Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Paolo (cosa contava vincere?)”

Ivan saluta Franco, Nicola ed Enzo. Con loro ha trascorso la mattinata al bar, discutendo di politica, d’amore, di letteratura, proprio come un tempo. Imbocca la strada lastricata d’antiche pietre, che da sempre collega quei discorsi da piazza alla solitudine della sua stanza, così pregna di pensieri troppo spesso futili. Passa accanto al piccolo negozio di generi alimentari del quartiere e nota alcune persone agitate. Vede, a circa duecento metri da lui, delle automobili ferme, all’altezza di una piccola piazzola di sosta, la stessa che ospitava le interminabili partite di calcetto che Ivan e gli amici del quartiere sostenevano, incuranti del freddo, del caldo, delle lamentele dei pensionati che volevano dormire.

“Quel giovane…”. Ivan sente questo frammento di frase che fuoriesce dalla bocca ansante di una signora, una di quelle che passano interi pomeriggi a pontificare su tutto. Sembra essere preoccupata, ma Ivan pensa a un banale tamponamento tra auto e conseguenti curiosità. Vede alcune persone che camminano a passi veloci verso quel piccolo ingombro di macchine. Prosegue verso casa.

Due minuti dopo, è a tavola. È mercoledì, un giorno estivo come tanti, col caldo che non dà tregua, non lascia respirare, rende svogliati, svagati, assenti. C’è voglia di mare, di distese rasserenanti. Squilla il cellulare della sorella, seduta di fronte a lui. Ivan la vede raggelarsi. La telefonata è durata pochi secondi.

– È morto Paolo.

Paolo, ventisei anni, amico d’infanzia. Uno di quelli delle partitelle da bambini. Tre anni prima, Ivan lo aveva frequentato di nuovo con continuità, prima che le loro strade divergessero ancora. Timido, introverso, di poche parole, in questo Ivan lo sentiva affine a lui, pur così diversi com’erano.

Ivan porta la forchetta alla bocca, ingerisce la pasta, deglutisce a fatica. “È morto Paolo”. Tre parole, secche, dure, terribili, ma che in sé e per sé non significano nulla, che scuotono solo quando si realizza davvero ciò che esprimono. La morte. Paolo. Lo aveva incontrato la sera precedente, stavano organizzando una partita di calcetto, su un campo sintetico, a pagamento, non come quando erano bambini, su quelle strade del quartiere.

Nessuno parla più, a pranzo. Il silenzio. Una cosa così sembra non poter essere successa. Paolo. I suoi occhi malinconici. La morte. Quel suo camminare un po’ caracollante, quella sua amabile insicurezza. Tutto ciò è stato. Non sarà. Ivan pensa solo a tre parole, tre parole udite in un mercoledì qualunque che non sarà più qualunque. “È morto Paolo”.

Ivan non va a vederne la salma, a differenza degli amici che negli ultimi anni sono stati più vicini a Paolo, quelli che più ne conoscevano le emozioni, le paure, le gioie, i sorrisi nascosti. Sa che non reggerebbe la vista di quel giovane corpo. Inutile, peraltro, chiedersi perché si possa morire così, a nemmeno trent’anni, di arresto cardiaco, come pare che sia. Ivan sa solo che Paolo è morto.

Nella stanza d’Ivan, riposto in mezzo alle altre scartoffie, ricoperto da un sottile strato di polvere, c’è un quaderno, sul quale i ragazzi registravano i risultati di quelle partite svolte sotto il sole cocente. Era il 1992. In una pagina c’è scritto: “Ivan – Paolo contro Filippo – Massimo”. Quando componevano le squadre, Ivan e Paolo, il più grande e il più piccolo del gruppetto, capitavano spesso insieme. Quel giorno, Ivan e Paolo, vinsero 18-7. Sedici anni dopo a Ivan dicono che è morto Paolo. Il ricordo va a una sera di tre anni prima, quando Paolo accompagnò Ivan a casa con la sua auto. Gli chiese di fargli un Cd con le canzoni di Rino Gaetano. Ivan glielo fece e sulla copertina scrisse una frase di una canzone di Rino: “A te che ascolti il mio disco, forse sorridendo, giuro che la stessa rabbia sto vivendo…”.

Non era una frase a caso. Ne avevano parlato. Quei discorsi sulle difficoltà con le donne, Ivan li ricorda con tenerezza. Anche a Gaeta, nell’estate 2007, quella sera, quando restarono soli su un muretto a chiedersi reciprocamente dei “perché” che adesso a Ivan appaiono così ingenui. Il pensiero vola di nuovo all’estate del 1992, a quei silenzi, quelli che Ivan conosceva, perché erano anche i suoi. Non si può, è crudele. Così no. Ivan guarda il quaderno. È un giorno dell’agosto del 1992. Lui e l’amico devono giocare contro Massimo e Filippo. Questo è ciò che ora Ivan vuole pensare.

Paolo non avrebbe sospettato che tutta quella gente potesse volerlo salutare per l’ultima volta. La Chiesa è gremita, si attende che giunga il feretro, per gli ultimi metri portato a spalle dagli amici più cari. Ivan ha lo sguardo immobile, se ne sta lì, all’esterno della Chiesa, uno tra i tanti, che attende. Accanto a lui ci sono Enzo e Margherita. All’improvviso, la “morte di Paolo” non è solo la vicinanza di tre parole, per quanto pesanti. È qualcosa che squarcia. Ivan vede gli altri amici di Paolo, tutti con i volti segnati dalle lacrime, dal dolore dignitoso, silenzioso. Soprattutto vede Filippo, il fratello, scorge il papà, la sorella, tutti e tre già provati dalla recente scomparsa della mamma di Paolo. Ivan singhiozza, poi piange. Margherita lo porta via, lontano. Ivan non è in grado di ascoltare la funzione, le parole del parroco che gli suonerebbero retoriche, vuote di fronte all’accaduto.

Ivan pensa a Paolo, poi vede Margherita accanto a lui, lei che ha sopportato un dolore grande, anni prima. Mille pensieri si affollano. Senso d’impotenza, ineluttabilità, ma anche l’amore di quelle persone per Paolo, la forza d’andare avanti. Paolo è morto, in un giorno di luglio.

Il corteo malinconico accompagna Paolo, che vivrà, ora, solo nel ricordo.

La sera, di nuovo nella sua stanza, Ivan riprende il quaderno tra le mani. “E’ morto Paolo” pensa.

“Abbiamo vinto 18-7, Paolo. Sei stato bravo. Ma cosa conta adesso, vincere o perdere? Cosa conta, ora?”. Chiude il quaderno e prova a dormire.

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