro è prezioso – sono felice che ti sia piaciuto 🙂

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