Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il caso Maurizius” (Jakob Wassermann)

wassermann

“Tutta l’ingiustizia e la sofferenza di questa terra derivano dal fatto che le esperienze non hanno modo di essere trasmesse. Tutt’al più raccontate. L’intero tragitto dell’esperienza va dalla pena inflitta a un peso divenuto ormai insopportabile, e lo si può percorrere sempre e soltanto da soli. Così come si muore da soli, ognuno della propria morte, e nessuno sa descriverla, questa morte. Non è poi così tremendo…no. Per un lungo periodo si è portati a pensare: non è poi così tremendo. Se solo non si venisse completamente distrutti moralmente, intellettualmente, civicamente, socialmente, come essere umano, come figlio, come padre e come marito, il resto non sarebbe poi così tremendo”.

(Jakob Wassermann, “Il caso Maurizius”)

“Il caso Maurizius” giaceva nella mia libreria da qualche anno, da quando mia sorella (in effetti giaceva nella sua libreria, ma sono dettagli) ne acquistò una copia. Come più volte mi è accaduto in passato, mi sono accorto di aver ignorato questo romanzo in maniera colpevole. Non conoscevo Jakob Wassermann, l’autore, ma la descrizione del libro nella retro-copertina mi aveva incuriosito già da qualche tempo, sebbene rimandassi la lettura; nella stessa, infatti, si fa riferimento alla stima che Thomas Mann, quindi non certo l’ultimo dei lettori, aveva nei riguardi di Wassermann, paragonato, per “grandezza”, a indiscussi giganti quali Edgar Allan Poe e Honoré de Balzac. A questo si aggiunga l’ancora più impegnativo paragone con Dostoevskij, che ho riscontrato da qualche parte nel cercare impressioni sul libro e che ci può stare se inteso nel senso che alcuni passaggi del romanzo rimandano, in un’occasione anche esplicitamente, alle meravigliose opere del russo. In ogni caso, a prescindere dai confronti con questi autori, che potrebbero apparire irriverenti o fuorvianti, devo dire che “Il caso Maurizius”, scritto nel 1928, si è rivelato essere un romanzo avvincente e profondo, una splendida sorpresa.

La vicenda narrata, in breve sintesi, è quella di un errore giudiziario, e poco importa, dal mio punto di vista, che sia ispirata ad eventi realmente accaduti o che sia frutto della fantasia del romanziere (su questo ho letto ipotesi discordanti). Leonard Maurizius si trova in carcere da diciotto anni, condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie Elli, nonostante si fosse sempre proclamato innocente. A suo carico, soprattutto la testimonianza di Gregor Waremme. Il pubblico ministero del processo era stato il barone von Andergast, adesso procuratore generale e destinatario delle continue richieste scritte del padre del condannato, mai arresosi, convinto dell’innocenza del figlio e reclamante una revisione del processo o un provvedimento di grazia. Tutto è inutile, finché l’anziano non incontra Etzel, sedicenne figlio del barone von Andergast; il giovane, dopo aver scrutato nelle carte del padre, si convince anch’egli dell’innocenza di Maurizius e comincia una sua persona ricerca, che alla lunga, e specie dopo la sua fuga di casa, coinvolgerà, inevitabilmente, anche l’apparentemente imperturbabile barone. I personaggi principali della storia sono tutti qui, con l’aggiunta di Anna, sorella della vittima e legata al presunto assassino e al testimone da rapporti personali non approfonditi all’epoca del processo.

Il romanzo, al di là della specifica vicenda processuale, sull’esito della quale non aggiungo nulla per non rovinare la lettura a chi eventualmente volesse leggerselo, è una riflessione su un tema delicato qual è la giustizia. L’aspirazione del giovane Etzel a che la giustizia sia davvero tale e non solo una parola con cui riempirsi la bocca, cozza con l’amara realtà, rappresentata nella sua miseria proprio dal padre, burocrate inflessibile, autoritario, rotella prestigiosa di un meccanismo, quello giudiziario, che può rivelarsi, purtroppo, fallace. Devo dire che il personaggio Etzel mi è parso, considerata la sua età, sin troppo “profondo”, ma ciò non inficia la validità del romanzo; il barone, invece, è magistralmente ritratto da Wassermann nel suo doloroso e lento trapasso dall’assoluta convinzione di aver giustamente condannato un assassino ai feroci dubbi che alla lunga lo attanagliano, costringendolo a rivedere la propria intera esistenza, quindi anche i rapporti familiari, sotto una luce diversa e più oscura. Non mancano, infatti, nel romanzo, piccole e grandi meschinità quotidiane, tradimenti, rapporti intimi celati e ambigui, che non solo rendono più ingarbugliata la matassa processuale, ma svelano un mondo sotterraneo (un “sottosuolo” dostoevskiano, ecco) che sta dietro la facciata di famiglie rispettabili, il tutto descritto da Wassermann con una minuziosa analisi psicologica dei personaggi.

In definitiva, un romanzo che offre numerosi spunti di riflessione, considerata l’inevitabile perpetua attualità di un tema come la giustizia, o sarebbe meglio dire l’ingiustizia dell’intera esistenza; al riguardo, molto interessanti i dialoghi o i monologhi che Wassermann ci presenta, come quelli in carcere tra il barone e Maurizius, spogli delle loro vesti processuali, o quelli tra il giovane Etzel e l’enigmatico testimone Waremme. Nel consigliarlo vivamente a chiunque passasse di qui, vi lascio a un altro brano, tratto da un colloquio tra il detenuto Maurizius e il barone von Andergast, colui che lo aveva condannato.

“L’esatta citazione parola per parola di un discorso tenuto tanto tempo prima lo riempiva di stupore e meraviglia, ma la cosa più strana era che niente, in quell’arringa, gli era sembrato familiare – a lui, l’autore della stessa! -, anche se poteva affermare con un certo grado di precisione che Maurizius non l’aveva deformata né modificata; ma si accorse che andava a toccare in lui delle corde dissonanti, ostili, sgradevolmente estranee; gli sembrava esagerata, piena di vuota retorica e troppo ingenua nelle antitesi. Mentre guardava il detenuto raggomitolato su se stesso, l’avversione per il suo stesso discorso, udito dalle labbra di un altro, crebbe fino al ribrezzo fisico, finché alla fine dovette trattenere un conato di vomito, stringendo convulsamente i denti. Era come se le parole strisciassero sui muri come vermi viscidi, incolori, schifosi come lemuri. Se ogni prestazione era così effimera, e a distanza di anni, così discutibile, che senso aveva allora vivere? Se una verità sostenuta un tempo di fronte a Dio e agli uomini, dopo un certo periodo poteva diventare una farsa, qual era allora il vero concetto di “verità”? Oppure era in lui che c’era qualcosa di marcio, qualcosa che aveva corrotto tutto il sistema del suo Io? Com’era minaccioso, sospetto, ambiguo, allora, il semplice essere lì, e tutto quel discorso! Era come un subdolo tentativo di pugnalare se stessi alle spalle”.

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4 pensieri su ““Il caso Maurizius” (Jakob Wassermann)

  1. Quanti libri ci sono nelle nostre librerie di cui a volte dimentichiamo l’esistenza. Per tanti anni sono stata abbonata al Club degli Editori e sapessi quanti libri ho acquistato per leggerne in realtà molto pochi. Ho sempre adorato leggere ma il tempo è tiranno. Ora che sto, relativamente, più ferma forse riuscirò a leggerne qualcuno di più, anche tra quelli dimenticati. Sono cresciuta in mezzo ai libri perchè mio padre prima di dormire leggeva molto,fino a tardi . Non solo, aveva tra i tanti hobby quello di collezionare e raccogliere collane di libri, rilegare giornali, insomma una quantità notevole di materiale da cui attingere e ricavare cultura. Pochi giovani oggi apprezzano la lettura ,forse sarà il tempo a far loro comprendere quanto ciò sia costruttivo oltre che bello. Per quanto riguarda ”Il caso Maurizius” non ho letto come facilmente avrai capito, il libro, ma in compenso ho visto il film francese in tv con Daniel Gelin. A presto buona giornata. Isabella

    • Al contrario di te, il film non l’ho visto, ho letto solo qualche recensione sul web, a dirla tutta poco entusiasta. Certo è difficile rendere su video un romanzo come quello di Wassermann; se mi capiterà, lo vedrò.
      Per quanto riguarda te e il rapporto con la lettura, leggendo le tue parole ho pensato a due cose: 1. una meravigliosa scena del film di Troisi, “Le vie del signore sono finite”, nella quale il personaggio interpretato da Troisi afferma di non leggere alcun libro perché impossibilitato a “raggiungere” il numero degli scrittori; 2. la fortuna nell’aver avuto la possibilità di attingere alla collezione di tuo padre :).
      Personalmente, ritengo si possa vivere ed essere persone “rispettabili” anche senza leggere libri, ma ammetto che per me la lettura è quasi come respirare. Senza, la vedrei dura.
      Buona giornata anche a te.
      Antonio

      • In effetti è stata ed è una fortuna come dici tu attingere al materiale lasciato da mio padre, tanto che ogni volta che capito da mia madre vengo presa da raptus e mi metto a sfogliare di tutto di più. Voglio però ribadire una cosa: non è che non leggo, ma per vari motivi leggo forse troppo poco per quello che vorrei. Ciao .Isabella

  2. Ps A proposito ,Troisi : indubbiamente un grande. A presto

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