Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Virginia Woolf (nelle parole di Nadia Fusini)

Virginia_Woolf

Da qualche tempo Virginia Woolf mi chiamava a sé, per indurmi a leggere le sue opere che ancora non ho letto, oppure a rileggere quelle che ho letto. Stamattina, in biblioteca, è riuscita a cogliermi in un momento di debolezza e, nonostante le stessi preferendo un Tolstoj o un Faulkner, alla fine l’ho accontentata e mi sono preso il “Meridiano” con tutti i suoi romanzi. In passato ho già letto e apprezzato i romanzi “Gita al faro” (o “Al faro”) e La signora Dalloway”, più i saggi “Una stanza tutta per sé e “Ore in biblioteca e altri saggi”. Avevo intenzione di prendere “Orlando” e/o “Le onde”, e nel dubbio li ho presi tutti e due. All’interno di questo “Meridiano” (l’altro contiene racconti e saggi) ci sono, oltre ai romanzi già citati, anche “La stanza di Jacob” e “Tra un atto e l’altro”.

Nella splendida e articolata introduzione, Nadia Fusini evidenzia la modernità di Virginia Woolf, specie in rapporto all’epoca in cui scrisse, l’inizio del Novecento, quando antiche certezze, ritenute assolute, si rivelarono non più tali e anche la letteratura divenne specchio di una crisi più globale. La Fusini rileva come nei romanzi della Woolf le avventure siano soprattutto mentali e come la scrittrice utilizzasse la lingua per sondare gli abissi oscuri della propria (e della nostra) mente, scrivendo anche per dare una forma a un’esistenza che percepiva come transeunte, effimera, precaria. Il tentativo di connettere il proprio mondo interiore a quello esteriore, il tempo, la memoria e la capacità della Woolf di trattare temi luttuosi senza tuttavia essere sempre funerea, nonché l’analisi preziosa dei singoli romanzi, sono altri aspetti sottolineati nel saggio della Fusini, davvero apprezzabile e del quale vi riporto, qui sotto, alcuni stralci presi da diversi punti dello stesso.

“…forse lo scrittore scrive per nessun’altra ragione che questa: perché la vita non passi, non ceda, non cada…Virginia Woolf senz’altro scrive trasportata da questa passione, che non a caso spesso la conduce a far precipitare la scrittura di finzione in tentativi di scrittura biografica o autobiografica, pur avendo lei assolutamente ben chiaro che la biografia, l’autobiografia non sono né generi, né metodi di scrittura; ma piuttosto figure della lettura – modi cioè in cui tra il lettore e lo scrittore si negozia un rapporto di verità con l’immaginazione. E se il negozio andrà nel senso che ad ogni parola ci chiederemo se il fatto è stato manipolato per produrre la visione, la Woolf ci farà intendere che no, non si può fare altrimenti; sì, scrivere comunque introduce alla metafora, al tropo; sì, il linguaggio è figura: non è la “cosa stessa”. E allora che senso ha quella domanda? Non è forse più importante notare come una certa qualità di energia autobiografica sottenda ogni atto di parola?”

“…la forma, del resto, Virginia Woolf non l’intende affatto nel modo rigido di uno schema, ma in quello fluido di una configurazione improvvisa, subito dismessa e immediatamente ripresa in un ritmo caratterizzato dall’incessante metamorfosi. La lingua dovrà perciò tramare a maglie larghe una rete di immagini che tramutino l’una nell’altra senza soluzioni di continuità, secondo un moto perpetuo che unisca “leggerezza e cedevolezza”. Solo così la parola potrà tenere la vita: “includere tutto, tutto”. La Woolf spiega: non è forse “compito dello scrittore rappresentare lo spirito mutevole, sconosciuto, illimitato” della vita? E come farlo, se non inventando una “forma flessibile e leggera”?…”

“È un’altra idea di bellezza che dunque si impone. La Woolf l’ha intuita anni prima a Perugia, di fronte agli affreschi del Perugino. È il settembre del 1908, Virginia non ha ancora trent’anni, non ha ancora pubblicato nessun romanzo, ma sarà una scrittrice e davanti al Perugini riflette: com’è silenziosa questa bellezza, com’è muta; è come se salendo dal fondo fosse rimasta bloccata sulla superficie, e ora non c’è che lei, in quelle forme invariabili…e prosegue: anch’io voglio la bellezza, ma poi si ferma e si chiede: ma la bellezza è simmetria? O meglio, la simmetria (e cioè l’ordine della composizione per gruppi e forme invariabili proposto dall’artista rinascimentale) è per forza bellezza? È l’unica bellezza? E scopre: la bellezza che lei vuole è “la bellezza in azione, frutto di un conflitto”; se è una simmetria, è tale che rivela tutte le tracce dell’infinita discordia che la mente dell’artista ha dovuto attraversare per raggiungere quel risultato; e se alla fine consegue una specie di intero, è fatto di “frammenti luccicanti”, e questo, a dire il vero, le pare il processo “naturale, il volo della mente”…”

“Vi sono naturalmente scrittori che non hanno mai accostato davvero quel qualcosa che con Beckett (l’ha certo accostato) potremmo chiamare l’”innominabile”. Altri invece i quali ritengono che nell’accostare quel punto consista tutta l’avventura dell’arte; forse anche della vita stessa. Virginia Woolf fa parte di questa seconda specie di scrittori…”

(tutti gli stralci tratti da “Virgo, la stella” di Nadia Fusini, in “Virgina Woolf. Romanzi”, Arnoldo Mondadori editore)

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16 pensieri su “Virginia Woolf (nelle parole di Nadia Fusini)

  1. Come Virginia c’è poco e nessuno. Quando lessi il suo diario ne rimasi incantata.

  2. Consiglio vivamente anche la raccolta di articoli e conferenze “Le donne e la scrittura”. Io l’ho adorata.

  3. bel blog, complimenti

  4. Virginia Woolf, in “Una stanza tutta per sè”, dipinge un quadro molto realisto della condizione delle donne, escluse e penalizzare dal loro sesso.
    E’ molto interessante, e consiglio, a chi non l’ avesse ancora letto, di cimentarvisi, perchè è non solo bello, ma anche utile per capire l’ ironia di Jane Austen, che la Woolf esamina attentamente, soprattutto dal punto di vista dei temi trattati.

  5. inseguendofolliossimori in ha detto:

    Recupero questa vecchia notifica che mi arrivò via email, giacché ti seguo come sai, e finalmente rispondo. E come potrai presagire, rispondo non da esperta ma da appassionata di una scrittrice che ho scoperto realmente da poco. Chissà perchè accade che ad un certo punto della vita si senta l’esigenza di stringere la mano ad un personaggio diverso, multisfaccettato e complesso. Virginia Woolf ha raccolto la sfida e si è svelata in tutta la sua immensa intelligenza. L’ho cercata anch’io nella biografia della Fusini, così come in Mrs Dalloway, Orlando, Una stanza tutta per sé e Flush, e molto altro devo ancora leggere, per ritrovarla mille e mille volte. Mi sono letteralmente innamorata di lei. E in questi giorni come sai la sto perfino interpretando il palcoscenico. Che esperienza. Totale e totalizzante, con quella sensazione da capogiro anche solo per l’applauso e la commozione di parte del pubblico, quella parte che coglie il dettaglio sensibile e lo fa proprio. Virginia Woolf apre nuovi scenari nella vita. Un delitto verso se stessi perdersi questa immensa donna.

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