Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Non aprite questa bottiglia.

tappi

Avevo deciso di passare la notte sugli autobus, poiché non avevo trovato chi volesse venire con me al concerto e poi ospitarmi a casa sua. Decisi, però, di facilitare il lavoro a coloro che, eventualmente, si fossero poi dedicati a cercarmi, nel caso fossi stato inghiottito dalla notte romana. Lasciai, quindi, un foglietto sul quale c’erano tutte le indicazioni per giornalisti, investigatori e cani segugio che sarebbero stati sguinzagliati al mio seguito. L’ipotesi che a nessuno potesse interessare della mia scomparsa, pure non così improbabile, l’accantonai, in un impeto di ottimismo.

Sarei stato visto per l’ultima volta all’uscita del locale, a Roma, dove mi ero recato, domenica 18.12.2011, per assistere al concerto dei Verdena. L’ultimo avvistamento sarebbe avvenuto, per la precisione, alle 0.30 circa del 19.12.2011, dopo di che bisognava ipotizzare eventuali movimenti, tenendo conto che la sparizione poteva essere avvenuta in ciascun anfratto delle vie elencate nei miei appunti. Si sarebbe ipotizzato, nella postuma ricostruzione giornalistica, che potevo essermi avviato lungo Viale Oceano Atlantico. Poi, prima dell’Ospedale Sant’Eugenio, avevo svoltato a sinistra in Via Rhodesia. Giunto in Piazzale dell’Umanesimo, avevo imboccato Via del Caucaso, e in seguito Via dell’Arte, percorrendola fino all’incrocio con Via dell’Aeronautica. A quel punto, l’ipotesi più probabile sarebbe stata che avessi preso il notturno n. 777 (Beata Vergine del Carmelo), con l’intenzione di restare sullo stesso, fino a poter giungere alla Stazione Termini per immettermi sul Regionale n. 12293 da Roma, con l’intenzione di giungere a Formia alle ore 6.20 del mattino.

Si sarebbe detto, per facilitare il riconoscimento da parte degli zelanti spettatori smaniosi di contribuire al mio ritorno all’ovile, che indossavo occhiali con la stecca rossonera, un giubbotto verde, che portavo con me uno zainetto bianco e grigio, e che con ogni probabilità al momento della scomparsa stringevo tra le mie mani “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più” di David Foster Wallace. Qualcuno, nei resoconti, avrebbe persino specificato la casa editrice del romanzo, quale elemento utile alle indagini. Qualcun altro sarebbe andato in tv, oppure sarebbe stato intervistato dai giornali, o ancora meglio avrebbe fatto circolare la mia foto su facebook, allegando un appello accorato, con l’invito a tornare, perché, dopo tutto, avrebbero scritto “ti abbiamo voluto e ti vogliamo bene, ci manchi tanto e senza di te la nostra vita non è più la stessa, e poi pensa che proprio il giorno della tua scomparsa ti sono arrivate due proposte di lavoro e ben sette, dicasi sette, proposte di matrimonio/fidanzamento/copula selvaggia” (su quest’ultimo punto si sarebbe valutato bene il grado di credibilità, onde non insospettirmi sulla veridicità dello stesso). Spente le telecamere, la conduttrice e colui (o colei) che aveva fatto l’appello si sarebbero potuti dare alla prima “orgia” organizzata nella più vicina finta villetta abusiva mascherata da azienda agricola.

Tutto questo sarebbe potuto accadere, ma non accadde, perché non mi persi, trovai ospitalità per la notte e risparmiai ai miei conoscenti lacrime e appelli. Quella sera, però, si rivelò interessante per un altro motivo. Mi godevo anche l’attesa del concerto e lì, aspettando solitario che toccasse a me oltrepassare il primo filtro all’ingresso, trascurai persino le malinconiche considerazioni sulla mia solitudine, che contrastava con la vivacità dei gruppetti giovanili e soprattutto con le più o meno velate effusioni delle coppie, legate dalla musica e ancor più dalle labbra. Più tardi, nel corso del concerto, mentre urlavo un ritornello, avrei sentito una più sottile e pungente stilettata al mio apparato cardiaco, ipotizzando con chi avrei potuto trovarmi al concerto. Invece, ero solo e alle 20.00 – 20.30 circa arrivò il mio turno. Superai quella prima barriera e, a passo lento, quasi per godermi meglio il tutto, mi avviai verso le porte del locale, preceduto da diverse ragazzine che volevano accaparrarsi i posti più vicini al palco e che, per questo, avevano appena battuto, pur senza i crismi dell’ufficialità, il record mondiale dei cento metri piani. Mi avvicinai alle transenne per sottopormi al secondo e ultimo controllo del biglietto. Sulle spalle, avevo lo zaino stracolmo, con tanto di ombrello, guanti per la notte che si prevedeva all’agghiaccio e David Foster Wallace. L’addetto, gentilmente, mi chiese se avessi con me delle bottigliette d’acqua. Ne avevo due e sospettai di doverle lasciare fuori. Le estrassi, stavo per riporle a terra, ma lui mi disse che voleva solo i tappi, perché era “uno spreco buttare l’acqua”. Gli feci notare che portarmi dentro due bottiglie d’acqua senza tappo era alquanto strano. Mi rispose che mi sarei potuto far dare dei bicchieri. Non capii il nesso tra la mia affermazione e la sua risposta. Il mio problema non era come bere l’acqua dalla bottiglia, ma come evitare che fuoriuscisse indebitamente. Insistetti per lasciare tutto lì, ma lui, sorridendo, ribadì di volere solo i tappi. Mi arresi all’evidenza e gli lasciai i preziosi oggetti di plastica.

Entrai, con una bottiglietta piena e l’altra a metà, entrambe prive di tappi. Cominciai a interrogarmi. Motivi di sicurezza? Forse, ma la cosa non mi convinceva, perché una bottiglia piena, sebbene senza tappo, può far male egualmente, anche al netto delle perdite d’acqua in volo nel caso di un eventuale lancio. Guardai le bottigliette, manco fossero due occhi romantici da conquistare, e decisi che dovevo berle subito, altrimenti mi sarebbero state d’intralcio. In quanto a buttare l’acqua, non se ne parlava. Me le tracannai, pur non avendo sete. Un atto gratuito e assurdo. Ripensai al perché. La sicurezza non c’entrava, solo un bambino poteva pensarlo, e infatti io, che in quei giorni avevo subito un regresso allo stato infantile, l’avevo pensato.* Nello zaino, entrato al mio seguito senza alcun controllo, potevo avere un machete o una molotov, oltre che dei tappi di riserva. Ipotizzai anche una raccolta benefica di tappi, un’iniziativa di riciclo, ma non ero convinto nemmeno di questa teoria. Lo avrebbero detto, presumo. Quando finii di bere, trovai una personale e forse maligna risposta al quesito. Ero rimasto senz’acqua e se avessi avuto sete, nel corso del concerto, avrei dovuto pagare l’acqua, o più probabilmente la birra. Alla frase “l’acqua è un bene prezioso” avrebbe dovuto aggiungere una postilla: “e, quindi, se vuoi bere qui dentro, devi pagare”. Entrai. Mi godetti tre ore di musica e non bevetti alcunché; nonostante la mia sguaiata voce avesse avuto modo di esercitarsi nel canto, non ebbi mai sete.

All’uscita, vidi delle bottigliette a terra, poi uscii e cominciai a percorrere le strade che avrebbero dovuto portarmi alla fermata del notturno. Il piano, a quel punto, era mutato, rispetto a due giorni prima. Avevo trovato ospitalità. Dovevo, comunque, prendere lo stesso autobus, ma poi effettuare un cambio e raggiungere due gentili amici che avevano salvato me dalla notte e la nazione dagli appelli accorati dei miei cari. M’incamminai con la mappa in mano, dal luogo del concerto alla prima fermata utile c’era da camminare un bel po’. Pensavo, vista la collocazione del concerto, che la gran parte degli spettatori si fosse recata lì in auto, e che pochi avrebbero preso i mezzi, specie al ritorno. Il sospetto era solo parzialmente fondato. Ero partito a testa bassa, perché non volevo giungere troppo tardi a casa dei miei amici (nonostante ciò, sarei arrivato solo alle 2.30), e per questo motivo non mi ero accorto di essere diventato, a mia insaputa, una sorta di guida per un gruppo di persone che mi seguivano, forse anch’esse dubbiose sull’effettiva collocazione della fermata. A un bivio, alcuni ragazzi, che poi scoprii essere molisani, mi si avvicinarono e scambiarono due parole con me per capire se stavamo percorrendo la strada giusta o se stavamo vagando a vuoto. Tirai fuori la mappa dalla mia tasca e si convinsero dell’attendibilità della stessa, nonostante fossi proprio io a nutrire scarsa fiducia nel percorso ipotizzato. Alla fine, la fermata la trovammo e, prima di salutarci, ebbi modo di scambiare con quei ragazzi alcune opinioni su gruppi musicali che piacevano sia a loro sia a me. Più di una volta, però, fui tentato di chiedere loro un parere sulla storia dei tappi. Mi astenni dal farlo, perché ritenni opportuno non togliere il tappo alla bottiglia della mia latente follia, della quale in Molise non era ancora giunta notizia. Questo racconto colma la lacuna.

*Eppure leggo che sul web questa è tuttora l’ipotesi più accreditata. I bambini, talvolta, la sanno lunga. Se poi qualcuno ne sa di più, è pregato di farmelo sapere, sebbene la verità possa rendere il mio articolo più assurdo e irrilevante di quanto già non è (anzi, a pensarci bene, chi sa taccia).
Gli altri racconti ingabbiati sono reperibii qui.

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7 pensieri su “Non aprite questa bottiglia.

  1. Io ai concerti ho preso l’abitudine di svitare il tappo e metterlo in tasca prima di passare il controllo. Faccio vedere la bottiglia, poi una volta dentro rimetto su il tappo.

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