Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Soffrire non serve a niente” (?)

“Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”

(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”)

Non posso sapere, nello specifico, a quale sofferenza alludesse Pavese quando scrisse questa frase nel suo devastante “Il mestiere di vivere” e, anche se sento di essere d’accordo con lui, potrei oppormi, parzialmente, a questa sua affermazione, o almeno svilupparla, sottilizzando su cos’è una sofferenza e quali possono servirci nel nostro processo evolutivo o nel migliorare la nostra percezione del mondo e il nostro rapporto con gli altri esseri che ci circondano. Il mio, però, sarebbe un esercizio titanico e vano, perché ciascuno può capire da sé se e quali sofferenze possono servire.

Ho pensato a questa frase osservando un gatto che sta soffrendo. Si tratta di un felino che, qualche mese fa, apparve sotto casa, randagio e guardingo. Pur essendosi ambientato nel quartiere e avendo familiarizzato con altri miei gatti, questo micio non si faceva avvicinare e nei suoi occhi vedevo la paura. Pochi giorni fa mia madre è riuscita ad avvicinarlo e prenderlo, con strana facilità. Lo abbiamo portato nel nostro giardino, per sottrarlo al rischio di pestaggi e avvelenamenti vari ad opera di umani (memori di esperienze passate). Il giorno dopo, però, ci siamo accorti che zoppicava vistosamente. Ci è parso che il problema fosse la zampa posteriore. Forse da malpensante, ma neanche tanto, visti i precedenti avvelenamenti che c’erano stati, ho pensato che qualcuno potesse averlo colpito con un calcio o una scopa. Abbiamo messo il gatto in una cesta, cercando di non farlo muovere, nonostante lui cercasse di trascinare la zampa e spostarsi. A farla breve, il giorno dopo ci siamo accorti che il lieve tremolio alla testa che già era presente, e che noi attribuivamo al freddo o al dolore, era aumentato, e che la sua deambulazione era peggiorata. Ho chiamato il veterinario perché potesse alleviargli il dolore e magari immobilizzargli la zampa.

Appena gli ho descritto i sintomi e dopo averlo preso, mi ha detto subito che non era un problema da trauma, bensì qualcosa di peggio. In pratica, un problema neurologico, una malattia degenerativa che attacca progressivamente il corpo, prima le gambe posteriori e poi il resto. I tremolii sono dovuti proprio a ciò. In effetti, in due giorni il peggioramento è stato vistoso e feroce. Il gatto tende sempre più a stare sul posto, anche se cerca di muoversi, con sforzi immani e commoventi. I suoi lamenti sono strazianti e, considerato che, salvo eventi improbabili, è destinato a morire, vederlo così, sofferente, impossibilitato a camminare anche se vorrebbe, tremolante, mi ha fatto augurare che possa morire al più presto. Ci sarebbe anche la possibilità di aiutarlo a morire, con una siringa, eppure io, che sono favorevole all’eutanasia anche sugli esseri umani, o almeno su di me nel caso dovessi trovarmi in quelle condizioni (sebbene, mi rendo conto, sia assurdo affermarlo adesso, da “sano”), non me la sento, anche perché lui lotta, vuole mangiare, forse solo per istinto di sopravvivenza, ma ci prova.

Guardandolo dimenarsi e sentendo i suoi lamenti nella notte, mi sono messo anche a pensare a questioni che avrei fatto bene a lasciare lontane dalla mia mente, per esempio alla parola “vita”, al mistero del passaggio tra materia organica e inorganica, a ciò che differenzia il gatto che correva agile da quello che trema moribondo, ma ancora di più da quello che sarà solo un corpo inerme. Cos’è la vita in quel corpo? Un virus che dimostra la sua volontà di potenza annientando un’altra forma di vita? Cos’è quello sforzo che il gatto fa, quell’indomabile aggrapparsi al mondo, a una natura indifferente per i propri figli? Dostoevskij scrisse che bisogna amarla, la vita, prima ancora che amarne il senso, e posso essere d’accordo, specie perché questo senso ulteriore non c’è dato scovarlo. Ma la sofferenza, come possiamo giungere ad amarla o almeno accettare che sia un attributo ineluttabile della vita stessa? Come possiamo farlo davvero, a prescindere da teorie filosofiche, scientifiche, etiche, che non mi aiutano mentre osservo questo gattino?

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27 pensieri su ““Soffrire non serve a niente” (?)

  1. Amare la sofferenza, penso proprio sia impossibile. L’accettiamo, come cosa inevitabile nella vita e forse solo dopo quando l’abbiamo attraversata, riusciamo a vederne quegli effetti che ci hanno fatto “crescere”. Forse. Ma amarla, oddio, penso proprio sia impossibile.

  2. Che la sofferenza serva o non serva, poco mi importa. L’unica cosa che conta – e come al solito scrivo qualcosa di banalissimo – è che la sofferenza esiste, che essa serva o meno. La malattia è inevitabile, una delle tante prove che dobbiamo attraversare, noi come il gattino di cui parli. Vederla dall’esterno, la sofferenza, è anch’essa sofferenza. “Tutto è sofferenza”: questa cosiddetta “banalità” è la prima delle “quattro nobili verità del Buddha”. L’ho interpretata come pietra angolare di una filosofia (non posso ritenermi buddhista, ma è qualcosa che mi affascina e su cui rifletto spesso) che non pretende di dare una spiegazione e nemmeno una via di fuga dalla sofferenza. Che tutto sia sofferenza è feroce quanto vero. Nessuna religione, norma etica o altro mi hanno mai aiutato a comprendere né tanto meno accettare l’esistenza della sofferenza, perché sistematicamente o cercano di convincerti (senza peraltro alcuna prova) che la sofferenza non esiste e che di fatto è la tua giusta punizione, o che puoi alleviarla con determinati metodi. Punirsi e sperare che vada meglio. Amare la sofferenza perché ci eleva verso il cielo, non significa un cavolo ed è anche un pensiero dannoso; al massimo, come giustamente scrivi, possiamo provare la gioia di essere riusciti a superare una sofferenza e di averne messo a frutto l’esperienza. Pregare e chiedere di non soffrire. Nulla di tutto questo mi ha mai aiutato. Mi ha sempre dato l’impressione della panacea.
    Ti ho citato quella frase perché è l’unica che mi ha saputo dire qualcosa, forse perché fra tutte quelle contenute nei vari sistemi di pensiero o religioni, è l’unica in cui si ammette come l’uomo sia inerme e debba fare uno sforzo da solo, amando la vita così com’è, accettando – in seconda istanza – la sua transitorietà. Senza dare giudizi di merito. E come noi soffriamo, sapere che è così per tutti – anche gli animali – dovrebbe far crescere in noi profonda empatia amore. Dovrebbe eh. Quello è un passo ulteriore, più facile a dirsi che a farsi, se non c’è una riflessione a monte.
    A parte tutto quello che ho scritto finora – sperando di essere stata abbastanza chiara e di non averti confuso le idee -, credo che Dostoevskij abbia scritto tutto quello che c’è da scrivere in merito. In quelle tre parole. Tanto bastano: amare la vita e prima del suo senso. La sofferenza esiste, punto. Non possiamo lottare più di tanto contro di essa, ma possiamo lottare per cercare di vivere e per amare chi come noi soffre. Hai scritto un pezzo bellissimo, Antonio. E l’immagine di quel gatto è struggente, mi farà riflettere a lungo. Lui non ha preconcetti, pregiudizi, religioni che lo obbligano a tenere dati comportamenti in cambio di altro. Per lui non c’è paradiso e inferno. Lui soffre e vuole vivere. Credo che ci siano poche immagini tanto potenti.

    • Non aggiungo altro, ma ti ringrazio per il contributo. Sto riascoltando e rileggendo alcuni passi di Camus, intanto, perché oggi me è tornata la voglia. “Bisogna immaginare Sisifo felice”. Pur sapendo che non potrà esserlo.

      • Non potrà esserlo, perché è condannato a ripetere sempre la stessa sequenza di azioni, come noi siamo prigionieri della stessa cappa di pensieri e necessità quotidiane cui siamo legati da quando siamo nati. La cosa difficile è uscire dal nostro supplizio, necessariamente non con la morte. Anche noi portiamo il nostro masso su per la salita, sempre, come se fosse la cosa più naturale. E se mollassimo la pietra mandando a quel paese tutto? Una battuta, lascia stare. Però c’è tutto. Per quello che mi riguarda, gran parte della nostra sofferenza è legato alla permanenza, al continuare a indugiare in qualcosa, senza evolverci, o facendoci limitare da una società che obiettivamente fa di tutto per schiacciarci. Sotto questo proverbiale macigno. Non conoscevo questo libro di Camus, ma mi segno subito “Il mito di Sisifo”, potrebbe essere decisamente interessante! Anzi, sono sicurissima che lo sia 🙂

      • Leggilo. Il senso di quel “bisogna immaginare”, almeno per come l’ho letto io, è proprio quello di sforzarsi di pensare Sisifo felice proprio quando il masso sta ricadendo di nuovo. Neanche Camus e questo libro mi hanno dato risposte definitive, né avrei mai pensato potessero farlo, ma di sicuro è stato uno dei libri che più mi hanno segnato. 🙂

      • Apprezzo che tu scriva così. Difficilissimo ricevere risposte definitive. Banalmente, chiunque pretenda di darmi le cosiddette risposte definitive suscita in me una certa repulsione. Non mi fido, quasi per principio. Questo libro devo leggermelo, si. Lo cerco oggi stesso, per ora ho dato un’occhiata in giro sul web, ma come al solito quanto ho trovato non mi ha colpito particolarmente; si vede che dietro alle parole sul libro di Camus c’è della sostanza – persino troppa -, ma rimangono le parole di chi spiega e non vive. La curiosità non è stata appagata e devo inevitabilmente affidarmi solo a Camus.
        ps. Ho già un paio di librini da niente da leggere 🙂 “Memorie” è ancora in lista…

      • Sì, affidati a lui, è meglio. 😀

      • 🙂 eh ne saprà qualcosa 🙂 poi ti faccio sapere com’è stato “discutere” con Camus…

      • Avvertenza: è un saggio. Se invece vuoi iniziare con il Camus romanziere, parti con “Lo straniero”. 🙂

      • Eh, ma ormai sono troppo curiosa di leggere “Il mito di Sisifo”… vorrà dire che metterò in lista “Lo straniero” 🙂 grazie per la dritta! la seguo volentieri

  3. Impossibile trovare una risposta al perché della sofferenza, ci tentano tutti da secoli senza riuscirci. Qualcuno ha forse trova un po’ di consolazione nelle risposte della teologia o della filosofia. Mi trovo d’accordo con Francesca quando dice che la sofferenza nasce soprattutto dal nostro modo di pensare e vedere le cose, dall’impostazione mentale, da quel continuare a indugiare, a fissarsi su qualcosa… Almeno, in base alla mia esperienza personale è così.

    • Credo comunque che la sofferenza possa spingere, talvolta, a mettere in discussione cose di se stessi o della propria vita che andavano meglio analizzate, capite e modificate. Non sempre è così, ma molte volte sì. Anche la sofferenza fisica, in certi casi, per quanto terribile sia, è qualche volta in grado di trasformare completamente l’animo di una persona. Per quanto riguarda gli animali, invece, non saprei… a meno che non abbiano anche loro un tipo di coscienza che si evolve tramite la sofferenza, per quanto triste sia il fatto che spesso devono subire la cattiveria degli uomini… e forse anche questo concetto si riallaccia al buddismo o comunque alle filosofie orientali.

      • Leggo attentamente le vostre risposte e ne traggo ulteriori spunti di riflessione. L’articolo l’ho scritto sull’onda dell’emozione del momento, quindi è piuttosto istintivo e ovviamente inadeguato a trattare un argomento così delicato, che ciascuno vive a modo suo e sul quale non penso ci siano risposte totalmente illuminanti. Intanto, ringrazio anche te per il contributo.

  4. AlViN in ha detto:

    Da pasticcione letterario quale sono, perché leggo questo e quello senza ordine, mi ha colpito nelle mie ultime letture “l’approccio” dell’uomo al tema della sofferenza. I padri greci del pensiero hanno cercato di imbrigliarlo e renderlo talvolta complice di un percorso che portava alla felicità, vista come assenza di sofferenza, altri ancora negandola , ma come fare?!? Vivere è una scelta, e una scelta porta sempre a lasciare indietro qualcosa, quel qualcosa che poi porterà sofferenza…per non parlare delle numerosi variabili che come meteore impazzite punteranno a noi, il bersaglio. Ad esempio la malattia del tuo gattino, e lo strazio di non poter essere quello di prima, uno “stronzo” che ti prende a picconate in quel di Milano, tua moglie o marito che ti lascia perché tu rappresenti la loro sofferenza . Accettare è forse utopia. Il Cristianesimo, con il suo messaggio ben confezionato è venuto in nostro aiuto con Gesù che chiede a chi lo ama di “prendere la sua Croce e seguirlo”.
    Ciao, Ale.

    • Sono d’accordo sul fatto che scegliere comporta sempre esclusioni, e proprio ieri leggevo che “essere nella luce” di qualcuno significa che stiamo facendo ombra ad altri, quindi causando sofferenza, anche in maniera inconsapevole.
      Personalmente, pur ammirando la figura del Gesù uomo, non ho il “conforto” di altri possibili mondi, non adesso, almeno, e quindi mi tocca cercare in questo mondo spiegazioni improbabili.
      Ciao e grazie anche a te per il commento e gli spunti. :).

  5. Paola in ha detto:

    “Le persone che hanno molto sofferto a un certo punto si trovano a un bivio: o diventano adorabili, o insopportabili. E dipenderà da loro.” L’ho scritto qualche giorno fa. La sofferenza è la prova, se superi la prova sei “più salvo di prima”. E il senso della vita non è la stasi, bensì l’evoluzione. Senza un arresto, senza la tentazione di buttare tutto (tutta la vita) all’aria, com’è possibile evolversi? Ciò che hai scritto mi ha permesso una sana riflessione domenicale, grazie.
    P.

    • Vale anche il contrario, cioè anche tu mi hai offerto uno spunto di riflessione. Può accadere che la sofferenza ci renda più empatici e capaci di comprendere le sofferenze altrui, ma, d’altra parte, può anche accadere il contrario, non credo ci siano leggi assolute in tal senso.
      Ci si evolve, si muta, questo sì. Stabilire se “in meglio” o “in peggio”, poi, non è così facile.
      Grazie.

  6. inseguendofolliossimori in ha detto:

    Il punto è che un discorso sarebbe la sofferenza fisica, un altro la sofferenza emotiva, interiore. Pensando alla prima, credo di avere fatto un’esperienza piuttosto illuminante assistendo alla malattia terminale che ha devastato mio padre. Ho creduto e credo che soffrire non abbia senso, e che è meglio la morte rispetto a tanto dolore. Riguardo alla sofferenza interiore, cerchiamo tutti di evitarla, ma la vita di pone dinanzi al dolore prima o poi. E paradossalmente è il solo rimedio per crescere davvero.

    • Sono d’accordo con te che rispetto a tanto dolore, soprattutto se non c’è più speranza, sia meglio la morte.

      • inseguendofolliossimori in ha detto:

        La morte non si può demonizzare o fuggire a tutti i costi. La morte è parte della vita stessa, fisiologicamente inevitabile. In questi giorni sto portando in scena Virginia Woolf, e pratico assai da vicino questo tema.

      • Lo immagino. Io, di solito, non ho una rapporto così travagliato con la morte, ho più paura della sofferenza, però è anche vero che la frase “non bisogna avere paura della morte, perché quando ci siamo noi, non c’è lei e viceversa” non mi ha mai convinto. 🙂

      • inseguendofolliossimori in ha detto:

        Non convince no! 🙂 … e difatti ecco il cuore del problema: cosa temiamo di più, la sofferenza o la morte? Vale per noi stessi come per una persona che amiamo. Io credo che si tema sempre comunque la sofferenza ed è comunemente preferita l’incoscienza del dolore rispetto ad una malattia che impietosamente ci lascia la coscienza di ciò che ci accade. In tutto questo, mi piace quella domanda che ti poni riguardo a cosa sia ciò che anima, che è in quell’animale, senza la quale cosa quell’animale morirebbe. Chissà perchè la vita ci dia come degli appuntamenti dinanzi a questi grandi interrogativi, che ahimé non hanno risposta.

      • La scienza ci spiega tante cose, ma c’è un limite che tuttora resta ignoto, domande abissali che al momento non hanno risposta e forse mai l’avranno. Quella domanda non è la prima volta che me la faccio, per esempio me la sono rifatta anche stamattina, dopo la morte del gattino (che, come previsto, non ce l’ha fatta). Per “fortuna” interviene l’oblio e l’incoscienza.

      • inseguendofolliossimori in ha detto:

        Già, quella fine era prevedibile. Quanto alla fatidica domanda, fortunatamente siamo assorbiti da ben altro, e questi interrogativi ci sfiorano. Eppure ci sono stati grandi pensatori, grandi intelletti come la stessa Woolf, che non sono riusciti mai a liberarsi facilmente di quella domanda.

      • Oppure se ne son liberati gettandosi in un fiume, cose che al momento preferisco evitare.
        In ogni caso, portare in scena Virgina Woolf è un atto molto, molto meritorio. 🙂

      • inseguendofolliossimori in ha detto:

        Mi piacerebbe mostrarti questo mio progetto in questo universo mondo cybernetico. Ma dobbiamo contattarci via feisbùc!

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