Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La ballata dell’astinenza preventiva”

La migliore profilassi era l’astinenza, specie se preventiva, come quella da me sperimentata in quegli anni che, ad onta di quanto potranno fantasticare eventuali futuri biografi circa le mie presunte avventure galanti, erano caratterizzati, per l’appunto, da uno stato di castità non derivante da scelte ideologiche o volontarie, quanto meno non da mie scelte, bensì da circostanze che, in altra sede, potrei indagare più a fondo.

La soddisfazione che avrei potuto ricavare dall’essere l’ideatore, la cavia e adesso il divulgatore di quella profilassi infallibile, non mi consolava, all’epoca, dal constatare come il mondo a me circostante, specie nelle fattezze di singoli individui di sesso femminile, sembrava talvolta complottare affinché potessi assurgere in maniera esemplare a quel ruolo di promotore dell’astinenza sessuale. Una dimostrazione palese della presunta trama mondiale ordita ai miei danni credetti di leggerla proprio nell’estate in cui, vincendo talune mie remore caratteriali e lanciandomi all’assalto, mi ero convinto che fosse solo colpa mia se la maschera dell’astinenza si era incollata sul mio volto.

Quell’estate, una sera di luglio, a Roma, sembrò che le circostanze volessero spingermi a recuperare, d’impeto, tutti gli arretrati. Mi trovavo a Villa Ada per un concerto, assieme a un amico. Lì incontrammo due ragazze che conoscevamo. La svolta, tuttavia, non consisteva in quest’incontro, che non pareva promettere, sotto il profilo ormonale, nulla di nuovo nemmeno in chiave futuribile, come il seguito dimostrò, quanto nel tragitto intercorrente tra il prato antistante al palco e i bagni. Lì stazionavano dei ragazzi, volontari della Lila, i quali, nell’ambito di una lodevole campagna di sensibilizzazione all’uso del profilattico, distribuivano esemplari di quest’accessorio così funzionale per chi, a differenza mia, non praticava astinenza preventiva. Spinto da urgenti necessità della vescica, passai dinanzi ai ragazzi per andare in bagno. Si avvicinò uno di loro e mi fece dono di un preservativo; ringraziai, lo riposi nel portafogli e scappai a espletare l’incombente pratica urinaria. Alleggerito nel corpo, rinvigorito nello spirito, mi avviai verso il palco, che raggiunsi non prima che una collega del ragazzo mi offrisse un altro profilattico. Le feci notare che già me ne avevano dato uno poco prima, ma lei, sorridente e saggia, replicò che in certe questioni è meglio abbondare che scarseggiare.

Circa mezz’ora dopo, a concerto già iniziato, e soprattutto dopo aver ingollato altre birre, dovetti ripassare davanti al drappello di giovani volontari. Braccato con tempismo nonostante il mio passo affrettato, ottenni un terzo preservativo, ma resistetti, grazie a un barlume di lucidità sopravvenuta, al facile ma squallido tentativo di far notare alla gentile offerente che senza la fattiva collaborazione di una come lei, da quei tre doni avrei tratto ben poco giovamento, stante il non proprio florido, per non dire misero, periodo sentimentale – sessuale che vivevo.

Conscio che gli avvenimenti non andavano interpretati come messaggi di un fantomatico destino, convinto che non mi sarebbe giunto dal cielo il dono che avrebbe reso utile i tre ricevuti quella sera, continuai, le settimane successive di quell’estate, a violentare la mia indole pigra e piuttosto restia agli approcci. Cercavo, insomma, di forzare gli eventi. Così, quando pochi giorni dopo mi recai, con un amico differente, a un altro concerto, stavolta in provincia, ebbi modo di puntellare le mie speranze, grazie a un equivoco sorto al bancone di un bar, laddove una graziosa ragazza credette fossi il cantante del gruppo che si sarebbe esibito di lì a poco. Dopo qualche secondo di perplessità e facendo sfoggio di scarsa furbizia, le svelai che non ero l’artista, così come mi aveva appellato, ma un semplice spettatore. Ciò comportò la non gratuità della bevanda, ma soprattutto m’indusse, una settimana dopo, a riconoscere il volto della ragazza in mezzo al pubblico dell’ennesimo concerto cui assistevo in quell’estate. Scorgendola solitaria e vagante, tentai un miserabile approccio. Mi riconobbe e sorrise ricordando l’episodio, ma prima ancora che potessi dirle il mio nome o chiedere il suo, m’indicò, con l’indice che sembrò una spada tranciante, il suo ragazzo. Non era solitaria.

I tre profilattici continuavano ad avvertire un palese senso d’inutilità, ma credevano, più loro di me, che l’estate potesse ancora essere foriera di novità e soddisfazioni. Si convinsero del contrario solo sul finire d’agosto. Lo scenario, stavolta, era una festa di partito, alla quale io e il mio amico ci recammo, manco a dirlo, solo perché interessati al gruppo che si sarebbe esibito. Prima che la gastrite mi portasse a più miti consigli, avevo scoperto, in quei giorni, il mojito, amante episodico che mi aveva indotto ad abbandonare la più fedele birra. Cominciai a berne prima del concerto, sottovalutandone gli effetti, tra i quali vi fu un certo invaghimento repentino che mi colse nello scorgere gli occhi verdi dell’addetta alla cassa, la quale, mentre attendevo la bevanda e miravo il suo verde, mi riempì di biglietti della festa. Al quarto mojito le mie strategie presero una piega che non esito, con il senno di adesso, a definire patetica, benché debbo riconoscere in quell’azione una certa audacia.

Vi era, tra le altre, una bancarella presso la quale erano in vendita dei manufatti di legno recanti incisi, assieme ai disegni di simpatici animaletti, il nome di una donna. Alla sbigottita signora presente dietro il banco chiesi di scegliere, al posto mio, un oggetto con relativo nome femminile, adducendo come assurda motivazione, peraltro da lei non richiesta, che quel nome sarebbe stato, addirittura, quello della donna destinata a condividere l’esistenza con me. Scelse “Laura”. Con quel pezzo di legno comprensivo di gatto disegnato e con il mojito in corpo, tornai alla cassa per un ulteriore abbeveraggio, ma con l’intento preciso di scoprire almeno il nome della ragazza dagli occhi verdi. Muovendomi con fare alcolico, impacciato ma mascherato da baldanza, chiesi un mojito e poi, ignorando che accanto alla giovane si era nel frattempo palesata una signora più matura, chiesi a Miss occhi verdi se per caso non si chiamasse Laura. Lei rispose, sorridendo, dicendomi il suo nome reale e chiedendomi, perché avrebbe dovuto chiamarsi proprio Laura. La mia spiegazione dovette lasciarla basita, ma fu gentile, evitò di chiamare la neuro, come sarebbe stato plausibile fare, e infine, quando le giunse, mi passò il mojito. Più efficace fu, ai fini del mio progetto esistenziale, il commento della signora accanto a lei, la quale, pur sorridendo, fece calare il sipario su quell’estate che, nella mia mente, è legata alla successiva gastrite autunnale, ai tre preservativi scaduti senza essere utilizzati e alla scoperta della mirabolante tecnica dell’astinenza preventiva.

Le sue parole non lasciarono dubbi circa l’esito dei miei tentativi: – Nun ce provà, che tanto mia figlia non te la dà!

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6 pensieri su ““La ballata dell’astinenza preventiva”

  1. Ahahahahah! Ma chi era, la figlia della Sora Lella? 😀
    Dannato mojito, ogni risveglio è un “Oddio, ditemi che non ero io!”
    Ma i concerti almeno erano belli? 🙂

    • L’accento della signora l’ho reso più romanesco di quanto non fosse in realtà (a dirla tutta era davvero simpatica e poi proseguimmo con qualche altra breve battuta) 🙂
      Il concerto più bello era quello dei tre preservativi, suonavano i Marlene Kuntz. 😀

  2. manutheartist in ha detto:

    AHAHAAHA 🙂
    Racconto mirevole davvero, molto molto simpatico. Spero di leggerne altri così 🙂

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