Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Altri colori” (Orhan Pamuk)

Altri-colori

“Vi riferisco questi dettagli non tanto per raccontarvi come io abbia scritto il mio libro, quanto piuttosto per affrontare un argomento che riguarda l’arte del romanzo: trasformare “l’altro”, “lo straniero”, “il nemico” che abbiamo nella testa. È possibile, certo, scrivere libri immaginando i personaggi in situazioni simili alle nostre. Vogliamo prima di tutto che il romanzo racconti di persone simili a noi, anzi di noi stessi. Raccontiamo una madre simile alla nostra, un padre come il nostro, una famiglia, una casa, una strada, una città e un paese che conosciamo bene. Ma le regole strane e magiche dell’arte del romanzo trasformano improvvisamente la nostra famiglia, la nostra casa e la nostra città in luoghi che appartengono a tutti. Si è affermato spesso che I Buddenbrook sono un romanzo troppo autobiografico. Ma quando a diciassette anni ne sfogliavo le pagine, vi leggevo la storia di una famiglia in cui mi immedesimavo facilmente, e non quella dello scrittore che non conoscevo affatto. I meravigliosi meccanismi dell’arte del romanzo servono all’autore per offrire a tutta l’umanità la propria storia come se fosse quella di un estraneo.

Ecco, l’arte del romanzo è il dono di raccontare la propria storia come se fosse quella di altri; ma questo è solo un aspetto di questa grande arte che da quattrocento anni emoziona i lettori con tutta la sua forza e appassiona ed esalta noi scrittori. L’altro aspetto è costituito da ciò che mi spinse sulle strade di Francoforte o di Kars: la possibilità di scrivere la storia degli altri come se fosse la “mia”. In questo modo, attraverso i buoni romanzi, cerchiami di cambiare prima i confini degli altri, poi i nostri. Gli altri diventano “noi”, e noi diventiamo gli “altri”. Naturalmente, un romanzo svolge le due funzioni insieme. Racconta sia la nostra vita come fosse quella di un’altra persona, sia la vita degli altri come fosse la nostra. Per arrivare a questo non è necessario raggiungere per forza altre città e vagare per strade sconosciute come ho fatto io per Neve. Tanti romanzieri attingeranno all’immaginazione per trasformare se stessi in altre persone, per scrivere degli altri come di se stessi. Per spiegarmi meglio, vorrei citare questo esempio che riprende anche il concetto di parentela letteraria: “ Che cosa succederebbe se una mattina mi svegliassi nel mio letto trasformato in un enorme scarafaggio?”. Secondo me, dietro i grandi romanzi c’è sempre uno scrittore preso dal piacere di trasformare se stesso in un’altra persona, con una creatività che preme sui propri limiti. Per immaginare di diventare una mattina un enorme scarafaggio e per vedere i vostri famigliari disgustati e spaventati – i genitori che vi scagliano addosso delle mele mentre voi scappate su muri e soffitti -, non è necessario uno studio sugli insetti, ma uno su Kafka. Prima di immedesimarsi in un’altra persona, però, è importante fare qualche ricerca. E dobbiamo soffermarci soprattutto su una domanda: chi è “l’altro” che siamo tenuti a immaginare? Questa persona che non ci assomiglia si rivolge ai nostri istinti più primitivi: protezione, aggressione, odio e paura. Sappiamo che questi sentimenti accendono la nostra capacità di immaginazione e ci spingono a scrivere.”

(Orhan Pamuk, “Altri colori”, ed. Einaudi)  

Fino alla lettura oggetto di quest’articolo, non avevo mai letto alcunché di Orhan Pamuk, nonostante avessi avuto modo di apprezzarlo in alcune interviste. Il mio incontro con lui è avvenuto in maniera casuale (ma cos’è il “caso”? Non è questa la sede per cercare di capirlo), mentre giravo in biblioteca alla ricerca di tutt’altro. Notando su uno scaffale “Altri colori”, l’ho preso in mano e, dopo averne letto la presentazione, ho aperto il libro in un punto qualunque, trovando un capitolo intitolato “Leggere Thomas Bernhard in un momento di sconforto”. Siccome Bernhard è un autore che ammiro, mi sono incuriosito e ho scoperto, nella stessa sezione del libro, altri saggi dedicati a scrittori che hanno segnato la mia formazione da lettore o che comunque mi sono piaciuti, cioè Dostoevskij, Camus, Stendhal e Nabokov. Stimolato da quelle pagine, mi sono deciso a prendere “Altri colori” e, ultimata la lettura, debbo dire che l’attesa di una dolente bellezza non è stata vana.

Come spiega lo stesso Pamuk nella breve introduzione, nel volume sono raccolti tutta una serie di scritti eterogenei rispetto ai suoi romanzi per finalità e circostanze in cui furono elaborati, ma che egli riteneva opportuno accorpare in un’unica edizione, sia pure limando e tagliando ciò che, a posteriori, riteneva superfluo. Si tratta di articoli per quotidiani, prefazioni alle edizioni turche di grandi romanzi, interviste, saggi e reportage. Sullo sfondo, il rapporto con Istanbul e soprattutto con la letteratura, una dipendenza necessaria, con l’estasi della creazione, la sofferenza dovuta alla lotta per diventare l’autore dei libri che si vorrebbero scrivere. Per comodità di lettura, nel raccogliere gli scritti non è stato seguito un criterio cronologico, ma una più opportuna, benché labile, suddivisione per tematiche.

Essendo stato colpito dalle parole su Bernhard, inizio proprio con l’evidenziare la sezione intitolata “Libri e letture”, nella quale Pamuk omaggia i suoi autori prediletti e più in generale si sofferma sul suo rapporto con la lettura, nonché su quella tra lo scrittore e i suoi lettori. In un brano ricorda quando si liberò di alcuni testi presenti nella sua libreria perché quasi si vergognava di averli apprezzati in gioventù, ma l’episodio è un pretesto per riflettere sull’importanza della rilettura e su come possiamo vederci diversi alle prese con uno stesso libro, secondo la nostra predisposizione del momento. In particolare, egli narra la sua esperienza nel rileggere “La certosa di Parma” di Stendhal. Il romanzo inoltre, scrive Pamuk, è una fuga da un mondo che riteniamo inaccettabile, ma non si tratta di qualcosa di scisso dal mondo stesso, perché dal mondo prende la sua materia viva e nel mondo ci rigetta non appena solleviamo lo sguardo dalla pagina. Sarebbe più corretto dire, forse, che tra i due mondi c’è un interscambio continuo. Molti degli scritti racchiusi in questa sezione del libro sono prefazioni alle edizioni turche di grandi romanzi. Nel precedente articolo ho riportato tre passaggi dedicati a Dostoevskij, che mi hanno particolarmente colpito, considerata la mia ammirazione per lo scrittore russo, ma altrettanto lucidi e coinvolgenti sono le pagine su Sterne e il suo “Tristram Shandy”, quelle su Nabokov, sull’iracondo vortice lessicale nel quale ci avvolge Thomas Bernhard con i suoi capolavori, su Hugo e la sua magniloquenza, arma a doppio taglio, su un gigante del pensiero come Albert Camus o ancora su Vargas Llosa e su che significato possa darsi all’espressione “letteratura del Terzo Mondo”.

Se questa è stata la sezione che mi ha attirato al libro, devo dire che le altre non sono state meno interessanti, benché trattino argomenti sui quali la mia preparazione è più lacunosa. Nella prima, “La vita e i suoi tormenti”, Pamuk si sofferma su Istanbul, la città che gli ha dato i natali e nella quale ha vissuto per gran parte della sua esistenza. A parte alcuni articoli di più stretta attualità, meno rilevanti a mio avviso, sono da segnalare le toccanti pagine riguardanti il terremoto che colpì la città nel 1999, causando oltre trentamila morti. La disperazione, la rabbia per le colpe dei corrotti costruttori, la speranza da preservare pur in mezzo a una situazione angosciante, ci sono rese con partecipazione e lirismo da Pamuk.

Un’altra sezione molto interessante del volume è quella intitolata “Politica, Europa e la difficoltà di essere se stessi”. Nonostante alcuni riferimenti alla storia turca, che potrebbero ostacolare la lettura di chi (come me) non è ferrato in materia, gli scritti raccolti si lasciano leggere e riguardano temi molto rilevanti, a cominciare dal cosiddetto rapporto Oriente-Occidente, e più in particolare tra la Turchia e il continente europeo. Pamuk, ricordando episodi quali il golpe del 1980 o il processo intentatogli nel 2005 per “insulto all’identità nazionale”, avendo lui ricordato il genocidio degli armeni del 1915, analizza il controverso rapporto tra la sua nazione e l’Europa, da lui vissuto con sofferenza. L’infantile entusiasmo che un tempo aveva indotto parte dell’opinione pubblica turca a “occidentalizzarsi”, si scontra da un lato con le barriere insormontabili che l’Europa stessa pone, dall’altro con i nazionalismi interni di chi equipara l’Europa al Male. Questo miscuglio di ripugnanza e amore, di vergogna per le proprie arretratezze e orgoglio per i proprio valori fondanti, porta Pamuk a interrogarsi sui temi dell’identità, dell’integrazione, dell’intolleranza, dei fanatismi e fondamentalismi, e, su un piano più generale, circa l’impossibilità di esportare concetti come libertà e democrazia a suon di bombe.

Nella quarta parte sono concentrate le riflessioni che Pamuk dedica al processo di creazione dei propri romanzi, con tutto il carico di speranze, paure, dubbi, senso di solitudine e sconfitta che un autore può provare mentre sta creando, ma anche la “felicità” e lo slancio della creazione stessa. Queste pagine, presumo, sarebbero state ancora più interessanti qualora avessi già letto qualche suo romanzo, cosa che mi propongo di fare in futuro, cominciando da “Neve”. L’ultima sezione, “Immagini e testi”, raccoglie riflessioni sul rapporto tra realtà e rappresentazione, sulla pittura, sul cinema, sul perché non divenne architetto e su tanti altri aspetti più o meno marginali dell’esistenza, che pure si riverseranno nelle opere di Pamuk. Completano il volume una lunga intervista allo scrittore, il racconto “Guardare dalla finestra” e “La valigia di mio padre”, cioè il discorso che Pamuk tenne in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura, nel 2006.

In conclusione, posso dirmi molto soddisfatto di aver aperto “a caso” questo libro e di aver così scoperto, almeno spero, una futura fonte di letture romanzesche.

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4 pensieri su ““Altri colori” (Orhan Pamuk)

  1. Dico sempre che non siamo noi che scegliamo i libri, sono i libri che scelgono noi.

    • Questa storia del mio girovagare tra gli scaffali, fino a che “sento” la voce che mi chiama, meriterebbe un articolo a sé stante, nel quale pormi domande, ovviamente senza trovare le risposte. 🙂

  2. Pingback: “Neve” (Orhan Pamuk) | Tra sottosuolo e sole

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