Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Zio Vanja” (Ănton Cechov)

zio vanja

SONIA – Ma voi non siete contento della vita?

ÀSTROV – Amo la vita in genere, ma questa nostra vita provinciale, russa, piccolo – borghese, non posso assolutamente sopportarla e la disprezzo con tutte le forze dell’anima. Per quel che riguarda la mia vita personale, privata, ebbene bisogna dire che assolutamente non c’è niente di buono. Vedete, quando attraversate di notte un bosco tenebroso, se scorgete in lontananza brillante un lumicino, allora non vi accorgete della stanchezza, né delle tenebre, né degli spini che vi graffiano il viso…Voi sapete che io lavoro come nessun’altro lavora in questa provincia, la sfortuna mi perseguita senza tregua, a volte soffro in modo intollerabile, eppure non scorgo nessun lume brillante in lontananza. Ormai non mi aspetto più nulla, la gente non mi piace…Da tempo ormai non amo più nessuno.

SONIA – Nessuno?

ÀSTROV – Nessuno. Provo un senso di tenerezza per la vostra balia, perché mi ricorda il passato. I contadini sono tutti uguali, privi d’istruzione, vivono in mezzo al sudiciume, e con gl’intellettuali andar d’accordo è difficile. Mi stancano. Tutti questi nostri buoni amici hanno pensieri e sentimenti meschini e non riescono a vedere più in là del loro naso; insomma sono semplicemente degli sciocchi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti e hanno una certa statura intellettuale, sono degli isterici, ròsi dal demone dell’analisi e della riflessione…si lagnano continuamente, detestano tutti, diventano morbosamente maldicenti, si accostano al prossimo pieni di malanimo, lo guardano di sbieco e sentenziano: “Oh, quello è uno psicopatico!”, oppure: “Quello è un parolaio!”. Quando poi non sanno quale etichetta appiccicarti in fronte, allora dicono: “È uno stravagante, davvero stravagante!”. A me piacciono i boschi e loro lo trovano strano, non mangio carne e anche questo è strano per loro. Non è più possibile un rapporto immediato, puro, libero con la natura e con gli uomini…No, non è più possibile! (Fa il gesto di bere).

SONIA (trattenendolo) – Non bevete, vi prego, vi supplico, smettetela di bere.

ÀSTROV – Perché?

(Ănton Cechov, “Zio Vanja”)

“Zio Vanja”, considerata una delle migliori espressioni di Ănton Cechov e risalente al 1896, è ambientata in una provincia russa, della quale l’autore ci rappresenta l’immobilità, la stagnazione, il tedio che assale tutti i protagonisti, logorati da un’esistenza quotidiana che non sembra avere sbocchi e che tarpa qualsiasi tentativo di slancio intellettivo. L’opera, classificata come dramma ma non priva di passaggi comici, è una magistrale riflessione sul senso di vacuità che può cogliere l’essere umano, specie quando non distratto da impellenti necessità vitali e dedito a riflessioni oziose ma inevitabili.

Voinízkij, cioè lo zio Vanja del titolo, giunto a quarantasette anni, si rende conto di non avere realmente vissuto, sprecando i suoi anni migliori lavorando per il professore Serebriakòv, rinunciando a qualsiasi ambizione personale. Solo l’amore per Elena, la giovane seconda moglie del professore, potrebbe fargli ritrovare il gusto di vivere, ma le circostanze, cioè la volontà della donna, sono differenti e Vanja sente l’abisso ghermirlo, ogni giorno di più. Non meglio di lui se la passano gli altri protagonisti della storia. Serebriakòv sente che Elena si è sposata con lui solo perché affascinata più dal suo ruolo di professore; inoltre, dopo un’esistenza dedicata alla scienza e allo studio, avverte, inesorabile, la decadenza dell’età senile e prova disgusto per i luoghi che è costretto a frequentare, per sé stesso e per chi sembra volerlo curare più per prassi che per convinzione. Àstrov è un medico logorato dal suo lavoro, che pure svolgeva con dedizione; il suo problema è che non riesce più a sentire le emozioni, tanto da neanche accorgersi che Sonia, figlia del professor Serebriakòv, è innamorata di lui. Àstrov, che pure avrebbe le caratteristiche per esserlo, non rappresenta l’eccezione. Lo è Sonia, invece, l’unico personaggio dell’opera che non si è lasciata vincere dalla contagiosa pigrizia, ma cerca d’incitare anche lo zio Vanja al lavoro, unica soluzione che possa, a suo dire, distoglierlo dai sui pensieri nefasti.

Sconsigliato solo se si attraversa un periodo di pensieri bui ed autolesionistici. Altrimenti, da leggere.

“Proprio così, fratello; in tutto il distretto c’erano soltanto due persone intelligenti, per bene: tu ed io. Ma in dieci anni appena questa vita meschina, questa vita spregevole ci ha inghiottiti, ci ha avvelenato il sangue con le sue putride esalazioni e noi siamo diventati volgari, simili a tutti gli altri”.

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3 pensieri su ““Zio Vanja” (Ănton Cechov)

  1. Complimenti davvero, hai creato una miscela perfetta tra riferimenti all’opera e discorsi personali riuscendo a chiudere il cerchio nel momento giusto. È la prima volta una recensione di un libro mi ha convinto a leggerlo allo stesso modo di questa. Complimenti ancora!

    • Grazie. Nelle mie (pseudo) recensioni spesso ci sono agganci a quelli che tu chiami “discorsi personali”, cioè alle mie vicende, più o meno mascherate. 🙂
      In questo caso, per vari motivi, vale ancora di più, e mi fa piacere che possano incuriosire qualcuno alla lettura. 🙂

  2. Pingback: “Le novelle” (Ănton Cechov) | Tra sottosuolo e sole

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