Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La stanza

La stanza appare essere un’aula scolastica, ci sono sedie e banchi verdi, disposti in modo da formare una sorta di grande ferro di cavallo, con tre file, ciascuna parallela a un muro della stanza. Nel rimanente lato di quel quadrilatero c’è la cattedra. Al centro dell’aula ci sarebbe spazio, se non fosse per la folla accalcata attorno a lui, che rende angusto quell’intervallo di mattonelle.

Sta male lì, per niente a suo agio, avverte di essere fuori luogo e non sa perché si trova lì. Gli altri presenti, a turno ma con foga, si avvicinano ai banchi per prendere cibo e bevande. Osservando i comportamenti altrui, deduce di trovarsi a una festa di compleanno o qualcosa del genere, solo che non ricorda di aver ricevuto inviti nei giorni precedenti. Gli altri sembrano felici, sorridenti, estatici, sazi di dolciumi e di birra, tutti socievoli, brillanti e sagaci. Lui si sente solo in mezzo a una folla, costretto a stare lì senza sapere perché e senza intravedere una via di fuga. All’improvviso, qualcuno lo tocca sulla spalla destra.

Si volta e vede lei. La sua presenza lo rinfranca, non si sente più completamente solo. Lei sembra sorridergli. Un breve squarcio di serenità lo attraversa; poi, muovendo il volto con lentezza innaturale, osserva il viso della ragazza. Quello che vede lo atterrisce. La sensazione è di apparire, ai suoi occhi, come un morto che cammina, o qualcosa che si sta dissolvendo senza accorgersene. Negli occhi di lei si vede, scruta l’immagine di sé che appare agli altri. Il sorriso della ragazza si spegne, le pupille perdono lucentezza e lui percepisce di essere causa di quei processi. Adesso la faccia di lei rappresenta solo pietà e angoscia. Le si avvicina e scorge una lacrima che le scende sulla guancia destra. In un estremo e inutile tentativo di negare a sé stesso ciò che ha compreso, le chiede: – Cosa c’è? Qualcosa non va?

Lei non risponde. Lui insiste: – Problemi a casa o col tuo ragazzo?

Patetico tentativo di negare l’innegabile. Lui sa che lei sta piangendo per lui. Poi lei sussurra: – No, non ti preoccupare, non va tutto al meglio ma il punto non è questo.

Lui è confuso, non sa cosa pensare di tutto quel che accade lì dentro.

Lei gli si avvicina e lo prende per un braccio; il contatto lo scuote, avverte di non meritare nemmeno quel semplice gesto. Perché lei ora l’ha preso sotto braccio se lui, che pure sosteneva di amarla, non l’ha mai fatto?

I due camminano lenti, fendendo la folla. È lei che guida. Non parlano, lei perché non ha parole per consolarlo, lui perché paralizzato da un’illusoria e momentanea beatitudine.

Lei si ferma. – Devo andare, lo sai anche tu che non posso restare qui, il mio posto non è accanto a te e in verità non ci sono.

– Ti voglio dare la lettera di cui ti parlavo, – risponde lui, in maniera meccanica. Non sa nemmeno lui a quale lettera si riferisce.

– Non darmela.

L’aria nella stanza, all’improvviso, è diventata gelida.

– Perché non dovrei dartela? – le chiede angosciato.

– Le lettere sono preghiere laiche. Mi metteresti in condizione di doverti rispondere. Alle preghiere non si risponde, dovresti averlo appreso da tempo.

– Tu non senti questo freddo?

– No.

– Perché non vuoi la lettera? L’altro giorno eri entusiasta all’idea di riceverla, – domanda affranto, cercando di ricordare perché voleva darle la lettera e qual era il contenuto della stessa.

– Non sai cosa dici, – risponde laconica lei, toccandosi i capelli.

– Non vorrai negare quel che ci siamo detti.

– Non nego ciò che non è esistito. – Adesso lei è quasi spazientita.

– Non ti capisco, che vuoi dire?

– Semplicemente, non sono come credi. Di più, non sono chi credi.

Lei fa uno scatto in avanti, gli prende il volto tra le mani e lo bacia sulla bocca, con ardore. Poi si stacca e s’incammina verso l’uscita. Lui vorrebbe seguirla ma non riesce a muoversi. Lei scompare tra la folla. Non c’è più. Lui si ritrova, di nuovo, alle prese con la terribile sensazione d’angoscia, solo in mezzo a una folla.

Osserva gli altri presenti e si accorge che sono loro che stanno osservando lui. Ridono e lo indicano. Non capisce cosa dicono, alle sue orecchie giunge solo un vociare assordante e confuso. La testa sembra esplodergli, deve fuggire da quel posto. Cerca con gli occhi lei o almeno qualcuno che possa indicargli la porta dell’uscita. Sente che sta per piangere. Prova a muoversi ma non ce la fa, non ha alcuna forza fisica per farlo. Sente solo la sua mente che lo divora. Prova a urlare la sua disperazione, apre la bocca ma non esce alcun suono, le parole gli rimbalzano in testa, assordanti, rimbombanti. La vista gli si annebbia. Cade a terra.

P.s.: ricordo che, al risveglio, ero felice, perché vivo. Scrissi questo racconto ingabbiato, che ho ritrovato stamattina. Gli altri sono nell’apposita sezione.

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