Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Dialogo tra Me Stesso Di Allora e Me Stesso Di Adesso sulla presunta funzione catartica della scrittura

Alla domanda “perché scrivere?” o almeno a quella “perché scrivo?” hanno dato risposte grandi romanzieri, filosofi, poeti, pensatori e anche qualche calciatore. Rovistando nelle mie antiche scartoffie, ho trovato un documento che attesta, in maniera inequivocabile, che anch’io, anni fa, mi sono posto un interrogativo simile, senza apparente vergogna nel farlo. L’ho riletto e non sono d’accordo su diverse cose che avevo scritto allora. Questo non mi stupisce più di tanto, poiché mi accade spesso di non essere d’accordo con ciò che ho scritto, essendo ormai palese che tra l’io che scrive e l’io che si rilegge c’è uno scarto indubitabile (“la schizofrenia, come era stato detto”). Premesso ciò, riporto un dialogo tra il Me Stesso Di Allora e il Me Stesso Di Adesso e, pur ammettendo di essere di parte, nel senso che parteggio, per motivi comprensibili, per il Me Stesso Di Adesso, cercherò di evitare liti isteriche tra i due. Per facilitare il compito al masochistico lettore, ho deciso di conservare quasi per intero le riflessioni del Me Stesso di Allora, inserendo tra parentesi le note del Me Stesso di Adesso. Quest’introduzione, quindi, l’ha scritta il Me Stesso di Adesso, che ora, però, cede la parola al Me Stesso Di Allora, riservandosi d’intervenire a cavillare, polemizzare, o anche, perché no, approvare.

C’è una difficoltà innegabile nello scrivere, almeno per me. Il bisogno di essere lucido (non avevi ancora dubbi su cosa potesse intendersi per “lucidità”), di trovare termini che corrispondano esattamente ai miei pensieri, mal si concilia con la ragione stessa che è alla base della scrittura (fin qui, posso essere d’accordo, sebbene non sia stato ancora chiarito qual è “la ragione alla base della scrittura”). È un concetto non semplice da esprimere ma vale la pena accennarvi.

L’esigenza di scrivere non sorge mai, quasi mai da un evento felice, lieto (uhm, ti salva quel “quasi” furbetto). Mi rendo conto, nel momento stesso in cui mi accingo a scrivere qualcosa, dunque anche in quest’istante, di essere lì, qui, perché sospinto dalla malinconia, dall’amarezza del vissuto (no, non direi proprio, non sono d’accordo, ad esempio in questo momento non mi sento malinconico; o forse fingo di non esserlo?). Questo non sarebbe neanche un gran problema, sono convinto che tanti musicisti, poeti e artisti in genere siano più prolifici nei momenti tristi che non in quelli di serenità (ecco, il mito dell’artista maledetto, chissà dove te l’hanno insegnata questa cosa, che uno deve soffrire per creare). Soltanto che io non credo di avere doti da artista, ammesso e non concesso che qualcuno possa sentire d’essere tale e non, invece, essere solo riconosciuto dagli altri per tale; sento, certo, l’insopprimibile stimolo a scrivere ma questo non significa essere scrittori, è bene esserne consapevoli (bravo, vedo che già allora eri conscio dei tuoi enormi limiti; non ci sono state sorprese, nel frattempo, non sei diventato scrittore, al massimo blogger). L’obiettivo minimo che mi propongo di risolvere è superare la difficoltà di conciliare l’esigenza espressiva con la mancanza della necessaria lucidità (e lo chiami “minimo?”).

Il punto è questo: la scrittura come mezzo di comunicazione tra il proprio io interiore e il mondo esterno (eh, che dualismo banale), o al limite tra il proprio io attuale e un io di domani (eccomi, sono proprio un Io che tu definivi “di domani”; il domani è diventato oggi, il tuo oggi è diventato ieri), del mese prossimo, ecco, dicevo, la scrittura come tramite, rischia di non assolvere la propria funzione se non è spietata, limpida, analitica, se non coglie l’essenza, se è vaga, se si limita a viaggiare sulla superficie delle cose (questa considerazione mi piace, ragazzo, ed è proprio questa mancanza di spietatezza che non ti ha reso mai un vero scrittore; solo quel riferimento “all’essenza” non mi convince: residuo di platonismo?). La condizione di malinconia, quella che maggiormente mi spinge a scrivere (ah, ti ero proprio convinto di ‘sta cosa!), non è certo un aiuto alla risoluzione di quel che sto cercando di esprimere. Queste stesse righe che sto scrivendo sono inevitabilmente condizionate, che io me ne accorga o no, dallo stato di tristezza in cui mi trovo (si nota, la cosa). In primis, perché altrimenti non sarei qui a scrivere, in secondo luogo perché tale stato mentale influenza la scelta dei singoli vocaboli, della costruzione delle frasi, mi spinge a seguire un discorso logico piuttosto che un altro. In altri termini, la malinconia è al tempo stesso causa e regia della scrittura, ma essendo ambedue le cose non mi permette quel distacco, quella lucidità necessaria a vedere quel che può esserci di corretto nei miei ragionamenti e quel che invece è fortemente limitato da una visione parziale degli eventi (a parte la questione della malinconia come unica causa della scrittura, sulla quale, te l’ho detto, dissento, sono d’accordo sulla difficoltà, o meglio dire impossibilità, di acquisire distacco da sé stessi, se non divenendo, appunto, un Me Stesso posteriore, come sono io ora per te).

Non è questione di poco conto. La funzione catartica, liberatrice della scrittura e d’ogni forma d’arte in genere non può essere assolta se il mezzo catartico è condizionato. Un medico che voglia somministrare, a un malato, un farmaco con una siringa, si accerterà in via preventiva non solo che la medicina sia quella adatta, ma anche che la siringa non sia infetta; se lo fosse, il male potrebbe solo peggiorare (il concetto mi trova d’accordo, la scelta della metafora non molto). A differenza dell’errore medico, un errore di scrittura può essere emendato, le parole possono essere cancellate, il giorno dopo, un mese dopo, un anno dopo, nulla lo vieta (non è proprio così, lo sai; non voglio ricorrere al “verba volant, scripta manent”, ma già il fatto che io sono qui a commentarti, caro mio, dimostra che le parole il più delle volte restano). Eppure non sarebbe la stessa cosa, si andrebbe a incidere su un tessuto vecchio, su parole che erano valide per quel giorno e che, tolte dal loro contesto temporale, non avranno più alcun valore, perché la catarsi si sarà già compiuta da sé, nei fatti, o perché, al contrario e molto più probabilmente, si sarà ancora più condizionati nel riparare all’errore (qui sembra che tu, già allora, stessi pensando a questo mio intervento posteriore, quasi a ribadire che in quel momento non potevi che scrivere quelle parole e che adesso io, Me Stesso Di Adesso, farnetico se cerca di comprendere le tue parole di allora). Parlare e scrivere di una cosa che mi è accaduta oggi può essere difficile, per le ragioni che esponevo sopra, parlarne tra un mese credo sia impossibile (l’hai espresso in maniera contorta, ma nella sostanza forse hai ragione; questi miei stessi commenti postumi alle tue parole sono assurdi, nella loro pretesa di emendarli). Voglio dire, tra un mese tutto sarà diverso, gli eventi non saranno più quelli che ricordo oggi, i quali, di per sé, già non corrispondono ai reali eventi, ma saranno avvenimenti parziali, piccoli frammenti selezionati dalla memoria. Non ricorderò più tutte le cose che ricordo oggi, per quanto possa essere forte la mia capacità mnemonica (la scrittura, dunque, potrebbe anche essere un modo per sfuggire all’oblio, per salvare qualcosa, aspettando che arrivi un Me Stesso Di Domani a rivedere il tutto con occhi diversi?).

Uscire da questo circolo vizioso, cercare una catarsi della catarsi, non è operazione facile (non mi è chiaro, ti stai incartando). Il massimo che posso fare è procedere con la massima cautela intellettiva, senza censurare nulla di quanto passa per la mia testa, ma valutando con accuratezza se ciò che sto esprimendo con le parole possa somigliare, seppur vagamente, a quel che vorrei realmente (tu pretendi la corrispondenza tra il sentire e l’esprimere, ti rendi conto di quanto sia gigantesca questa tua aspettativa? Credi ci sia mai riuscito qualcuno a esprimere totalmente ciò che pensava?). Pretendere che gli altri possano capire quello che scrivo sarebbe vano e presuntuoso, ciascuno proviene da percorsi di vita diversi e ogni singola lettera di una parola può assumere significati e tonalità diverse secondo chi la legge (è relativismo gnoseologico, bellezza). Mi basterebbe trovare la corrispondenza interiore, tra l’io pensante e l’io scrivente, in modo da trovare una logicità nell’illogicità del mio essere vivente, riflettente (qui non ti seguo, dovrò parlarti in privato per chiedere spiegazioni).

Con uno sforzo enorme potrei riuscire a ridurre a uno quel numero, almeno per il rapporto con me stesso. Tutti siamo uno, nessuno, centomila, Pirandello docet, gli altri ravvisano solo determinati nostri comportamenti sociali, sempre condizionati; qualcuno può spingersi un po’ più a fondo, ma nessuno può dire di conoscere una persona, di questo ne sono convinto. È necessario, quindi, partire dal minimo, lavorare duro per comprendere almeno sé stessi. Questo può essere tentato. Per fare ciò, però, bisogna pur sempre trovare dei punti di partenza, consapevoli della loro temporaneità (sono qui proprio per questo, sebbene tu abbia pensato che volessi solo polemizzare con te; ho bisogno di capirti, caro Me Stesso Di Allora, per capire me, il Me Stesso Di Adesso).

Penso di conoscere molti miei difetti e questo non è poco. L’autocoscienza negativa (scusa se mi permetto, ma qui peccavi di superbia, tu non conoscevi che una minima parte di quelli che chiami difetti e che preferisco, nel dubbio su cosa siano “pregi e difetti”, chiamare caratteristiche). Ottimo punto dal quale sviluppare riflessioni, assurdità, pensieri circolari che si avviluppano su sé stessi. Non credo sia follia. Autocoscienza. Non averla sarebbe meglio, in questa società che della coscienza non sa che farsene (bleah! Permettimi un certo disgusto per quest’ultima affermazione: pleonastica, vanesia, inutile. Hai l’alibi della malinconia che ti faceva sentire vittima, ma sappi che questa dovresti cancellarla).

Dall’autocoscienza si può partire e trovare un modo espressivo che riproduca l’autocoscienza stessa. Sarebbe un primo passo verso quella corrispondenza della quale parlavo, un primo tassello verso la ricerca della verità personale, pur sempre parziale perché condizionata, ma un primo passo alla ricerca di certezze in un mondo che sembra non averne, semmai ne ha avute, più alcuna da proporre (a me pare che questo finale potevi risparmiartelo, è ovvio che si debba partire dalla percezione del sé, non si può non farlo; in quanto alle certezze, sono d’accordo, ma forse, caro Me Stesso Di Allora, sei giunto in ritardo nel fare questa scoperta).

L’incontro tra il Me Stesso Di Allora e il Me Stesso Di Adesso finisce qua. I due, invitati a rilasciare dichiarazioni alla stampa, cioè al Me Stesso Che Scrive Sul Blog, si sono rifiutati, affermando che hanno bisogno di parlarsi ancora in privato, e che stanno aspettando l’arrivo di Me Stesso Del Poi, che arriverà, un giorno o l’altro, a cavillare su quanto i due hanno fin qua espresso.

Il Me Stesso Che Scrive Sul Blog prende atto con umiltà e brinda, assieme a tutti voi, al cervello, il grande assente da questo dibattito e da quest’articolo.

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13 pensieri su “Dialogo tra Me Stesso Di Allora e Me Stesso Di Adesso sulla presunta funzione catartica della scrittura

  1. Delizioso. Semplicemente delizioso. 🙂

  2. Pingback: Il fantasma vuole scrivere | Tra sottosuolo e sole

  3. alraune88 in ha detto:

    Come scrisse Miller (Henry): “L’uomo scrive per liberarsi dal veleno che ha accumulato con il suo modo falso di vivere. Cerca di ritrovare la propria innocenza, eppure, scrivendo, riesce soltanto ad inoculare nel mondo il virus della sua delusione…”

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