Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Alberto Moravia su “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

Le Memorie dal sottosuolo sono del 1864; crediamo che raramente una data è stata così importante per fornire una chiave della comprensione di tutta l’opera di uno scrittore. Perché la data del 1864 è importante? Perché fino a quella data, anche se ha già scritto romanzi come Il sosia, Povera gente e Umiliati e offesi, Dostoevskij non è ancora l’autore di Delitto e castigo, di I demoni, di I fratelli Karamazov e di tutti gli altri romanzi sui quali incombe, senza mai arrivare a compimento, il progetto del “grande peccatore”. L’importanza delle Memorie dal sottosuolo sta nel fatto che per la prima volta Dostoevskij rivolge consapevolmente e, diciamolo pure, spietatamente lo sguardo a se stesso. Non vogliamo, però, qui alludere al giudizio severo del suo ex amico Strakov: “Dostoevskij è un uomo cattivo, invidioso e basso” o anche di Bielinski: “Rousseau mi fa pensare a Dostoevskij: è altrettanto invidioso e si crede altrettanto perseguitato”. Certo, l’uomo che, nelle Memorie dal sottosuolo, dice “io” è “cattivo e invidioso”; ma il se stesso di cui Dostoevskij si serve per scrivere il racconto è qualche cosa di molto più vasto e più profondo. In maniera paradossale, si potrebbe affermare che appunto perché Dostoevskij nelle Memorie ha il coraggio di parlare di se stesso, proprio per questo egli attinge a una zona profonda nella quale così se stesso come gli altri non esistono più, annullati da qualche cosa di non individuale e non sociale, cioè da ciò che Dostoevskij chiama il “sottosuolo”. L’importanza diciamo così storica delle Memorie dal sottosuolo sta tutta qui. Per la prima volta, riprendendo la metafora del titolo del racconto, Dostoevskij prende una lampada e discende dall’appartamento al primo piano, in cui sinora è vissuto, giù nel sottosuolo della casa. Dostoevskij, per dirla con un famoso verso di Baudelaire, scende nel sottosuolo per “au fond de l’inconnu chercher de nouveau”; Dostoevskij troverà nel sottosuolo, cioè “nell’inconnu”, il nuovo, cioè “le nouveau” in tale quantità che non ne uscirà più. Tutti i libri dopo le Memorie dal sottosuolo sono stati scritti da quelle latebre tenebrose. E Dostoevskij è morto alla fine del sottosuolo, senza più risalire alle stanze superiori.

Ma com’era quest’appartamento al primo piano nel quale Dostoevskij ha pure abitato per tanti anni? Forse descrivendolo ci renderemo conto di come fosse il sottosuolo che il romanziere, alla fine, gli ha preferito. Dunque, da tutto quello che sappiamo, appare chiaro che l’appartamento di Dostoevskij doveva essere una dimora all’europea, dell’Europa venuta fuori dalla Rivoluzione dell’89 e dalle guerre napoleoniche. Una dimora, cioè, nella quale qualsiasi borghese francese o inglese o tedesco si sarebbe trovato a suo agio. Quanto a dire un appartamento convenzionale tra lo stile impero e lo stile Luigi Filippo, con tutte le stanze rituali: salotto, studio, camera da letto, bagno, cucina; con i rituali mobili e i rituali quadri e quadretti, pianoforte, libreria, samovar, servizio da tè, posate, piatti, bicchieri e, magari, anche la cosiddetta vetrina con le statuette e le tazzine di Dresda. Il tutto, poi, pulito, forbito, ordinato, lucidato, specchiante, come si conviene.

Qualcuno dirà a questo punto che le metafore tirate in lungo finiscono per diventare insignificanti. È vero; ma la metafora del titolo del racconto contiene una tale carica di significato oltre tutto anticipatore e profetico da far pensare che lo stesso Dostoevskij, ricorrendoci, non si rendesse conto della sua importanza e novità. Probabilmente, chiamando “sottosuolo” il luogo nel quale idealmente abitava l’io narrante del racconto, Dostoevskij aveva voluto alludere al rancore sociale del personaggio. Ma la metafora, forse a insaputa dello stesso scrittore, è più profonda di così. E noi ci sentiamo allora giustificati a svilupparla, convinti di sviluppare contemporaneamente il pensiero dostoevskiano.

Dunque, proseguendo la metafora, notiamo che il carattere principale dell’appartamento borghese ed europeo di Dostoevskij era il decoro. Ma in che cosa consisteva precisamente questo decoro? Consisteva, crediamo, nella soppressione o meglio repressione di tutti gli aspetti indecorosi della vita. E secondo quale criterio? Immaginiamo, trattandosi di un appartamento di tipo borghese ed europeo, secondo un criterio appunto borghese ed europeo, cioè, per dirla in breve, illuminista a livello culturale in quanto represso a livello etico. Quanto a dire: “La mente è libera perché gli istinti sono in catene”. Ma mentre per la nuova borghesia europea degli inizi della rivoluzione industriale, questa repressione era necessaria per accrescere produttività e profitti, per la società della Russia zarista, ancora feudale e agraria, era nient’altro che uno sterile scimmiottamento provinciale che, almeno nel caso di Dostoevskij, portava soltanto a rinunciare senza contropartite, alle risorse del “sottosuolo”. Dunque, di conseguenza, niente appartamento al primo piano, borghese ed europeo. Bisognava, invece, scendere nel sottosuolo e vedere cosa c’era. E magari sistemarlo alla russa, un po’ come un vecchio convento, con molte celle, ripostigli, corridoi, passaggi, camere e camerette; e, addirittura, crearci nella stanza più buia e più profonda una cappella in stile ortodosso, con gli affreschi affumati, l’altare gremito di croci e di candele accese, l’odore di moccolaia e le reliquie e gli ex voto.

Abbandoniamo adesso la metafora, torniamo al racconto. Chi è l’io narrante delle Memorie dal sottosuolo? Al contrario di quanto avviene di solito negli altri racconti e romanzi di Dostoevskij, non è un proprietario di terre, non è un professionista, non è neppure un membro dell’intellighenzia, non è, insomma, un uomo socialmente riconoscibile. Egli è, in realtà, soltanto un uomo “del sottosuolo” cioè un uomo che non si reprime come è d’obbligo nell’appartamento del primo piano per la buona ragione che non fa parte di alcuna società e allora a che serve reprimersi se si è fuori dalla società? È un uomo, però, sincero fino all’indecenza, fino alla spudoratezza, fino all’autoflagellazione. Insomma è un uomo “che si confessa”; ossia, diciamolo pure una buona volta, un’anima. Adoperiamo apposta questa parola, anche se Dostoevskij non se ne serve, perché abbiamo l’impressione che lo scrittore, nella lunga parte introduttiva, abbia voluto isolare e descrivere una situazione che, in mancanza di un termine più appropriato, doveva apparirgli come esclusivamente spirituale, sia pure di una degradata e sordida spiritualità. “Io” e, dunque, un’anima di tipo romantico e byroniano, che dalle tenebre del sottosuolo in cui si è rifugiata come in una fortezza, lancia, in nome dell’irriducibile “male”, una sfida proterva agli abitanti dei piani superiori, tutta gente perbene, debitamente credente nella ragione borghese ed europea.

Cosa è avvenuto in realtà in questo straordinario spostamento dell’attenzione realistica dal sociale allo spirituale? È avvenuto che, senza rendersene conto, Dostoevskij, con le Memorie dal sottosuolo, ha creato un personaggio nuovo destinato a dominare la narrativa occidentale nei prossimi cent’anni: il personaggio dell’antieroe nel quale è privilegiata non già la vita sociale ma la vita interiore. È il romanzo che, poi, sarà chiamato esistenzialista, al quale è possibile riallacciare scrittori così diversi come Joyce e Kafka. È stato detto che il romanzo in genere si occupa della società. Questo, però, è vero soprattutto per il romanzo dell’Ottocento. Anche a un osservatore superficiale non può sfuggire che nel romanzo tradizionale i personaggi sono quasi soltanto descritti nel loro agire sociale; e, infatti, non è un caso che da Stendhal a Tolstoj la narrativa ottocentesca è piena di descrizioni di ricevimenti, pranzi, feste, riunioni, cacce, cavalcate e altre simili occasioni mondane; e che i sentimenti dei personaggi siano sempre descritti in riferimento al posto che essi occupano nella società. È vero che Julien Sorel o Anna Karenina frequentano i salotti per incontrarvi l’uomo o la donna che amano; ma bisogna notate che questi salotti sono così importanti per loro che esserne esclusi spinge il primo al delitto e la seconda al suicidio. Insomma, i personaggi del romanzo ottocentesco sono determinati dai loro rapporti con la società; e ben poco sappiamo dei loro sentimenti, diciamo così, privati, cioè non collegati col fatto sociale. Con l’io delle Memorie dal sottosuolo, comincia invece la sua carriera il personaggio esistenziale per il quale il rapporto sociale non è che una proiezione tra le tante della vita interiore. E infatti nel racconto capostipite di Dostoevskij, tutto ciò che vi accade, non accade per motivi sociali ma unicamente interiori, oggi diremmo nevrotici. È la nevrosi che spinge “io” a intrufolarsi nel pranzo degli ex compagni di università; la nevrosi che gli fa inseguire i suoi carnefici fin nel bordello; la nevrosi infine che gli detta il contraddittorio comportamento con la prostituta Liza. Ma Dostoevskij non lo sa. Egli pensa soltanto di utilizzare la parte più “indecorosa” di se stesso per descrivere una certa situazione spirituale. Siamo ancora, come si vede, a quella fase dell’esplorazione del sottosuolo in cui l’esploratore, partito, come Colombo, per arrivare in India, non si accorge di avere invece scoperto il Nuovo Mondo.

Ad ogni modo le date, come abbiamo già osservato, nel caso di Dostoevskij scrittore anticipatore e profetico, sono importanti. Siamo nel 1864, Sigmund Freud, che è nato nel 1856, ha già otto anni. Dunque il sottosuolo, questa crisalide dell’inconscio freudiano, durerà ancora circa trent’anni. Poi cambierà nome e carattere; starà a indicare non più un mistero impenetrabile in molti modi, ma una struttura psicologica rigorosamente articolata e relativamente prevedibile. In Dostoevskij, il sottosuolo era la sede del “male”, vecchio mostro inconoscibile. Con Freud diventa l’inconscio, teatro sotterraneo di un dramma recitato sempre nello stesso modo, sempre dagli stessi tre attori. Del “male” non si parlerà più; esso c’è, beninteso, ma è conoscibile e, in qualche misura, evitabile. Per il decadentismo europeo, poi, questo “male” diventerà, a livello politico-letterario, addirittura il “bene”.

Ma cos’è questo male, alla fine, di cui Dostoevskij si serve per dare scacco alla ragione? Esaminato alla luce della ragione, non quella degli illuministi ma quella della psicanalisi, il cosiddetto “male” nel caso delle Memorie dal sottosuolo, sembra essere un caso parossistico di sadomasochismo principalmente dovuto a una frustrazione di specie sociale. Naturalmente una simile definizione non riguarda il risultato artistico che fa delle Memorie dal sottosuolo uno dei capolavori fondamentali di Dostoevskij; ma riguarda quella che chiameremo l’appropriazione mitopoietica dostoevskiana. In altri termini, il racconto contrassegna una presa di possesso di specie strutturale, dopo la quale l’argomento o non verrà più trattato affatto oppure, come abbiamo già accennato, sarà sviluppato in direzioni nuove dal romanzo esistenzialista.

È istruttivo notare come il sadomasochismo del protagonista delle Memorie dal sottosuolo costituisca, con la sua altalena tra soffrire e far soffrire, la struttura portante di tutto il racconto. La lunga introduzione è sadica nei riguardi della ragione europea e borghese, sfiduciata e svillaneggiata, e masochista nei riguardi del personaggio stesso afflitto da un inestirpabile senso di colpa. Poi “Io” è masochista, in maniera abnorme, nella scena al ristorante, con i suoi ex compagni di università che lo umiliano e lo respingono e continua a esserlo allorché decide di seguirli al bordello e chiede a loro il denaro per pagare la prostituta. Ma una volta in presenza di Liza, nel bordello, diventa immediatamente e raffinatamente sadico. “Io” torna a casa ed è al tempo stesso sadico e masochista con il servo Apollon, capostipite di tutta una serie di servi dostoevskiani insieme mistici e complici; come, del resto, Liza è a sua volta la capostipite di una lunga serie di donne innocenti e profanate. Ma Liza sopravviene e allora per tutta la prima metà della scena finale “io” è sadico; quando però Liza gli lascia sul tavolo il biglietto da cinque rubli con il quale lui ha voluto, sadicamente, umiliarla, è la sua volta di soffrire masochisticamente, come per un crudele e definitivo schiaffo morale. E così via. Alla fine, nella conclusione, il protagonista confermerà che è la nevrosi, in attesa di Freud, il grande integratore sociale, a escluderlo dal mondo. “Raccontare, ormai, per filo e per segno, come io abbia fallito la mia vita per solitaria depravazione morale, per la mancanza di una società, per il mio essere disavvezzo a ciò che si vive e pel mio assiduo rancore nel sottosuolo, vivaddio, non sarebbe interessante”.

Non sarebbe interessante perché, oltre tutto, l’ha già fatto; finito di leggere il racconto, noi sappiamo benissimo perché il protagonista e tanti come lui falliscano la loro vita. Semmai le Memorie dal sottosuolo offrono un altro interesse, il quale riguarda piuttosto l’autore che il personaggio che dice “io”. È vero, dopo Freud, il sottosuolo non sembrerà più così misterioso; cambiando nome, diventando l’inconscio, perderà parte del suo fascino. Ma il vero mistero, che il sempre misterioso Dostoevskij addita nel suo racconto è, in fondo, quello della creazione artistica. L’io narrante descrive non soltanto l’inconscio ma anche la probabile operazione sublimatoria che ha permesso a Dostoevskij di scriverlo. Nelle Memorie dal sottosuolo, infatti, oltre alla storia di una nevrosi si può facilmente ricostruire una storia della trasformazione della nevrosi stessa in racconto. La lunga ma non sproporzionata introduzione psicologico-ideologica premessa alla vicenda vera e propria ci narra in realtà anche un’altra vicenda, quella dell’artista alle prese con la sua materia. Un po’ come Pirandello nei Sei personaggi in cerca d’autore, Dostoevskij ci fa capire che il vero mistero non è quello del protagonista ma quello dell’autore che dalle sordide complessità del “sottosuolo” ha saputo ricavare personaggi indimenticabili, veramente misteriosi questi, di una misteriosità rembrandtiana, quali “io”, Liza, Apollon, gli ex compagni di università. La forza delle Memorie dal sottosuolo deriva soprattutto da questa analisi dell’ispirazione artistica; cioè dal profilarsi dell’autore e del suo rapporto con la materia dietro il protagonista e il suo rapporto con gli altri personaggi.

(Alberto Moravia, dall’introduzione a “Memorie dal sottosuolo”, ed. Bur Rizzoli)

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11 pensieri su “Alberto Moravia su “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

  1. Molto interessante e istruttivo, come sempre. Fra l’altro per ora sto proprio lavorando sull’antieroe, quindi mi è venuto molto utile.

  2. Un pò lunga questa analisi di Moravia ma decisamente interessante.Sempre post di cultura. Isabella

  3. Una bella sintesi dell’analisi di Moravia, complimenti. Condivido in gran parte quello che è stato scritto, soprattutto quando si parla di focalizzazione sulla vita interiore, di antieroismo nella figura del protagonista, di preludio del romanzo esistenzialista, di nevrosi sadomasochistica non ancora riconosciuta come tale (mi è piaciuta molto la definizione di “crisalide dell’inconscio freudiano”). Ho letto la scorsa estate questa tormentata storia di Dostoevskij, e adesso sto aspettando l’ispirazione per iniziare il mastodontico Delitto e castigo.

    • Ho preferito lasciare la parola a Moravia e intanto me lo sono riletto per l’ennesima volta. “Delitto e castigo” te lo consiglio, non potrebbe essere altrimenti, visto che anche quello l’ho letto e riletto. 🙂

  4. Pingback: “Memorie dal sottosuolo” (Fëdor M. Dostoevskij) | Tra sottosuolo e sole

  5. Dostoevskij prima e dopo la Siberia sono due persone e autori differenti. Le prime opere s’inseriscono di buon diritto nel romanzo ottocentesco, dal “Sottosuolo” in poi lo scrittore russo ha praticamente fondato le basi per il romanzo psicologico novecentesco, scrivendo capisaldi tuttora attuali.

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