Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Promesse” (n. 20, da “Frammenti da un camino”)

(Ho ritrovato, nel camino, quanto segue. Dopo averlo limato e soprattutto falcidiato, ma comunque non abbastanza, lo aggiungo agli altri frammenti già pubblicati quassù. Il titolo è quasi casuale)

Alle 9:10, giunto alla stazione Termini, Ivano, proveniente dal deserto provinciale, restò colpito dalla folla brulicante. Presa la metropolitana, ricordò che sarebbe dovuto scendere alla fermata “Lepanto” e percorrere un tratto a piedi fino a Piazza Mazzini. A destinazione, ammirò il cavallo di mamma Rai, prima di avventurarsi nel bar che gli era stato segnalato via telefono. Alle 10:15 entrò nel locale, che subito gli parve sfarzoso. Era perplesso, perché non sapeva come riconoscere, tra gli avventori di quel posto, il suo interlocutore, con il quale avrebbe dovuto sostenere il colloquio. Telefonò e gli fu detto di aspettare pochi minuti. Non sospettava di trovare una decina di ragazzi e ragazze che, come lui, avevano risposto a quell’annuncio. Timido com’era, si senti a disagio all’idea di essere costretto a parlare di fronte ad altri, ma ben presto si avvide, scambiando qualche impressione con gli altri presenti, che anche loro avevano le sue stesse perplessità. Il tutto era avvolto da un certo mistero.

La curiosità collettiva fu appagata dopo qualche minuto, quando entrò il signor Mario Losi, un uomo di mezz’età, in abito elegante, che prese la parola per non mollarla più. Si presentò come il futuro direttore del giornale, spiegando che lo stesso sarebbe stato la voce di un’Onlus dedita alla diffusione dell’arte e della cultura. Queste parole furono musica per le orecchie di Ivano, il quale non chiedeva di meglio che poter scrivere; restava da chiarire quale fosse il tipo d’impegno richiesto, nonché l’eventuale retribuzione. Quando toccò a lui presentarsi, domandò se fosse necessaria una presenza assidua a Roma. – Guarda, io meno ti vedo e meglio è, però se ti chiedo un articolo, deve essere un articolo come si deve, non so se sono stato chiaro. – rispose il signor Mario con fare ironico.

La presenza al giornale era necessaria solo il sabato mattina, poiché bisognava riunirsi per valutare gli articoli, assegnare le rubriche e così via; per il resto, visto che si trattava di un settimanale, il rapporto poteva benissimo svolgersi via mail. Alla fine della mattinata Ivano era contento: il signor Mario gli aveva chiesto di scrivere un pezzo, di mandarglielo via mail e di richiamarlo in settimana per sapere se avrebbe dovuto ripresentarsi il sabato successivo o meno. Il suo era un entusiasmo da ingenua inconsapevolezza. L’idea di scrivere, sia pure su un giornale a diffusione locale, lo stuzzicava, e poi, una volta tanto, qualcosa sembrava smuoverlo dall’aria paludosa nella quale la sua pigrizia e le circostanze lo imprigionavano.

Oltre alla questione del giornale, quella giornata fu molto importante per lui, perché aveva respirato l’aria della capitale, i suoi monumenti impregnati di storia, di grandezza, di una maestosità che lo aveva elevato dalla grettezza nella quale si era sentito chiuso per anni. I ragazzi e le ragazze incontrati in quel bar gli erano parsi tutti intelligenti, aperti, curiosi; nel giudicarli, era certo condizionato dall’umana predisposizione a conferire fascino alle novità. Più di tutto, era curioso di sapere se l’avventura sarebbe proseguita e in quali forme. Tornato a casa, mandò un messaggio a Lara. Senza addentrarsi nei dettagli, le scrisse che, se le cose fossero andate bene, sarebbe andato a Roma tutti i sabati e avrebbero potuto incontrarsi più spesso. Poi si mise al lavoro e non avendo ricevuto un tema particolare su cui scrivere, gettò giù un articolo sull’importanza della lettura. Inviata la mail con l’articolo, si ripromise di telefonare al signor Mario il venerdì successivo.

Nei giorni seguenti, riprese, come suo solito, l’alternanza tra lettura e scrittura. Aveva iniziato a leggere “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, opera che costituì, per lui, un tassello fondamentale nel percorso d’autoanalisi che stava compiendo. Come Proust, anche lui cercava di rivedere avvenimenti del suo recente passato e una volta isolati dalla matassa dei ricordi, li sottoponeva a una rilettura minuziosa. Tutto ciò lo aiutava anche nella scrittura, perché riusciva a comprendere meglio ciò che doveva conservare e ciò che, invece, era da scartare perché palese frutto della sua immaturità. Lavorava sui pensieri più cupi, facendone materia malleabile che cercava di trasferire sui fogli. Quel meccanismo gli appariva virtuoso; leggendo, scavava dentro di sé, coglieva aspetti di sé che da solo non avrebbe rilevato e che, una volta estrapolati, riversava nelle pagine che scriveva, che prendevano corpo sotto i miei occhi a un ritmo insolito per lui.

Il venerdì chiamò Mario per avere notizie e sapere se ripresentarsi o no alla prevista riunione del sabato.

– Pronto, chi è? – chiese il direttore, con la sua inflessione romanesca.

– Pronto, signor Mario, sono Ivano Luci, la chiamo per chiederle se domani dovrò venire oppure no.

– Certo, vieni, l’appuntamento è allo stesso posto, porta una foto-tessera, il tuo curriculum e un foglio con la stampa dell’articolo che mi hai inviato via mail.

Il giorno seguente si recò all’incontro; notò che alcuni dei ragazzi erano gli stessi della settimana precedente, altri erano nuovi. Negli sguardi di questi ultimi rivide la curiosità che aveva provato la settimana precedente. Immensa fu la sua sorpresa, però, quando vide entrare, trafelata e un po’ bagnata dalla pioggia che quel giorno cadeva fitta, Lara. L’aveva conosciuta due mesi prima, scendendo da un autobus all’Eur, quando lei gli aveva chiesto quale fosse il percorso per andare alla Fiera del Libro e lui, che stava andando proprio lì, l’aveva accompagnata volentieri, essendo anch’egli giunto lì da solo. Quel giorno avevano scoperto di avere gusti letterari affini, ma soprattutto gli era parso di conoscerla da sempre. Si erano scambiati i numeri di telefono e ripromessi di sentirsi, ma la timidezza, dell’uno e dell’altra, aveva impedito che la loro conoscenza potesse svilupparsi con maggiore rapidità. Rivederla lì, pochi giorni dopo averle mandato quel messaggio nel quale si augurava di poterla incontrare con più frequenza, lo sorprese. Scoprì che anche lei era stata attratta lì dallo stesso annuncio di lavoro, e si sentì persino in colpa per non averla messa al corrente dell’opportunità; poi, quasi a volersi costituire un alibi per quella che sentiva essere una sua mancanza nei confronti della ragazza, le disse che era stupito di vederla lì, a cercare lavoro in un giornale.

– Perché ti stupisce? – chiese lei, mentre si attendeva l’arrivo del signor Losi e l’inizio della riunione.

– Perché tu scrivi bene e saresti sprecata.

– Sprecata?

– Ho letto i racconti che mi hai mandato. Volevo scriverti le mie impressioni nei prossimi giorni. Lo farò, ma ti dico sin da adesso che invidio la tua abilità nella scrittura. Tu scavi, affronti le tue paure, non ci giri attorno come faccio io. Tu non sei destinata a scrivere articoli di cronaca. Tu sei una scrittrice.

– Anche una scrittrice, ammesso poi che io sia tale, deve mangiare – sorrise Lara.

A Ivano, in quel momento, tutto appariva meraviglioso, non c’era traccia della sua solita malinconia. La sua mente solcava orizzonti insoliti e tutto quel che accadeva non avrebbe neanche lontanamente pensato di poterlo vivere. Ora, poi, c’era anche Lara, con la sua intelligenza, la sua bellezza pudica ma al tempo stesso sensuale. In quel momento, solo un pensiero gli fu antipatico. Si ritrovò a fare stupidi paragoni tra Lara, le ragazze che erano lì e alcune di quelle per cui, in passato, aveva perso la testa, e questo raffronto lo portò a giudicarsi con eccessiva severità, tanto che fu una scossa quando Lara, toccandolo sul braccio, gli chiese a cosa diavolo stesse pensando.

Il direttore arrivò e iniziò l’analisi degli articoli, dopo la presentazione dei nuovi arrivati, tra i quali Lara. Il signor Losi consigliò a Ivano di evitare troppi svolazzi poetici. Lui, beninteso, li apprezzava, definendosi poeta oltre che giornalista, ma aggiunse che il lettore medio della poesia non avrebbe saputo cosa farsene. Ivano, comunque, ebbe la conferma di poter continuare la collaborazione, anche se ancora non gli era chiaro l’argomento di cui avrebbe dovuto occuparsi; aveva in mente di scrivere storie su sportivi, però per quelle prime settimane si occupò d’altro. Si trattava di articoli di prova, per un fantomatico numero zero che tardava a essere stampato. Alcuni ragazzi, più avvezzi di altri a certe dinamiche, cominciarono a insinuare dubbi sul signor Losi e sulle effettive finalità di quelle riunioni. Pareva loro che il direttore attirasse un po’ troppo l’attenzione sulla necessità di recuperare fondi pubblicitari, che consentissero la stampa e la diffusione del giornale.

Ivano, che ancora non aveva perso la sua indole da sognatore, era contento. Era stato chiarito che non c’era retribuzione, ma in compenso poteva apprendere una professione, tenere viva la mente ed evadere, anche fisicamente, dalle mura di una stanza provinciale. Sentiva d’essere diverso, mutato, migliore, rispetto a quando, solo qualche mese prima, la sua principale occupazione era sviluppare patetici pensieri sul perché Katia gli avesse preferito altri uomini.

Due giorni dopo arrivò un messaggio di Lara. Il signor Mario aveva accolto con favore anche l’articolo di prova e quindi anche lei avrebbe fatto parte della futura redazione. Ivano fu entusiasta della notizia, perché ciò significava che avrebbero potuto frequentarsi con assiduità. Addirittura, nell’impeto della gioia, vinse la sua timidezza e le telefonò. Concordarono l’appuntamento per il sabato successivo, alla stazione Termini, in modo da avere tempo per chiacchierare tranquilli, senza l’incombenza della questione lavorativa. Nell’attesa di vederla, Ivano scrisse altri brani da sottoporre all’attenzione del direttore e, intanto, continuava ad approfondire Proust; l’esistenza sembrava essersi smossa dalla solita stasi, anche se il lavoro continuava a latitare. Temeva di risvegliarsi bruscamente da quel sogno, come sempre gli era accaduto in passato, ma si rendeva conto che stavolta la sua reazione alla delusione era stata, se non migliore, almeno diversa. Attraverso la scrittura, poi, stava cercando di tirare fuori ciò che agli altri non mostrava mai, vinto dalle ombre della sua timidezza.

Il sabato Ivano viaggiò placido, contemplando il panorama in uno stato di calma insolito. Roma gli appariva la meta di una felicità, magari contingente e destinata a svanire con l’abitudine, tuttavia pur sempre una spinta a muoversi dal torpore. Si domandava se avesse avuto la forza di abbracciare Lara, che da subito lo aveva messo a suo agio, senza giudicarlo o fargli pesare le stranezze comportamentali che lui stesso si riconosceva. Rifletté su come avesse sbagliato, a essere così pessimista nel corso della sua esistenza.

Sceso dal treno, s’incamminò lungo il binario 11 e, nel preciso momento in cui arrivò presso la colonnina che segnava gli orari degli arrivi e delle partenze, vide Lara, con i suoi capelli neri che le cadevano fin poco sotto il collo, un orecchino sull’occhio e un sorriso, dapprima abbozzato, poi esplosivo, che esprimeva la gioia nel vedere Ivano. Fu lei ad abbracciarlo, senza dire alcunché, per quelli che al ragazzo parvero lunghi, interminabili momenti; la realtà, in quegli istanti, spazzò via anni di fisime da romanzo. Per superare l’imbarazzo reciproco, dovuto alla sensazione che entrambi avessero da tempo qualcosa da dirsi, ma invece continuavano assurdamente a rimandare, i due cominciarono a parlare del contingente, cioè del giornale.

Una volta saliti sulla metro, però, scavarono più a fondo nelle loro vite. I discorsi che avevano intrattenuto in chat costituivano solo uno sfondo, quasi irreale eppure tangibile, sul quale i due, adesso che potevano osservarsi gesticolare, ascoltare le voci, disegnavano trame sottili di un quadro che ciascuno desiderava affine all’immagine che aveva costruito, in gran parte a distanza di chilometri, salvo l’incontro iniziale alla Fiera. La conversazione scorreva via veloce, senza troppi imbarazzi. Ivano non provò alcuna vergogna nemmeno nel palesare le sue paure e anche Lara, che d’indole era comunque più socievole del ragazzo, si sorprese nel fare confidenze a Ivano. Nessuno dei due sentiva la necessità di nascondersi. Ebbero un’ora di tempo per parlare da soli, poi giunsero al bar, dove era prevista la riunione di redazione, si sedettero e accolsero i primi colleghi. Infine, facendosi attendere come suo solito, giunse anche il signor Mario, che poco dopo sembrò entusiasta dell’articolo di Ivano, il quale, si sorprese non poco della cosa. Lara, da parte sua, aveva portato un paio di nuovi scritti sulla tv, li sottopose all’attenzione del direttore, che sembrò non apprezzarli molto. Il direttore le disse di scrivere qualche altra cosa e tornare la settimana successiva. Liberi dalla riunione, Ivano e Lara si diressero verso la stazione, dove le loro strade avrebbero dovuto dividersi, lui verso la provincia, lei a Roma per studiare.

In stazione, Ivano si accorse di aver perso il treno delle 12:50, il successivo c’era solo alle 14:00. Lara restò a fargli compagnia e così ebbero un’altra ora di tempo per conoscersi meglio. Ciascuno dei due, quando prendeva la parola, sembrava aver messo da parte l’antica ritrosia, e la foga con cui si esprimevano era indice della volontà di far sapere più cose possibili all’altro. Ivano, a un certo punto, capì che aveva paura di innamorarsi e ridestare paure che voleva tenere lontano da sé. Servendosi di una citazione, disse a Lara che la salvezza potrebbe trovarsi proprio laddove percepiamo un pericolo, ma che lui era rimasto troppo scottato in tempi recenti per potersi permettere coinvolgimenti emotivi. Lei arricciò un po’ il naso, poi sorrise e gli disse che lo comprendeva, e che, infatti, al momento, loro due erano solo “due anime affini accomunate dalla lettura di alcuni libri”.  Ivano si sentì stupido come poche volte nella sua esistenza. Lei, con quel sorriso complice, non aveva alcuna colpa per ciò che gli era accaduto in passato. Nessuno, a pensarci bene, aveva colpe. In certe questioni il concetto di colpa non c’entrava. Una volta tanto, avrebbe dovuto vivere, non pensare ai perché del vivere. Quando il treno delle 14:10 fu pronto per la partenza, fu ancora una volta lei ad abbracciarlo con forza, e poi a dargli un bacio. – Ti bacio solo sulla guancia, altrimenti t’innamori, stupido. – gli disse canzonandolo bonariamente.

Ivano salì sul treno. Era giunto il momento di separarsi. Entrò nel treno, poggiò la borsa sul sedile e si sedette, ma fu destato dal picchiettare di Lara sul vetro del finestrino. Si alzò e lo aprì. – Cosa c’è? Mi vuoi dare un altro bacio? Non c’è tempo . – provò a farla sorridere ancora di più. – No, senti, prendi questo, l’ho comprato per te, so che ti piace scrivere, magari lo usi. E così dicendo gli allungò un taccuino. Ivano ebbe appena il tempo di ringraziarla, poi il treno partì e la vide svanire a poco a poco. Osservò il taccuino e si sentì pervaso da una sensazione di benessere che non sentiva da anni. Decide di scrivere subito qualcosa su quelle sue emozioni, e aprì il taccuino. Vi trovò una frase scritta in elegante corsivo. “La bellezza è una promessa di felicità, diceva Stendhal. Che tu possa riempire questo taccuino di bellezza. Lara”. Voleva scrivere qualcosa, ma non ci riuscì. Era felice, ma c’era qualcosa a turbarlo, e capì che era la sensazione di aver ancora una volta rimandato la sua vita. Lei lo aveva abbracciato due volte, mentre lui continuava ad arrovellarsi. La settimana successiva, si promise, l’avrebbe abbracciata e baciata lui. Doveva sentirsi realmente vivo.

Non poteva sapere, allora, che per Lara non ci sarebbe stata alcuna settimana successiva.

 (Continua? Alle ceneri l’ardua sentenza)

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2 pensieri su ““Promesse” (n. 20, da “Frammenti da un camino”)

  1. Ti dirò. Mi piace come scrivi. A parte alcune minuzie, direi quasi che questi pezzetti scartati mi piacciono particolarmente, più di cose magari maggiormente “ragionate”.

    • Ti ringrazio. Questo scritto è abbastanza “vecchiotto” e devo dire che, prima di pubblicarlo, ho modificato molti passaggi che non mi convincono più né sul piano stilistico né contenutistico. Anche su ciò che ho pubblicato, avrei, oggi, molto da rivedere, ma c’è sempre tempo, volendo, per farlo, o per gettare tutto nel camino. 😀

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