Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Resurrezione” (Lev Nikolaevič Tolstoj)

resurrezione

“D’un tratto nella sua mente sorse straordinariamente vivida l’immagine delle detenuta coi suoi occhi neri, lievemente strabici. Come aveva pianto dopo aver finito di parlare. Nervosamente egli schiacciò nel portacenere la sigaretta che stava fumando, ne accese un’altra e si mise a camminare su e giù per la stanza. E uno dietro l’altro presero forma nel suo ricordo i momenti trascorsi con lei. Rammentò l’ultimo appuntamento, la passione che s’era impossessata di lui e la disillusione provata dopo aver soddisfatto i sensi…Ritrovò la propria immagine di un tempo…Enorme la differenza tra l’uomo che era stato allora e quello di adesso…allora egli era un uomo forte e libero, davanti al quale si aprivano possibilità infinite. Ora si sentiva impigliato ovunque nella rete di una vita sciocca, vuota, senza scopo, insulsa. Irretito com’era, non vedeva alcuna via di uscita e gli mancava quasi completamente la volontà di trovarne una. Si ricordò com’era fiero una volta della propria dirittura, come s’era fatto una norma di dir sempre la verità. E la diceva sempre. Ora invece era immerso completamente nella menzogna; nella più tremenda delle menzogne: quella che tutti gli uomini del suo ambiente prendevano per verità”.

(Lev Nikolaevič Tolstoj, “Resurrezione”, Biblioteca Universale Rizzoli)

Il mio rapporto con Tolstoj nacque sotto una cattiva stella, quella di “Anna Karenina”, romanzo letto in edizione troppo economica, forse tradotta male, certamente incapace di suscitare in me emozioni tali da indurmi a leggere altre opere dello stesso autore. Più tardi, “La morte di Ivan Il’ic” e “La sonata a Kreutzer” mi fecero capire perché le mie grandi aspettative su Tolstoj non fossero infondate. Un giorno affronterò anche “Guerra e pace”, ma intanto posso già affermare che “Resurrezione” ha confermato, anzi aumentato, la stima che ho verso questo grande scrittore. Spesso, per questioni territoriali e anagrafiche, si paragonano Tolstoj e Dostoevskij, come ad esempio fece Merežkovskij nel libro che ho letto qualche mese fa. Personalmente non amo questo genere di paragoni (anche se ora lo sto facendo), ma premesso che Dostoevskij resta, per me, una spanna oltre tutti gli altri romanzieri, devo anche ammettere, oltre al ritardo nella riscoperta di Tolstoj, una sorta d’inconscio pregiudizio che mi teneva lontano da “Resurrezione”. Fuorviato dal titolo e dalla pigrizia che non mi aveva fatto indagare abbastanza, credevo fosse solo una storia di redenzione, magari troppo improntata a una religiosità che non sento mia. Peraltro, già sapevo che questo genere di pensieri sono abbastanza stupidi, perché proprio Dostoevskij mi aveva già ampiamente dimostrato, con “I fratelli Karamazov”, che l’argomento Dio, comunque la si pensi al riguardo, può essere oggetto di romanzi strepitosi, non apologetici né dogmatici.

Tolstoj aveva settantuno anni quando scrisse, nel 1899, “Resurrezione”, quindi la morte avrebbe potuto coglierlo da un momento all’altro (in realtà la morte può sempre coglierci da un momento all’altro, ma non c’entra con l’articolo, n.d.r.). Bene, se anche avesse scritto solo trenta pagine di questo romanzo, avrebbe comunque lasciato una grande opera, questo il pensiero che mi è venuto in mente dopo averne letto i primi capitoli. In realtà, lo completò con altre 460 paginette (dell’edizione che ho letto) e campò altri undici anni, alla faccia di questa mia gufata postuma. Dalla biografia è possibile capire come nella fase finale della sua vita egli si battesse per una religiosità lontana dagli stantii e falsi dogmi della chiesa ufficiale, per il miglioramento delle condizioni di vita degli umili e più in generale per un distacco dai beni materiali che culminò nella celebre fuga dalla famiglia poco prima della morte. Tolstoj riteneva che il romanziere dovesse, con la sua opera, assumersi un impegno non solo di tipo estetico, ma anche morale, etico. “Resurrezione”, sotto questo profilo, è uno specchio esemplare di una tale concezione artistica.

La storia è prospettata, nelle sue grandi linee, sin dalle prime pagine, tanto che non temo, scrivendone, di rovinare la lettura agli eventuali lettori di quest’articolo. Il principe Necliudov fa parte della giuria popolare di una Corte d’Assise e deve giudicare, tra gli altri casi, anche quello di Katia Maslova, una prostituta accusata ingiustamente di aver derubato e avvelenato un ricco mercante suo cliente, in combutta con altri due ambigui personaggi. Necliudov riconosce, nella Maslova, una giovane che egli, oltre dieci anni prima, aveva sedotto e abbandonato, quando lei era appena diciottenne. La Maslova, orfana a soli tre anni, era stata cresciuta e bene educata nella casa di due zie del Necliudov. Lì egli l’aveva conosciuta. Ricco, dedito in gioventù a bagordi e poco incline all’amore romantico, il principe si era invaghito della Maslova ed essa, ingenua, aveva ceduto alla sua corte, restando anche incinta. L’abbandono da parte del principe, dedicatosi alla vita militare, il successivo infruttuoso peregrinare alla ricerca di un lavoro e la morte del piccolo avevano indotto la Maslova a diventare una prostituta. Al momento del processo, quindi, Necliudov si rende conto che è soprattutto per colpa sua se quella ragazza aveva abbracciato quella professione e se si trovava lì, con il rischio di essere mandata in Siberia. Il resto della trama lo lascio alla scoperta del lettore.

Qualcosa di più posso aggiungerlo, invece, sui temi generali del romanzo. Il principale è certamente quello della redenzione morale di Necliudov e della stessa Maslova. Il principe, che anche al momento del processo è un ricco, stimato, bramato personaggio, si rende conto, nel corso del dibattimento ma soprattutto successivamente, che la sua esistenza era fondata su convincimenti egoistici, e il rimorso lo rode tanto da indurlo a provare nausea per tutto il mondo che frequenta. I ricevimenti in palazzi sontuosi, le relazioni mondane, la relazione con la moglie di un altro, tutto gli appare vuoto, adesso che ha scoperto la tremenda condanna che egli, con i suoi atteggiamenti, ha inflitto a un altro essere umano, alla Maslova, per giunta colei che lo amava. Necliudov, quindi, non solo prende a cuore la sorte della Maslova, ma anche quella di altri detenuti che, in qualche modo, riescono a mettersi in contatto con lui durante le visite che egli fa in carcere alla Maslova. Tolstoj denuncia la condizione inumana nella quale erano tenuti i detenuti, talvolta accusati di delitti inesistenti o messi dentro per motivazioni politiche, o ancora in attesa che la macchina burocratica dello stato si decida a esaminare i loro ricorsi.

Prima ancora che della drammatica situazione carceraria, l’autore si sofferma sulla fase antecedente, cioè quella del giudizio. Necliudov, prima di entrare in crisi e decidersi ad agire, è paralizzato, in camera di consiglio non solleva obiezioni, non parla, sospeso tra i ricordi e la paura che la sua relazione con la Maslova possa venire alla luce. Per lui, quindi, decidono gli altri giudici, sia popolari che togati, e di questi Tolstoj ci dà un ritratto tragicomico. L’idea che passa è che la vittima, solo perché tale e indipendentemente da tutto, sia un esemplare di russo eroico, mentre la Maslova, se anche non fosse una ladra e assassina (come in effetti non è), sarebbe da biasimare per la sua disonorevole professione. Peccato, però, che nell’aula tutti la guardino con lascivia difficile da dissimulare. L’ipocrisia regna e Tolstoj non manca di rilevarla, con la sua penna lucida. Su un piano ancora più alto, Tolstoj c’induce a riflettere sul tema della giustizia, su come spesso la società nutra in sé stessa i germi del male, salvo poi lavarsi la coscienza con la punizione del reo, infine sul diritto che ci arroghiamo di giudicare il prossimo senza prima aver guardato a fondo in noi stessi.

Altro argomento del romanzo è la questione della terra. Necliudov, convintosi ad abbandonare tutto per dedicarsi alla causa della Maslova, si reca in campagna, presso i suoi possedimenti, dove ha modo di verificare la condizione disagiata in cui versano i contadini che lavorano le sue terre. La proprietà gli appare così un furto e decide di regalare loro le terre, cercando un modo più equo di ripartire lavori e guadagni.

Tema cardine del romanzo, però, è certamente la redenzione morale dei protagonisti. Necliudov vuole redimersi, prova schifo per tutto ciò che fino al processo lo aveva sorretto, ma deve scontrarsi con l’inevitabile necessità di rapportarsi ancora a certi personaggi potenti, se non altro per ottenere dagli stessi la revisione del processo alla Maslova e agli altri detenuti che ha preso a cuore. Tolstoj è abile nel rappresentarci il travaglio di quest’uomo dilaniato, che vorrebbe sbattere in faccia la sua nuova verità a tutti coloro che invece continuano a invitarlo a festini vari, ma che deve sopportare questo peso se vuole riscattare anche l’esistenza della Maslova. Le dinamiche psicologiche tra i due non è il caso di svelarle, ma anche sotto questo profilo il romanzo non si smentisce. Tolstoj si scaglia anche contro una religione divenuta ormai di facciata, dogmatica, in mano a predicatori che traviano il messaggio del Cristo, non necessitante, a suo parere, di alcun interprete che s’interponga tra l’uomo e Dio.

Tutto questo scritto (e tradotto) in maniera impeccabile. A differenza della traumatica esperienza con la Karenina, che mi causò non pochi colpi di sonno (ma ripeto, mi riservo una rilettura), in questo romanzo non ho percepito momenti deboli sotto il profilo narrativo e quindi, nonostante la “soluzione” cui perviene Tolstoj (e il protagonista Necliudov) non mi convinca totalmente, ne devo riconoscere la grandezza artistica e di conseguenza chiudere quest’articolo con la mia personale redenzione su Tolstoj, che con questo romanzo mi ha definitivamente convinto delle sue qualità (ma non avevo molti dubbi, sebbene Dostoevskij…No! i paragoni sono stupidi!).

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4 pensieri su ““Resurrezione” (Lev Nikolaevič Tolstoj)

  1. margaret collina in ha detto:

    Natale e Resurrezione!

  2. Dovrò leggerlo. Anch’io sono partita da Dostoevskij e dopo “I fratelli Karamazov” avevo pensato che nessun autore potesse avvicinarsi ad un capolavoro del genere. Poi è arrivato “Guerra e Pace” che ci si è avvicinato eccome. I paragoni sono stupidi…per me questi due romanzi sono a pari merito sul primo gradino del podio.

    • I Karamazov li ho letti almeno tre volte, quindi se dovessi farmi prendere da “Guerra e pace” allo stesso modo, vorrà dire che passerò il resto della mia vita da lettore su questo romanzo. 🙂

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