Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Da ectoplasma a disoccupato

Il passaggio dallo stato di ectoplasma a quello di disoccupato mi provoca sempre una certa emozione, e anche stavolta l’evento, per quanto rimandato e atteso, non mi ha lasciato indifferente, regalandomi brividi sulla schiena che avrei preferito provare in altra maniera, ma che, in assenza di meglio, sono valsi a colorare una grigia giornata invernale. Allo stato di ectoplasma ero giunto qualche mese fa, quando mi ero scordato di recarmi al Centro per l’Impiego a rinnovare l’allora stato di disoccupazione, che avevo raggiunto a seguito dell’ennesimo periodo lavorativo a termine.

La normativa che regola questi passaggi di stato dice che al termine di ogni rapporto di lavoro, sia a tempo determinato sia indeterminato, bisogna recarsi al Centro per l’Impiego, nel termine di sessanta giorni dalla cessazione dall’attività lavorativa. Questo è il passaggio dallo stato di occupato a quello di disoccupato. A quel punto, inizia la maturazione dello stato stesso, che potrà portarci ad accumulare anche anni di disoccupazione, con i fini che vedremo tra poco. Nel caso qualcuno di buon cuore vi offrisse un lavoro, e persino un contratto, non dovrete recarvi al centro per comunicare l’avvenuta assunzione, tale compito spetterà all’azienda che assume. Se, però, com’è più probabile, nei sei mesi successivi nessuno vi assumerà, dovrete recarvi nuovamente al Centro per l’Impiego, per rinnovare il vostro glorioso stato, pena la perdita dello stesso e azzeramento del cumulo di mesi maturati. Questa è la fase in cui potrete passare dallo stato di disoccupato a quello di ectoplasma.

Lo stato di ectoplasma è di difficile definizione giuridica, ma è molto affascinante. Come ectoplasmi, non siete né lavoratori, né disoccupati né inoccupati. Non siete. O meglio, siete ectoplasmi, e ciò vi basti. Essere ectoplasma comporta indubbi vantaggi, tipo il potere di attraversare i muri o infilarsi furtivamente nelle camere per osservare da vicino le beltà di succinte signorine. Vi assicuro, però, che il mio ritorno a tale stato non fu per motivi libidinosi, ma causato dalla pura dimenticanza. Da occupato a disoccupato, da disoccupato a ectoplasma, questa la mia metamorfosi in un anno. Anche l’essere ectoplasmi, però, alla lunga stufa e così stamattina mi sono deciso a tornare al Centro per l’Impiego, a mettere la mia firmetta e tornare a essere riconosciuto come disoccupato. Nel farlo, però, ho pensato a un paio domande da porre, sebbene consapevole che l’impiegato allo sportello non è responsabile delle leggi che regolano la faccenda ectoplasmatica.

Dopo aver assistito a un litigio tra due addetti, che si rimpallavano un utente dando sfoggio di pregressi screzi che in questa sede poco ci riguardano, ma che comunque hanno vivacizzato la breve attesa, arriva il mio turno. La faccio breve. Le mie due curiosità sono legate tra loro, e a dirla tutta conosco già la risposta, pur non avendo indagato a suon di ricerche giuridiche internettiane. La prima è: per quale motivo, dopo aver comunicato la perdita della mia occupazione, io devo tornare dopo sei mesi, pena la perdita dello stato di disoccupazione e il passaggio a quello di ectoplasma? La seconda: i mesi di disoccupazione maturata a cosa servono?

L’impiegato è affabile e conferma le mie supposizioni, aggiungendo di pensarla esattamente alla mia maniera. Avevo ipotizzato che il colloquio ogni sei mesi, necessario per conservare lo stato di disoccupazione e non passare a quello di ectoplasma, potesse essere legato a una presunta valutazione circa la disponibilità al lavoro, o meglio, circa la volontà del disoccupato di attivarsi, di non lasciarsi marcire su un divano di casa o sotto un ponte. Per la serie, se tu torni qui tra sei mesi, non solo mi dimostri che sei ancora disoccupato, ma mi fai capire anche che non ti stai crogiolando in quella situazione, ma sei attivo, propositivo, voglioso di tornare a lavorare, insomma, non aspiri a fare l’ectoplasma per guardare le donne senza essere visto. L’impiegato, per l’occasione trasformatosi in un mio fratello maggiore, e in questo certo facilitato dalla sua posizione più comoda, mi dice che è totalmente d’accordo con me sull’assurdità della normativa. Aggiunge, però, un aspetto. In linea teorica, tornare lì ogni sei mesi dovrebbe servire non solo a certificare di diritto uno stato di fatto (la disoccupazione), ma anche e soprattutto a sostenere un colloquio nel quale valutare le capacità dell’iscritto e le eventuali offerte di lavoro confacenti allo stesso. La teoria, come si sa, è diversa dalla pratica, e la pratica ci dice che le aziende licenziano, non assumono, quindi il colloquio semestrale si rivela essere una mera certificazione del già noto, che, soprattutto in un’era che si definisce tecnologica, dovrebbe essere o evitata oppure fatta da casa.

Nello specifico, per raggiungere il Centro per l’Impiego, ho comunque impiegato una mezz’ora e fatto sprecare della benzina a mio padre (che doveva recarsi lì anche lui, altrimenti avrei comunque speso soldi in mezzi pubblici). Soldi a parte, in quella mezz’ora, avrei potuto fare altro, magari inviare qualche altro curriculum, o più probabilmente, restando ectoplasma, spiare le donzelle. Alla seconda domanda qualcuno mi aveva già dato una risposta, che ai miei occhi aveva un alone leggendario. Sempre in teoria, l’impiegato mi ha confermato che avere, per esempio, settanta mesi di disoccupazione maturata invece che due, possa essere un vantaggio per l’azienda che dovesse assumerti (occhio, i tirocini e molte altre forme di contratti para-ectoplasmatici in voga al giorno d’oggi, non comportano la perdita dello stato di disoccupazione). Siccome, però, abbiamo già detto che la pratica vince sulla teoria, ecco che l’impiegato mi spiega che anche il sudato accumulo di mesi da disoccupato si risolve essenzialmente in un nulla di fatto.

La storia potrebbe continuare. Potrei narrarvi il seguito del colloquio, nel corso del quale, a tirare le somme, l’impiegato mi ha spronato a fare la rivoluzione, pacifica ma pur sempre rivoluzione. Ma questo richiederebbe un altro e più serio articolo, che mi guardo bene dallo scrivere. Preferisco, per oggi, attenermi ai risultati ottenuti. Ho risolto i miei dubbi, che poi tali non erano, avendo la conferma della perfetta inutilità del colloquio semestrale. Ho perso lo stato di ectoplasma e riacquistato quello da disoccupato, perdendo, però, i mesi che avevo accumulato in precedenza. Sotto il profilo lavorativo non è cambiato nulla, quindi, so benissimo che il lavoro bisogna cercarlo in modi più convinti, diretti, seri e via dicendo. Il vero scopo di quest’articolo, in fondo, è celebrare, mestamente, ma perdita dei poteri da ectoplasma. Non appena tornato in strada, infatti, ho capito che da oggi non potrà più attraversare furtivo le parte, mi toccherà bussare, e sperare di apparire, agli occhi delle gentildonne, attraente almeno quanto lo ero da ectoplasma.

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10 pensieri su “Da ectoplasma a disoccupato

  1. A dire il vero i centri per l’impiego sono di per sé luoghi ectoplasmatici e inconsistenti.
    Sorge un dubbio: meglio disoccupati o ectoplasmi?

    • Ho sorvolato su diverse questioni per non rendere melodrammatico l’articolo.
      Seriamente, quel pezzo di carta attenstante la disoccupazione serve per non restare fuori da eventuali iniziative (tipo, se non fossi risultato disoccupato, non avrei nemmeno potuto fare due tirocini in passato).
      Detto ciò, meglio ectoplasma. 🙂

      • Ahimè, conosco anche troppo bene la burocrazia nazionale su disoccupazione e inoccupazione… Quando lavoravo a ritenuta di acconto, a termine contratto risultavo inoccupata e non disoccupata, tuttavia mi toccava la medesima trafila.
        🙂 forse si, meglio ectoplasma! 😉

  2. Che amarezza, spero seriamente che la scrittura posso dare asilo a questo mondo storto e magari redimerlo!

  3. Non ci rimane che la scrittura. O la fuga. O filmare le suddette succinte signorine e vendere i loro video in Messico o qualche altra località fica nel quale poi vivere (a me in realtà piace il freddo, tipo il Canada o i Paesi del Nord, ma dopo Airport Security ho un po’ paura).

  4. Hai ragione non ci avevo mai pensato a che senso possa avere dichiarare lo stato di disoccupazione!
    Le trafile ai centri per l’impiego sono la peggior maledizione da augurare a qualcuno.
    La cosa che ho sempre trovato buffa (con tutto il rispetto per chi ha problemi fisici) è che molti addetti seduti dietro alle scrivanie dei centri per impiego della mia città sembrano persone normalissime, poi appena si alzano vedi che sono storpi zoppicanti e allora capisci per quale ragione siano stati assunti dalla provincia!

    • Su quest’aspetto non so che dire, può darsi ci siano dei posti riservati, come in altri settori.
      Ribadisco, come scritto nell’articolo, che la mi attesa è stata breve e che l’impiegato, nei limiti di ciò che poteva dirmi, è stato affabile, non scontroso come è capitato con altri.
      Resta il senso di assurdo. Mi auguro di trovare lavoro prima, ma se così non fosse, dover ritornare entro il 5 di agosto lì, lo trovo veramente ridicolo.

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