Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’ottavo giorno” (Georges Simenon)

L'ottavo giorno

“…tutti quelli, in definitiva, che formano intorno a lui una specie di massoneria, che fingono allegria e fiducia mentre lo osservano con occhio freddo, che bisbigliano dietro le porte, si trasmettono messaggi misteriosi e si scambiano telefonate!

– Ci sembra, ripeto, che tu non voglia guarire, che tu ci sia ostile…

Non ostile, indifferente. Nemmeno questa è la parola giusta. Lui li vede diversi da come loro si vedono. I loro problemi non sono più i suoi: li ha superati.

Non sarebbe di alcuna utilità pensare di comunicare con loro, e la piccola commedia che Besson gli recita mentre la signorina Blanche fuma una sigaretta da qualche parte – forse nel cortile, a meno che non stia dietro la porta – questa piccola commedia ottiene il risultato opposto a quello desiderato”.

(Georges Simenon, “L’ottavo giorno”, ed. Club degli Editori)

Concludo il mio periodo Simenon con un romanzo molto diverso dagli altri che finora ho letto, cioè con “L’ottavo giorno”. In questo caso non ci sono assassini sulla cui psiche indagare, ma un uomo costretto in un letto di ospedale, a causa di un ictus che gli ha causato un’emiplegia e conseguente afasia. L’ottavo giorno del titolo fa riferimento alla diagnosi che i medici gli fanno, che prevede un miglioramento delle sue condizioni a partire proprio dall’ottavo giorno di ricovero. L’uomo, René Maugras, è uno stimato direttore di giornale, che fino all’insorgere dei suoi problemi era solito ritrovarsi con gli amici per una cena a cadenza fissa. Adesso, invece, sta immobile in un letto d’ospedale, impossibilitato a parlare e costretto a ricevere le visite di persone non sempre gradite. Il romanzo è, quindi, una lunga riflessione sulla percezione mutata del malato, che rievoca, nel corso della sua degenza, episodi della sua esistenza, a partire dal rapporto con le tre donne con cui ha instaurato rapporti duraturi. Il medico stesso che lo ha in cura è un suo amico, e René riflette anche sul diverso rapporto che adesso c’è tra loro due, fino a pochi giorni prima compagni di tavola.

Il torpore dal quale si sente pervaso gli rende sgraditi i tentativi che medici e visitatori fanno per stimolare la sua volontà di ripresa. Oltre a rendersi conto della futilità di tante preoccupazioni quotidiane, che al confronto della malattia gli paiono sciocchezze, il malato assapora quasi con gusto quella condizione e cerca di coltivare pensieri dai quali gli altri, preoccupato che possa lasciarsi andare, vogliono sottrarlo. La sua indagine non si limita a rievocare episodi lontani nel tempo, ma si volge anche alle esistenze delle infermiere che lo curano e degli amici che vanno a trovarlo. Meno avvincente di altri scritti da Simenon, ma il mio giudizio, per quel che vale, resta positivo.

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