Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Non leggete i libri, fateveli raccontare” (Luciano Bianciardi)

bianciardi

“Il discorso è vecchio, sostanzialmente falso, ma tutti lo ripetono e facciamo dunque finta di crederci anche noi: la vera cultura si fa in provincia. Lontani dalle distrazioni e dal tumulto delle grandi città, i giovani hanno tempo per pensare, discutere, dibattere. Si formano così cervelli e coscienze: poi arriva la grande città, screma il meglio dell’intelligenza periferica e l’adopera per la fabbricazione dei suoi formaggini culturali. In provincia c’è ancora la possibilità di studiare, di leggere. Molti giovani ci cascano, studiano, leggono. Anzi, hanno la pretesa di voler leggere tutto.

Ora, statistiche alla mano, si sa che escono ogni anno in Italia dodicimila libri, il che fa una media di quaranta al giorno, domeniche escluse. Ci sarebbero poi i libri stranieri, per lo meno quelli nelle tre lingue principali d’Occidente, che non vanno ignorati: il totale cresce a centocinquanta opere giornaliere: non c’è neanche il tempo di leggere i titoli e i risvolti di copertina. Chi si butta nella lettura è destinato ad affogarvicisi; anche se opera una scelta severissima e decide di leggere soltanto, per esempio, i narratori contemporanei (italiani e stranieri, inevitabilmente, perché ormai non esistono più frontiere di nazione e di scuola letteraria) rischia l’indigestione. Perché bisognerà non ignorare il teatro e il cinema, seguire la critica militante, dare un’occhiata alla televisione e un’orecchiata ala radio (mezzi di comunicazione di massa). Chi vuol darsi una formazione culturale ha dinanzi a sé questa prospettiva: morire prima”.

(Luciano Bianciardi, “Non leggere i libri, fateveli raccontare”, edito da “Stampa alternativa. Equilibri”)

Luciano Bianciardi è l’autore di “La vita agra”, a mio modesto parere un grande affresco tragico, ironico, sarcastico dell’Italia del dopo-guerra, un libro sconosciuto a molti e che consiglio, unitamente a “Il lavoro culturale”. Mi sono accorto che su questo blog c’era solo un breve resoconto, invece, di “Non leggete i libri, fateveli raccontare”, un piccolo volume nel quale sono raccolti sei articoli che furono pubblicati, nel 1967, sul settimanale “ABC”. Si tratta di “sei lezioni per diventare un intellettuale dedicate in particolare a giovani privi di talento”. Ovviamente l’intento è dissacrante e il lettore se ne potrà accorgere sin dalle prime battute. Bianciardi consiglia dove andare in vacanza, che abiti indossare, come atteggiarsi quando si parla di sesso e di sport, in quali circoli culturali inserirsi e con quali mansioni, quale facoltà scegliere per poi non frequentare, e viceversa quale non scegliere per poi presentarsi alle lezioni da intruso e destare la curiosità degli altri.

Lo stile è quello che già avevo conosciuto leggendo “La vita agra”, vale a dire irriverente, colto, malinconicamente divertente. Dal libro, riporto qui sotto altri stralci, nella speranza che possano incuriosire qualcuno e spingerlo a scoprire, qualora già non lo conoscesse, un grande scrittore qual è stato Luciano Bianciardi.

“La provincia, com’è noto, ribolle di continue iniziative culturali. Il Nostro, che già parla, si veste, si muove, come un intellettuale in ascesa, diventerà ben presto il vicepresidente d’un qualche circolo, cenacolo, nucleo, gruppo culturale. Si badi bene: non presidente e neanche segretario. Il primo è lì per figura, spesso per brutta figura, e di solito viene incarnato da qualche trombone locale desideroso di mettersi in mostra; il secondo è quello che sgobba e leva le castagne dalla padella bucata, ci rimette i quattrini e deve fare i conti con le autorità, dalle fiscali alle censorie. Il vicepresidente raccoglie il merito delle iniziative, quando le cose funzionano. Apre i dibattiti e li presiede, ascolta i vari interventi, le contrapposte istanze, poi conclude, tenendosi sempre nel mezzo. Sia breve, ovvio, conciliativo: la gente uscirà dalla serata con la convinzione che il più in gamba di tutti è proprio lui. Preparato, modesto e lucido, diranno”.

“Ogni gruppo di uomini che si formi per motivi non meramente casuali (come sarebbe quello composto dagli spettatori di un cinema o dai viaggiatori sopra un tram) ha un padrone. Un tempo questa qualità risultava chiara ed evidente dal fatto che il padrone teneva in mano, ostentandolo, uno scettro, o per lo meno – che è lo stesso – un bastone, simbolo del comando ma anche strumento del castigo. Era questa una bella comodità per la gente semplice dei secoli passati: nessuno faceva fatica a scoprire chi realmente comandasse. Purtroppo, i padroni hanno rinunciato, nei nostri tempi, ai simboli esteriori del comando, si sono camuffati, vanno in giro vestiti come noi, persino sorridono, naturalmente tranne i pochi re rimasti in funzione sulla terra, i quali tuttora portano lo scettro, durante le cerimonie, ma comandano ormai molto poco. Diciamo purtroppo perché oggi noi dobbiamo, prima ancora di scegliere un boss e di prestargli obbedienza, addirittura smascherarlo”.

“Ora, non si commetta lo sbaglio di credere che la pubblicità di un libro si faccia realmente nella stanzetta che ha sulla porta il cartellino “ufficio stampa”. No, la pubblicità vera si fa dopo cena nei salotti giusti, fra un whisky e l’altro, in poltrona, discorrendo straccamente di letteratura con le persone che contano”.

“Sembra ormai chiaro che a questo mondo tutto si può imparare: l’allevamento del pollame e l’arte del governo, la scienza delle finanze e il gioco della canasta, l’astronomia e l’interpretazione dei sogni, a scopi psicanalitici ma anche per vincere al lotto. Infatti esistono grammatiche e manuali che spiegano per filo e per segno come si fa. Fra i tanti, non uno dedicato ai giovani che intendano vivere, e addirittura prosperare, in quel campo di attività umane, non essenziali peraltro alla vita dell’uomo, che vanno sotto il nome complessivo e vago di “cultura”. Un manuale di questo tipo andava scritto: norme chiare, precise, efficaci, a uso dei giovani che decidano di diventare intellettuali. Norme disinteressate, che hanno per fondamento un’esperienza ricca e negativa. L’Autore infatti ha commesso in gioventù molti errori grossolani, ed in grado di mettere in guardia i giovani delle nuove generazioni”.  

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