Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Le carezze” (Guy de Maupassant)

El_Beso_(Pinacoteca_de_Brera,_Milán,_1859)

Trascrivo integralmente un racconto di Guy de Maupassant, nel quale egli riporta una corrispondenza a due tra una donna che crede solo nell’amore platonico e un uomo che le spiega le bellezze di una carezza sensuale. Non aggiungo mie considerazioni sull’argomento, altrimenti scriverei un romanzo autobiografico che non interesserebbe a nessuno. Vi lascio alle parole di Guy de Maupassant e alle vostre carezze, date, ricevute, desiderate o solitarie che siano.

“No, amico mio, non pensateci più. Quel che mi chiedete mi rivolta e mi disgusta. Si direbbe che Dio, perché credo in Lui, io, volle un tempo aggiungere a tutto ciò che fece di buono qualche cosa di orribile. Ci aveva dato l’amore, la cosa più dolce che esista al mondo, ma trovandolo troppo bello e troppo puro per noi, ha immaginato i sensi, gl’ignobili sensi, sporchi, ripugnanti, brutali, i sensi che ha foggiato come per deriderci, mescolandoli alle lordure del corpo, concependoli in modo che non possiamo pensarci senza arrossire, né parlarne se non sottovoce. Il loro atto spaventoso è avvolto di vergogna. Si nasconde, rivolta l’anima, ferisce gli occhi, e, vituperato dalla morale, perseguito dalla legge, viene commesso nell’ombra, come se fosse criminale.

Non parlatemi mai più di questo, mai più!

Non so affatto se vi amo, ma so che mi piace avervi vicino, so che mi è dolce la vostra voce e che il vostro sguardo mi carezza il cuore. Ma il giorno che otteneste dalla mia debolezza ciò che desiderate, mi diverrebbe odioso. Si spezzerebbe quel delicato vincolo che ci lega. Si aprirebbe tra noi un abisso d’infamie.

Restiamo come siamo. E…amatemi se volete, lo permetto.

La vostra amica Geneviene

Signora, volete permettermi a mia volta di parlarvi brutalmente, senza riguardi galanti, come parlerei ad un amico che intendesse pronunciare voti eterni?

Anch’io non so se vi amo. Non lo saprei veramente che dopo “quella cosa” così ripugnante per voi,

Forse avete dimenticato i versi di Musset:

Je me souviens encor de ces spasmes terribles,

De ces baisers muets, de ces mucles ardents

De cet être absorbé, blême et serrants les dents

S’ils ne sont pas divins, ces moments sont horribles.

Questa impressione di orribile e d’invincibile disgusto, la proviamo anche noi quando, trasportati dall’impeto del sangue, ci lasciamo andare ad un accoppiamento fortuito. Ma quando una donna è per noi quell’essere di elezione dal fascino costante, dalla seduzione infinita che voi siete per me, la carezza diviene la più ardente, la più completa, la più infinita delle felicità.

La carezza, signora, è la prova dell’amore. Se dopo l’amplesso il nostro ardore si spegne, ci eravamo sbagliati; se si accresce, ci amiamo.

Un filosofo, che non praticava tali dottrine, ci ha messi in guardia contro quest’insidia della natura. La natura vuole la procreazione, egli dice, e per costringerci a creare nuovi esseri, ha messo accanto alla trappola la duplice esca dell’amore e della voluttà. E soggiunge: appena ci siamo lasciati prendere, appena è svanita l’ebbrezza di un istante, c’invade una tremenda tristezza, perché comprendiamo in quale inganno siamo caduti, e vediamo, sentiamo, tocchiamo la ragione segreta e velata che ci ha spinti a nostro dispetto.

Questo si verifica spesso, molto spesso. E allora ci alziamo disgustati. La natura ci ha vinti, ci ha gettati, a piacer suo, tra due braccia che si aprivano, perché essa vuole che le braccia si aprano.

Sì, li conosco bene i baci freddi e violenti su labbra sconosciute, gli sguardi fissi e ardenti in occhi che non abbiamo mai visti e non vedremo mai più, e tutto quello che non posso dire, tutto quello che ci lascia nell’anima un’amara malinconia.

Ma quando questa specie di nuvola d’affetto che chiamiamo amore ha avviluppato due esseri, quando hanno pensato l’uno all’altro a lungo, sempre, quando durante la lontananza il ricordo veglia senza tregua, di giorno, di notte, riportando all’anima le linee del volto, e il sorriso, e il suono della voce; quando ci possiede, ci ossessiona la figura assente e sempre visibile, non è naturale che infine le braccia si aprano, le labbra si uniscano, si confondano i corpi?

Non avete mai avuto desiderio di un bacio? Ditemi se le labbra non chiamano le labbra e se lo sguardo chiaro, che sembra scorrere per le vene, non suscita ardori furiosi, cui non si può resistere.

Certo, è questa l’insidia, l’insidia immonda, direte voi. Che importa, lo so, ci casco, e mi piace. La Natura ci dà la carezza per nascondere la sua astuzia, per obbligarci a nostro dispetto a eternare le generazioni. Ebbene rubiamole la carezza, facciamola nostra, raffiniamola, idealizziamola, se volete. Inganniamo anche noi la Natura, questa ingannatrice. Facciamo più di quanto ha voluto, più di quanto ha osato insegnarci. Che la carezza sia come una materia preziosa uscita grezza dalla terra: prendiamola per lavorarla e perfezionarla, senza curarci dei primi disegni, della volontà nascosta di ciò che voi chiamate Dio. E giacché il pensiero poetizza ogni cosa, rendiamola poetica, signora, perfino nella sua terribile brutalità, nelle sue combinazioni più impure, nelle sue più mostruose invenzioni.

Amiamo la carezza saporosa come il vino che inebria, come il frutto maturo che profuma la bocca, come tutto quello che ci pervade il corpo di gioia…Amiamo la carne perché è bella, perché è bianca, e soda, e rotonda, e dolce, e deliziosa sotto le labbra e le mani.

Quando gli artisti hanno cercato la forma più rara e più pura in cui l’arte potesse bere l’ebbrezza, hanno scelto la curva dei seni, il cui fiore somiglia a un bocciolo di rosa.

Bene, ho letto in un libro erudito, intitolato Dizionario di scienze mediche, questa definizione del petto femminile che si direbbe trovata da M. Joseph Prudhomme, divenuto dottore in medicina:

“Il seno può essere considerato nella donna come un oggetto di utilità e al tempo stesso di diletto”.

Lasciamo da parte l’utilità, se volete, e consideriamo solo il diletto. Avrebbe quella forma adorabile che chiama irresistibilmente la carezza, se fosse solo destinato a nutrire i figli?

Sì, signora. Lasciamo ai moralisti predicarci il pudore, e ai medici consigliarci la prudenza; lasciamo che i poeti, questi ingannatori sempre ingannati anch’essi, cantino la casta unione delle anime e una felicità immateriale; lasciamo le donne brutte ai loro doveri e gli uomini ragionevoli alle loro inutili fatiche; lasciamo i dottrinari alle loro dottrine, i preti ai loro comandamenti, e, quanto a noi, amiamo più di ogni cosa la carezza che inebria, stordisce, spossa, rianima, più dolce dei profumi, più lieve della brezza, più aspra delle ferite, rapida e divoratrice, che fa pregare, che fa commettere tutti i delitti e tutti gli atti di coraggio!

Amiamola, non già tranquilla, normale, legale; ma violenta, furiosa, smodata! Cerchiamola come si cerca l’oro e il diamante, perché, inestimabile e fugace, vale ancora di più! Inseguiamola senza posa, moriamo per lei e per opera sua.   

E se mi permettete, signora, di dirvi una verità che non troverete, credo, in nessun libro, le sole donne felici su questa terra sono quelle cui non manca nessuna carezza. Vivono senza preoccupazioni, quelle, senza pensieri tormentosi, senza altri desideri che il desiderio del prossimo bacio da cui saranno deliziate e placate come dal bacio ultimo.

Le altre, quelle per cui le carezze saranno misurate, o incomplete, o rare, vivono incalzate da mille inquietudini meschine, da desideri di denaro o di vanità, incalzate da tutti gli avvenimenti che per loro diventano penosi.

Ma le donne accarezzate a sazietà non hanno bisogno di nulla, non rimpiangono nulla. Sognano, tranquille e sorridenti, appena sfiorate da ciò che per le altre sarebbe un’irreparabile catastrofe, perché la carezza sostituisce tutto, guarisce tutto, consola di tutto!

E avrei ancora tante cose da dire!…

Henri

Queste due lettere, scritte su carta giapponese di paglia di riso, sono state trovate in un piccolo portafoglio in cuoio di Russia, sotto un inginocchiatoio della Madeleine, ieri, domenica, dopo la messa dell’una.”

(Guy de Maupassant, “Le carezze”, in “Racconti e novelle, vol. II”, edizione Einaudi)  

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5 pensieri su ““Le carezze” (Guy de Maupassant)

  1. Bellissime!!! Grazie della condivisione, evviva le carezze 🙂

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