Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La signora Fönss e altre novelle” (Jens Peter Jacobsen)

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“Dinanzi a tanta uniformità priva di vita, la signora Fönss si limitava a sorridere con rassegnazione, ma Ellinor ci s’innervosiva visibilmente. Non si trattava di un nervosismo vivacemente aggressivo, bensì di un umore querulo e depresso, quale può dare una stagione di piogge persistenti, quando tutti i pensieri tristi di una persona vengono giù insieme con l’acqua del cielo, o quale può produrre il tic-tac di un orologio a pendolo, quando uno è irrimediabilmente disgustato di sé stesso, o il disegno a fiori di una tappezzeria, quando la stessa catena di sogni incoerenti ti gira in tondo nel cervello, contro la tua volontà, annodandosi, andando in pezzi e riannodandosi in una tormentosa interminabile successione”.

(Jens Peter Jacobsen, “La signora Fönss e altre novelle”, Biblitoeca Universale Rizzoli)

Jens Peter Jacobsen, danese, nato nel 1847 e morto a soli trentotto anni a causa di una malattia polmonare, ebbe una formazione scientifica, iscrivendosi alla facoltà di scienze naturali ed essendo, almeno pare, uno dei primi a tradurre l’opera di Darwin nella sua lingua. Oltre a ciò, sviluppò la sua vena poetica in due romanzi, una raccolta di poesie e la raccolta di novelle oggetto di quest’articolo, in origine intitolata diversamente, ma che la Rizzoli cambiò in “La signora Fönss e altre novelle” per meglio evidenziare la miglior riuscita della novella del titolo rispetto alle altre. Nelle storie di Jacobsen traspare la sua formazione culturale di ambito naturalistico, specie nelle descrizioni dei paesaggi, nel culto della bellezza della natura, sebbene, ad eccezione della prima giovanilistica e più serene novella, “Mogens”, il tutto permeato dalla consapevolezza malinconica circa la vanità che la bellezza può rappresentare e circa l’indifferenza della natura stessa rispetto agli eventi degli esseri umani.

“La signora Fönss” è la storia di una donna che, vedova e in viaggio all’estero per aiutare la figlia a superare una delusione d’amore, incontra, a sua volta, un uomo che aveva amato in gioventù e al quale non si era unita solo per questioni di decoro sociale. Dalla rinascente passione tra i due sorgono difficoltà dovute all’opposizione dei due figli della donna, legati alla figura del padre defunto e restii ad accettare che la propria madre possa essere, oltre che madre, anche una donna. Concordo con i curatori della raccolta nel ritenere questa novella la più riuscita, specie sul piano stilistico. La più acerba è invece “Mogens, scritta in giovanissima età, nella quale è raccontata, con una certa enfasi retorica che nuoce alla storia, la feroce disillusione del protagonista. Meglio le altre novelle, a cominciare a “Uno sparo nella nebbia”, riflessione sul confine labile tra l’amore e l’odio, che talvolta (per fortuna non sempre) conduce a un assurdo desiderio di vendetta nel caso l’altro non possa o voglia contraccambiare il sentimento. “Due mondi”, invece, è una brevissima storia ambientata su un fiume, laddove scorrono delle coppie felici e una donna inferma, manifestazione lampante della contemporanea bellezza e crudeltà della natura. “La peste di Bergamo” è una pillola che anticipa, in maniera certo non paragonabile per intensità e grandezza, il più recente “La peste” di Camus. Completa la raccolta “Le rose che non c’erano”, malinconica rievocazione di un’infatuazione giovanile.

Le novelle sono molto brevi e non appesantiscono il lettore (almeno, non me), anche se l’autore insiste un po’ troppo sui medesimi argomenti, che, questo è il reale rammarico, forse avrebbe potuto sviscerare meglio se fosse vissuto più a lungo, come testimonia la crescita tra la prima e l’ultima novella.

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