Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Diario di un giudice” (Dante Troisi)

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“Mi viene in mente che in questo stesso momento sono aperte centinaia di aule d’udienza, che ci sia vento o sole o pioggia, vi si svolge lo stesso rituale: centinaia di giudici si sono seduti e migliaia di spettatori hanno preso il loro posto nel loro spazio, centinaia di avvocati si augurano di fare una buona causa e centinaia di imputati col corteo di parenti sperano nella pietà o nella giustizia. E non importa che si stia per discutere di un omicidio o di un pascolo abusivo, di un’ingiuria o di una rapina. Ovunque, sul medesimo mare di carte, di miserie galleggiamo noi, gli eletti, per via dell’autorità di leggere nel Libro.

Alle nostre spalle e di tutti gli altri ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore, che ci obbliga a difenderlo con leggi vecchie. Scegliamo questo mestiere per la tendenza a scavarci un riparo vivendo con i forti, per una vocazione all’impunità; la compassione che talvolta proviamo è forse solo un calcolato disegno, una regola di prudenza”

(Dante Troisi, “Diario di un giudice”, ed. Einaudi)

Nel risvolto di copertina dell’edizione che ho ultimato, c’è scritto che “Diario di un giudice” è, per l’appunto, “il diario di un uomo oppresso dalla solitudine cui lo costringe l’esercizio stesso della sua professione, angosciato dalla quotidiana contemplazione delle sventure degli uomini, in lotta con il peso dell’abitudine che lo logora fino a fargli credere che il decidere della vita altrui è diventato per lui un atto di ordinaria amministrazione”. Queste righe mi sembrano così calzanti che potrei anche finire qui quest’articolo, ma aggiungo qualche altra mia impressione. L’autore, Dante Troisi, fu di professione magistrato, dopo essere stato prigioniero di guerra per alcuni anni, e in questo testo sono evocate le sue esperienze in veste di giudice a Cassino (sebbene nel testo figuri solo l’iniziale C.). A prescindere, comunque, dai riferimenti temporali e geografici, il romanzo, scritto in forma diaristica e pubblicato nel 1955, si presta a considerazioni, valide più che mai oggi, circa il difficile ruolo di chi è chiamato per mestiere a decidere sulle altrui esistenze. L’autore è consapevole della gravità del suo ruolo e nel corso di tutta la narrazione si avverte il travaglio dell’uomo, che si interroga più volte sul perché abbia scelto quella professione, se il suo non sia altro che un rifugio, una difesa dalla realtà che lo spaventa più che una vocazione alla giustizia. Gli incontri per strada con le persone che egli ha condannato o contribuito a condannare, sia pure a pene lievi e non detentive, gli pesano, sottoposto com’è allo sguardo di quelli che, dismessi i panni di giudice e imputati, sono pur sempre suoi simili. Troisi ci porta all’interno del Tribunale, descrivendoci, con una prosa priva di svolazzi retorici, le dinamiche tra giudici, avvocati, imputati e quanti altri si trovano nei pressi della famigerata scritta “La legge è uguale per tutti”. I rapporti con gli avvocati, per esempio, ci sono descritti nelle loro diverse sfumature, dalle antipatie reciproche celate per convenienza o, al contrario, ai tentativi dei difensori di accaparrarsi le simpatie del giudice. Poi ci sono le camere di consiglio tra giudici, con le divergenze di opinione, le inevitabili differenze caratteriali e professionali tra togati, la smania di arrivare ai vertici della gerarchia di alcuni e soprattutto ci sono gli imputati, la massa di persone che giorno dopo giorno sfilano dinanzi alla Legge. Le loro storie ci sono riportate in maniera sintetica, senza morbosità, nell’intento, riuscito, di mostrarci la variegata, disperata, talvolta surreale umanità che, per motivi gravi o ridicoli, si trova al cospetto di un giudice.

“Non posso seguire un ordine, indicare il giorno e scrivere gli avvenimenti, scrivere un pensiero, se ho un pensiero; solo voglia di dire “scusate” e sporgermi dal banco, in udienza, o voltarmi di fianco se sono seduto in ufficio e vomitare. Vomitare senza sussulti, la testa dolcemente posata sulla mano, gli occhi aperti a vedermi sgonfiare via via quel flusso che esce da me e dilaga a colmare le stanze, le aule, i corridoi: la gente saltella, cammina sui tacchi, le punte alzate, per non sporcarsi.

Poi riaggiustarmi in una posizione dignitosa e riprendere a funzionare, sgombrato dalla nebbia che c’è tra me e gli imputati, dal disgusto delle mani che gli avvocati agitano senza posa e che tu vedi sporche dei soldi intascati poco prima di parlare. (Però pure noi vorremmo averle sporche più spesso e non una volta al mese).”

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3 pensieri su ““Diario di un giudice” (Dante Troisi)

  1. Passo secoli senza leggere e all’improvviso mi ritrovo una pila di libri che ho lasciato indietro. Adesso la pila si è alzata ancora di più

    • Io, pur leggendo con una certa continuità (almeno al momento), ho lo stesso problema. Inoltre, ogni volta che ho una “crisi”, che non so cosa leggere, sbuca qualche autore che non conoscevo.

  2. Ciao volevamo comunicarvi che abbiamo deciso di nominarvi per i THE VERSATILE BLOGGER OF THE YEAR. Tutte le informazioni potrete trovarle qui (http://langoloscoperto.wordpress.com/2013/10/03/the-versatile-blogger-of-the-year-ce-anche-langolo-scoperto/).

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