Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Pastis” (n. 21, da “Frammenti da un camino”)

– Prendetela! – urlò qualcuno.

Nadia, all’improvviso, si afflosciò sulle sue esili gambe, ora inerti e che poco prima roteavano impazzite. Francesca fu la più lesta e riuscì ad evitare che l’occhialuta sbronza sbattesse con il volto a terra.

– Cazzo, sta male, portiamola fuori dal pub! – gridò Gianluca, mentre anche Marco e gli altri amici, accortisi di quanto stava succedendo, avevano smesso di ballare o si erano alzati dal tavolo.

L’accaduto non era imprevedibile, perché Nadia aveva ingurgitato numerosi pastis, a un ritmo insostenibile per il suo flebile corpo. Eppure quella sera si stava divertendo e non poco; brillante, dalla battuta pronta, aveva persino azzardato, cosa incredibile per una schiva come lei, degli sgangherati passi di danza, peraltro sulle note di canzoni che avrebbe rifuggito anche da sobria. Inoltre, pochi minuti prima del crollo si esprimeva a suon di facezie che mai gli amici avrebbero pensato potesse esternare, chiusa, quasi asociale, com’era.

Nadia aveva già affrontato le conseguenze di una sbornia, quella fase iper-malinconica che era solita seguire la lieve euforia che mai, però, come quella sera, aveva avuto, nelle sue sinusoidali emozioni, dei picchi così contrastanti tra felicità e tristezza.

– Michela, amica mia, sto ballando al ritmo di una musica che mi fa schifo! – urlò all’amica che entrava in quel momento nel pub, abbracciata a Lorenzo.

– Pazza, ti trovo in gran forma! – le sorrise Michela.

– Sì, lo sono, sono in forma! – ribadì Nadia quasi spavalda, ignara d’essere già vicina al crollo.

Si lanciò di nuovo all’assalto del bancone, ordinò un altro pastis e lo ingurgitò in un sorso, tornando subito nell’angusto spazio del pub che era stato adibito a estemporaneo luogo di ballo.

Era così sbronza che poté sopportare anche Francesca che ballava con Marco, suo ultimo sogno d’amore non realizzato. Vederli prendersi per mano, fatto che in altre serate sarebbe stato il preludio a un’isterica crisi di pianto, sembrò non ferirla più di tanto, almeno in apparenza. Dentro di sé, però, il malessere cresceva in modo subdolo, mascherato dal falso entusiasmo alcolico.

Gli amici l’afferrarono, cercando di rialzarla, ma Nadia non reagiva alle sollecitazioni verbali e fisiche, era totale preda della forza di gravità che la spingeva verso il pavimento, dove, una volta raggiunta un’ancorché scomoda posizione orizzontale, sarebbe potuta restare a lungo, ove non avesse avuto, lì al suo fianco, persone che le erano più vicine di quanto ella pensasse, vittima delle sue fisime malinconiche.

– Nadia, come stai?

– Ehi, rispondi! Devi vomitare?

– Non risponde, sembra svenuta.

– Che facciamo?

– Portiamola all’ospedale, – propose, nel marasma generale, Francesca. L’idea riscosse l’approvazione degli altri.

Nadia non reagiva agli stimoli, i suoi movimenti erano solo sussulti e spasmi involontari. Un plotone di tre automobili partì come scorta dell’aspirante scrittrice. Durante tutto il tragitto per l’ospedale, Nadia non sentì nulla, aliena al mondo. In compenso, la sua bocca elargì liquidi biancastri ai sedili dell’automobile di Francesca.

Giunti all’ospedale, un infermiere di guardia al pronto soccorso accomodò Nadia su una barella e disse a Francesca che sarebbe potuta entrare solo una persona per volta, gli altri avrebbero dovuto aspettare fuori. A Nadia fu praticata una “flebo”. Erano circa le due di notte.

Fuori, in strada, c’era un piccolo esercito: Francesca, Marco, Civita, Annagrazia, Alessandro, Gianluca, Giorgio. Nadia non seppe mai, nei giorni a seguire, quali furono, quella sera, le sue improbabili espressioni gutturali, i suoi stralunati pensieri, in specie quelli che la attraversarono nella prima ora e mezza trascorsa all’ospedale. Testimoni le riferirono che lei voleva restare lì, che reagiva quasi con asprezza quando i medici le dicevano che poteva essere dimessa, che tanto non c’era pericolo. Lei, invece, così le dissero, pretendeva altre “flebo”, dopo le due che nel complesso le avevano già fatto. Di tutto ciò, Nadia non avrebbe ricordato nulla. Anche dopo anni dall’accaduto, nel ripensare a quella sera, si sarebbe spaventata al pensiero del vuoto. Lei, che pensava di ricordare sempre tutto, anche da sbronza, lei che aveva una così fervida vita onirica, non avrebbe ricordato, di quell’arco di tempo, altro che l’immagine di Marco che le si avvicinava per chiederle il numero di Gianni, suo fratello. Alle 3:44 del mattino Marco telefonava a Gianni.

– Pronto, – rispose stupito Gianni, che in quel momento si trovava a cento metri dalla casa di Paola, la sua ragazza.

– Senti, Gianni, sono Marco. Non ti spaventare, non è nulla di grave, ma siamo qui all’ospedale, c’è tua sorella al pronto soccorso.

– Come? Mia sorella! – rispose allarmato Gianni.

– Non è niente di grave, stai calmo. Ora sta bene, ma è svenuta al pub, ha bevuto troppo.

Francesca prese il telefono dalle mani di un titubante Marco.

– Sono Francesca. Gianni, tua sorella ha esagerato, ora sta bene, è sdraiata sul lettino dell’ospedale ma sembra non volersi alzare da lì; magari tu riesci a convincerla, altrimenti qualcuno dovrà prenderla domattina alle otto, perché lei vuole rimanere qui.

– Ok, vi raggiungo, – disse laconico Gianni.

Alle 4:10 circa Gianni e Paola giunsero all’ospedale, scorgendo il numeroso drappello lì presente per Nadia.

– Hai visto che scorta ha tua sorella? – disse Alessandro per stemperare l’ansia di Gianni che, rassicurato, volle entrare per vedere la sorella con i propri occhi. Nadia ebbe un secondo breve lampo di lucidità, che le consentì di riconoscere il fratello. Poi ricadde nei suoi abissi.

Gianni uscì fuori e le diede il cambio Paola, anch’essa voleva provare a convincere Nadia a tornarsene a casa. Nella testa della ragazza sdraiata, però, albergava un solo ingovernabile e inafferrabile sentimento, la paura.

Per strada, intanto, gli amici che Nadia non poteva vedere, che lei aveva costretto a portarla lì, parlavano anche, se non soprattutto, di lei. In particolare, Marco, pur sorridendo, diceva a Gianni di redarguire la sorella, che a suo dire beveva troppo nell’ultimo periodo; anche gli altri ribadirono il concetto a Gianni, ignaro che proprio Marco, non potendo ricambiare i sentimenti di Nadia, era stato involontaria concausa della caduta della ragazza.

– Devi dire a tua sorella che mangi di più e che beva di meno.

– Noi glielo abbiamo detto che sta esagerando.

– Secondo me tua sorella legge troppi libri, pensa troppo e le vengono idee strane.

C’era anche chi taceva, magari avendo intuito perché una ragazza come Nadia, che nella sua vita non aveva toccato alcol per ventinove anni, si fosse ridotta in quelle condizioni. Per indagare sulle motivazioni, tuttavia, ci sarebbe stato tempo una volta che Nadia fosse uscita in verticale e sobria da quella corsia. Intanto, il sonno ghermiva quei ragazzi. Paola stava provando a parlarle, ma Nadia piangeva a dirotto in maniera meccanica, senza rispondere alle sollecitazioni dell’amica.

Nei giorni seguenti Nadia avrebbe poi confidato a qualcuno dettagli su quelle sensazioni orribili che l’avevano attraversata come un fulmine in quei rari momenti della notte nel corso dei quali era stata in grado di ricordare. Aveva avuto paura di morire, come mai nella sua esistenza. Non aveva mai creduto alle mistiche storie di confine tra vita e morte e non percepì nulla di simile alla sensazione di distacco tra anima e corpo; al contrario, ebbe la netta, precisa, indiscutibile paura che fosse proprio l’insieme di anima e corpo a vacillare, che non fosse possibile l’esistenza di un’anima disgiunta dal corpo, che l’anima era il corpo o viceversa, che insomma lei era un’unica, inscindibile entità. Lei, che aveva sempre sottovalutato l’importanza della sua carne, delle sue ossa, sacrificate a una pretesa e mai dimostrata superiorità dello spirito, si rese conto che quella dualità era una costruzione, che i suoi pensieri e segni non sarebbero sopravvissuti a un’eventuale morte del suo corpo.

Nel momento dell’estrema paura cercò un appiglio tangibile, qualcosa che la tenesse aggrappata all’unico mondo che era a sua disposizione. Afferrò il braccio di Paola e le disse: – Non voglio morire.

Le lacrime copiose non le impedirono di vedere Paola, con quel viso bonario che ispirava simpatia, con il naso leggermente schiacciato e i capelli disordinati, che la rassicurava: – Non muori, non temere, stai bene adesso. – Di Paola si fidava e già vederla sorridere la rincuorò. Nadia piangeva e tremava ma infine, quando ormai anche Paola era quasi sfinita dal sonno, si accorse di avere un urgente bisogno di urinare e, singhiozzando in un miscuglio di lacrime e risate, chiese all’amica di aiutarla ad andare in bagno. Quel gesto così naturale e quotidiano la fece sentire di nuovo viva e acconsentì, finalmente, a essere portata via dall’ospedale. Un anziano signore, che era stato anch’esso parcheggiato su una barella nel corridoio, la guardò con aria tra lo schifato e il pietoso, avendo assistito attonito a tutta la notta di Nadia.

Fu portata a casa da Paola e da Gianni, che la vide infilarsi nel letto con ancora addosso i jeans e il maglione nero con i quali era uscita. L’altra maglia, sporca di vomito, era rimasta nell’auto di Gianni, insieme con un foglio, il quale certificava, con linguaggio burocratico ineccepibile, che “era giunta alle ore 2 del 9 dicembre 2007 ed era stata ricoverata, per essere poi dismessa in seguito agli accertamenti di rito, che avevano rilevato un abuso alcolico”.

La mattina del 10 dicembre, rinvigorita da un’intera giornata passata a letto, Nadia si alzò. Voleva ringraziare a uno a uno i suoi amici, quelli ai quali si era aggrappato quando aveva stretto il braccio di Paola, ma si vergognava.

Uscì in strada con un libro in mano e il solito taccuino sul quale prendeva appunti. Si disse che avrebbe scritto qualcosa su quella notte che doveva servirle da monito. Non era la sola, in fondo, a non avere un uomo accanto, a sentirsi sola, ma poteva pur sempre contare sull’affetto di quelle persone che l’avevano aiutata e che lei aveva messo nella condizione di sollevarla dal terreno come fosse un oggetto. Sarebbe stata una mediocre se non avesse reagito a quella serata. Si sarebbe cercato un lavoro con maggiore impegno, pur nelle difficoltà generali che esistevano, avrebbe smesso di compiangersi, anche se avesse avuto ragione di farlo e soprattutto non avrebbe scordato quel momento di estrema paura, quando piangeva aggrappata al braccio di Paola.

Mentre si lambiccava con tali pensieri, vide sbucare, all’angolo della strada, Nicola, l’amico e il segretario della sezione, che lei non frequentava più da tempo. Lui era del tutto all’oscuro dell’accaduto.

– Allora, Nadia, che mi racconti? – le chiese sorridente.

– Che bello rivederti, ho temuto di non poterlo fare più, – rispose lei, sempre schiva, ma con un insolito raggiante sorriso.

Nel pronunciare quella frase, sentì un brivido di paura, che le passò non appena vide, tra le mani di Nicola, un libro.

– Allora, che è successo di così importante che temevi di non incontrarmi più? Ti sei fidanzata, hai trovato l’uomo giusto e volevi scappare? – la stuzzicò Nicola, che tanto avrebbe voluto vedere felice quella sua stramba amica.

– No, no, è successa una cosa più seria, ma è passata. Dopo te la racconto. Ma prima, perché non mi dici se “L’idiota” ti è piaciuto?

– Già, devo restituirtelo, hai fatto bene a ricordarmelo! Se mi è piaciuto? È stato qualcosa di più che un romanzo, – rispose Nicola.

Nadia, in quel momento, sentiva di essere vicina a ciò che mai, prima d’allora, aveva creduto di poter chiamare felicità.

 

P.s.: nella sezione dedicata gli altri “Frammenti da un camino”.

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2 pensieri su ““Pastis” (n. 21, da “Frammenti da un camino”)

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