Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il Mammoccione

Avevo paura solo di trovarmi di fronte al Mammoccione, quel giorno. Per il resto, mi ero alzato con il piglio giusto per affrontare quel colloquio di lavoro. Mi sentivo abbastanza sereno, perché nel corso degli anni avevo appreso che era inutile presentarsi ai selezionatori del personale con l’atteggiamento di chi già sa che sarà scartato per qualche motivo. Volevano la maschera della “Persona Che Crede In Sé Stessa”? E allora bisognava dargliela. Solo, però, che c’era la questione del Mammoccione, che s’insinuava perfida nelle mie più recenti convinzioni. Il Mammoccione non era né una persona, né un ente. Era un oggetto, che però aveva travalicato i suoi stretti confini per assurgere a simbolo. Tutto era nato quando, anni prima, ero stato chiamato per un colloquio presso un’azienda in un paese limitrofo al mio. Stupito del fatto che fossero stati loro a contattarmi e non il contrario, chiesi al telefono di cosa si trattasse, specificando di non essere interessato alla figura del rappresentante che vende “porta a porta”, specie se non fosse stato garantito un fisso mensile. All’epoca, ma forse anche adesso, l’unica cosa che sarei stato in grado di vendere, senza sentirmi falso, sarebbero stati i libri. Non sto dicendo che chi svolge quel lavoro sia falso, ma affermo che io sarei falso nel vendere un prodotto al quale non credo.

– Guardi, ci sono diverse figure all’interno dell’azienda, dal commerciale all’amministrativo, sarà a seguito del colloquio con il responsabile che sarà decisa la sua eventuale destinazione.

Ero abituato alla frase di rito, e comprendevo benissimo perché la ragazza al telefono non poteva spiegarmi nel dettaglio quale ruolo ricercassero, ma, considerando che si trattava di un luogo raggiungibile con facilità e senza troppo spreco di denaro e tempo, mi convinsi che valeva la pena vincere la perplessità derivante dall’eccessiva insistenza con la quale cercavano di convincermi ad andare al colloquio. A farla breve, di lì a poche ore mi trovai di fronte al Mammoccione. Io in realtà in Mammoccione non l’ho mai visto, così come Babbo Natale. La differenza è che il Mammoccione, anche se non ho mai avuto il piacere di stringergli la mano, esiste. L’azienda si rivelò essere una concessionaria per l’Italia del Mammoccione, un oggetto multi-uso, dal valore di qualche migliaia di euro, che mi proposero di vendere, porta a porta. Avrei guadagnato un fisso di poche centinaia di euro se avessi fissato oltre quaranta appuntamenti al mese, più una percentuale sulla vendita di ogni Mammoccione, impresa che ai miei occhi appariva titanica, anche volendo considerare qualche amico/parente che, svendendo i propri reni su Internet, si fosse mosso a pietà pur di consentirmi un minimo guadagno. Tornato a casa, indagai un po’ sulla questione, scartabellando qua e là sul web, e decisi che no, il Mammoccione non faceva per me.

Sul treno che mi stava conducendo a Frascati, il pensiero del Mammoccione non mi sfiorava nemmeno, sebbene temessi qualche altra forma d’insidia. L’annuncio, che avevo trovato su un giornale che reputavo serio, mi sembrava interessante. Una grossa azienda, con un bel nome di stampo internazionale, cercava diverse figure, ma soprattutto impiegati amministrativi. Mandai il curriculum e dopo qualche giorno mi telefonarono. Ormai svezzato da diverse esperienze, chiesi alla ragazza se per caso, dietro quell’annuncio, non si nascondesse anche stavolta una proposta di vendita “porta a porta”. Lei mi assicurò di no, che loro erano seri, anzi sembrò quasi offesa per la mia insinuazione. Le dissi che era sempre meglio specificare le cose, anche perché dovevo farmi tre ore e mezzo di mezzi pubblici per arrivare da loro e comunque mi sembrava corretto, da ambo le parti, chiarire subito quali fossero, a grandi linee, le carte in tavola.

Alla stazione di Frascati giunsi dopo oltre tre ore passate sui treni regionali e sui tram. C’era un binario solo, o forse erano due, tre, o quattro, ma a me sembravano uno solo. Ero molto malinconico, all’epoca, però quel giorno avevo indossato la maschera dell’ottimismo, che trasse nutrimento quando giunsi di fronte al cancello che delimitava l’azienda. C’era un florilegio di bandiere americane, inglesi, francesi, spagnole e altre. Temetti addirittura di non essere sufficientemente elegante per quel colloquio, per quanto dell’eleganza, già all’epoca, me ne fregassi altamente. Ero carico, comunque, pronto a dare il meglio di me, conscio che mi stavo giocando una buona opportunità. Il mio entusiasmo si smorzò un po’ quando, dopo essere stato accolto da una gentile ragazza all’ingresso, che mi chiese chi ero e perché fossi lì, notai, seduti su comodi divanetti della sala d’attesa, almeno altre sei – sette persone. La curiosità reciproca ci fece preso scoprire che tutti avevamo appuntamento alle 9.30 o poco dopo. Il mio sospetto crebbe, ma, quasi per fugarlo, ipotizzai che ci fossero diversi selezionatori, magari ciascuno per un settore dell’azienda.

Poco dopo i sospetti divennero più corposi, nel costatare che la durata media del colloquio era di circa tre minuti. “O sono dei geni, oppure degli idioti”, pensai. Non avevo ipotizzato ancora che potessero essere, loro come me, vittime del Mammoccione. Come nei peggiori incubi, il Mammoccione si materializzò davanti a me all’improvviso, sebbene mascherato da ciarliera e avvenente selezionatrice che, non appena entrato, mi strinse con vigore la mano, m’invitò ad accomodarmi sulla comoda poltrona e mi fece due domande di prammatica sulla mia provenienza. Poi, e ricordo quel momento come fosse adesso, mi spiegò che loro erano “una concessionaria autorizzata a commercializzare in Italia il Mammoccione”. Restai basito, forse sbiancai, certo non ebbi la forza, che adesso dovrei domare, di ribaltare quel tavolo che ci divideva. Lei parlò per un altro minuto, ma ormai io, con la mente, ero altrove, stavo pensando alla tristezza di un binario solitario, più triste di me, e quindi intuii soltanto le sue parole, che somigliavano a quelle che già avevo udito in passato. Declinai l’offerta e me ne andai, resistendo alla tentazione di insultare qualcuno lì presente, perché mi rendevo conto che quella selezionatrice e quella al telefono erano solo ruote di un carro che avrei dovuto attaccare altrove. Non sarebbe servito a nulla, inoltre, se non a farmi aumentare la produzione di bile.

Uscito dal cancello, mi misi in attesa dell’autobus che mi avrebbe riportato alla stazione di Frascati e poi, dopo altre tre ore e mezzo, di nuovo a casa. Per scacciare il Mammoccione dalla mia testa, mi tuffai in un libro. Le mie preoccupazioni circa la mia ineleganza svanirono. Guardai la mia immagine riflessa in uno specchio, sorrisi nel vedermi lì, in un posto qualunque del mondo, da solo, senza lavoro, con un libro meraviglioso tra le mani, ma soprattutto lontano dal Mammoccione.

P.s.: nell’apposita sezione, gli altri “Racconti ingabbiati”.

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11 pensieri su “Il Mammoccione

  1. bellissimo! Fa parte di un romanzo o è una pagina sparsa?

    • Grazie. 🙂
      Pagina molto sparsa. Uno “status” facebook scritto qualche mese fa (e sì, il mio “io” si esibisce anche lì) e rielaborato stamattina.

      • inseguendofolliossimori in ha detto:

        Antonio, ti posso cercare su Facebook? Se sì, cosa devo cercare???

      • Guarda, nella sezione “Contatti” del blog c’è il link alla mia pagina facebook. Tieni presente che lì deliro ancora di più, ahahah….

  2. Bella scrittura. Bel racconto.
    Luna

  3. Bel racconto.. troppo veritiero! c’era un tempo in cui ci stupivamo del perche ai numerosi curriculum inviati, nessuno ci richiamasse! Bei tempi! Ora, come te, ci ritroviamo ad affrontare colloqui senza un senso, per lavori che casualmente al telefono non si possono spiegare! Che poi gli annunci sono così scritti nel dettaglio, cosi speranzosi.. mah… ti fanno fare km e km per poi sentirti dire sempre le stesse cose!

    • Purtroppo il racconto è vero dalla prima all’ultima parola, tranne che per la parola “Mammoccione”, la quale, a essere sincero, non so nemmeno io perché mi è venuta.
      L’argomento è serio, ho cercato di sorriderci un po’ su, anche se non c’è granché da ridere.
      Grazie per il complimenti. 🙂

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