Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La lettera scarlatta” (Nathaniel Hawthorne)

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“La scena non mancava di un certo senso di terrore, quale sempre effonde lo spettacolo della colpa e della vergogna di un nostro simile, laddove la società non sia tanto corrotta da sorriderne, invece che rabbrividirne. Gli spettatori dell’onta di Hester Prynne non avevano ancora superato la fase della semplicità. Erano abbastanza severi da poter contemplare la sua morte, se tale fosse stata la sentenza, senza mormorare contro l’eccessiva crudeltà; ma non possedevano l’indifferenza di un’altra condizione sociale, che avrebbe trovato solo motivo di scherzo in una esibizione come quella. Quand’anche vi fosse stata una disposizione a volgere la cosa in ridicolo, questa sarebbe stata repressa e annullata dalla presenza nientemeno che del governatore e di parecchi suoi consiglieri, di un giudice, di un generale e dei pastori della città, i quali tutti sedevano o stavano in piedi in un balcone della chiesa, che dava sul palco. Quando siffatti personaggi potevano costituire una parte dello spettacolo, senza in nulla offuscare la maestà o la reverenza dovuta al rango e all’ufficio, si poteva senza timore inferire che l’esecuzione di una sentenza legale avrebbe avuto un significato grave ed efficace. Infatti la folla era cupa e severa. L’infelice colpevole si sostenne meglio che donna potesse, sotto il peso di migliaia d’occhi spietati, fissi tutti su di lei, tutti puntati sul suo petto. Ma era impresa quasi superiore alle sue forze. Di natura impulsiva e appassionata, si era fortificata a sopportare le trafitture e i velenosi morsi della contumelia pubblica, che si fosse manifestata con ogni sorta d’insulti; ma vi era qualcosa di tanto terribile nel solenne silenzio del popolo, che essa quasi avrebbe preferito scorgere tutti quei rigidi volti, contorti da un ghigno di scherno rivolto contro di lei. Se un ruggito di risate fosse mai scoppiato dalla moltitudine – e ogni uomo, ogni donna, ogni bambino con la voce ancora stridula vi avesse contribuito la sua parte, – Hester Prynne avrebbe forse potuto ripagarli tutti con un amaro sorriso di sdegno. Ma sotto la plumbea condanna che era suo obbligo sopportare, essa in certi momenti aveva l’impressione di doversi mettere a urlare con quanto fiato aveva in gola, e buttarsi giù dal palco, per non impazzire immediatamente”.

(Nathaniel Hawthorne, “La lettera scarlatta”, ed. Einaudi)

In un recente articolo ho riportato le opinioni di Edgar Allan Poe ed Hermann Melville, riguardanti Nathaniel Hawthorne e contenute nell’introduzione al volume “Tutti i racconti”. Di tali racconti ne ho letti, per ora, solo alcuni, che hanno confermato le buone impressioni degli illustri commentatori e mi hanno indotto a leggere “La lettera scarlatta”, considerato il romanzo più riuscito di Hawthorne. Devo subito confessare che il libro mi ha sorpreso positivamente, spazzando via i dubbi che in passato mi avevano tenuto lontano dallo stesso. Il romanzo, che sarebbe risultato banale se Hawthorne si fosse limitato a narrarci la più classica delle tresche sentimentali a tre, è un canto del peccato, del male come connaturato alla passione umana, è l’infernale narrazione della carenza d’amore tra esseri che pure sono schiavi dell’amore, è la terribile ilarità di chi sa che non è possibile il riscatto, non quello reale, profondo. Hawthorne, però, non è un apologeta satanico che si bea di narraci il Male con la maiuscola, semmai un osservatore attento delle dinamiche psicologiche umane, descritteci con partecipazione ma anche ironia tagliente perché sottile, discreta, mai sguaiata.

Il romanzo è preceduto da “La Dogana”, uno scritto che potrebbe anche essere un racconto a sé stante per la sua qualità e completezza, e di cui l’autore si serve come espediente narrativo per introdurci al romanzo. Hawthorne, infatti, ricordando i tre anni in cui lavorava come funzionario capo presso una dogana, ci offre una divertita e divertente panoramica dei diversi personaggi che lo affiancavano in quel lavoro per nulla amato, che lo distolse dalle aspirazioni letterarie, inaridendolo, fino a che, a causa di un mutamento dell’amministrazione, egli fu esonerato dall’incarico e poté quindi dedicarsi, a tempo pieno, all’attività di scrittore. In questo scritto, egli immagina di ritrovare, all’interno della dogana stessa, un plico risalente a ottant’anni prima, all’interno del quale erano accennate le vicende poi romanzate.

“La lettera scarlatta” è ambientato nella Nuova Inghilterra del XVII secolo, una terra dove vigeva un severo puritanesimo e dove la legge e la religione erano ritenuti pressoché la stessa cosa. La protagonista che dà il titolo all’opera è Hester Prynne, che all’inizio del romanzo è messa alla pubblica gogna perché ritenuta essere una peccatrice, colpevole di aver generato un figlio con un uomo diverso dal marito e per giunta sconosciuto. La gogna non è metaforica come potrebbe pensare un lettore odierno (così abituato al concetto di “gogna mediatica”), bensì una terribile struttura che “ospita” la donna per alcune ore, consentendo a tutti i concittadini, ipocriti, bacchettoni e fanatici, di vedere in faccia la Peccatrice. Dopo l’esperienza in carcere, la donna, accompagnata dalla figlioletta Pearl, può tornare in libertà, ma con l’obbligo a vita di portare con sé, quale simbolo perenne della sua ignominia, una lettera “A” ricamata sugli abiti. La figlia stessa diventa, agli occhi del mondo, una lettera vivente, un ulteriore marchio sulla coscienza della donna.

Gli altri due lati del triangolo sono il pastore Dimmesdale, giovane sacerdote che ha ceduto al richiamo della carne con la donna, e il falso medico Roger Chillingworth. Hawthorne è abilissimo nel costruire una trama avvincente e soprattutto nel mostrarci come ciascuno dei tre personaggi soffra la sua condizione. La donna per quanto scritto prima; Dimmesdale perché nessuno sa che è lui l’amante, tutto lo reputano un uomo di fede provetto e ligio al dovere, mentre lui sente l’ipocrisia che caratterizza le sue azioni, le sue parole, i suoi sermoni pubblici, situazione dalla quale potrebbe liberarsi attraverso una confessione che però non ha il coraggio di attuare, continuando così a portare al proprio interno il peso della sua colpa; Roger, invece, sa di essere stato anch’egli causa del tradimento della molto più giovane moglie, avendola quasi costretta a sposarlo per poi trascurarla. Le relazioni tra i tre sono, peraltro, molto particolari. La donna sa che il marito è giunto in città per scoprire chi è stato il suo amante, ma, messa sotto scacco dal marito stesso, promette di aiutarlo a vivere lì sotto falsa identità, come medico rispettato. Il marito, dal canto suo, all’inizio non sa chi possa essere il nemico contro il quale dovrà vendicarsi, sebbene egli voglia far credere a sé stesso di essere mosso solo da una curiosità di tipo scientifico. L’amante-sacerdote, infine, in attesa di espiare la pena il giorno del giudizio universale, si macera, somatizza la sua malattia mentale e ottiene il conforto proprio dal medico-marito. A questo punto è bene fermarsi nell’esposizione della trama e lasciare al lettore il piacere di scoprire come si evolverà la storia.

Il romanzo, oltre che essere scritto in maniera magistrale, si presta a considerazioni molto attuali su temi quali la colpa, il presunto peccato, la morale pubblica e quella privata, il rispetto delle opinioni altrui, l’intolleranza e il fanatismo cui può condurre una fede cieca, per non dire del Bene e del Male, queste macrocategorie banali nelle quali talvolta tentiamo di inscatolare la realtà. Temi non necessariamente da rapportare solo al tema del “tradimento” narrato nel romanzo, ma sui quali, in ogni caso, vi lascio ai vostri eventuali pensieri. Io, intanto, vado a espiare la colpa per aver messo su questo blog (spero senza gogna).

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2 pensieri su ““La lettera scarlatta” (Nathaniel Hawthorne)

  1. In cerca d'autore. in ha detto:

    Posso augurarti buon Natale?

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