Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La scuola dei dittatori” (Ignazio Silone)

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“Non so. Comunque mi permetto di riassumente il pensiero in questa forma: la prima condizione affinché prevalga un sistema totalitario, è la paralisi dello stato democratico, cioè un’insanabile discordanza tra il vecchio sistema politico e la vita sociale radicalmente modificata; la seconda condizione è che il collasso dello stato giovi innanzitutto al partito d’opposizione e conduca ad esso le grandi masse, come al solo partito capace di creare un nuovo ordine; la terza condizione è che questo si riveli impreparato all’arduo compito e contribuisca anzi ad aumentare il disordine esistente, mancando in pieno alle speranze in esso riposte. Quando queste premesse sono consumate, e nessuno ne può più, irrompe sulla scena il partito totalitario. Se esso non ha alla sua testa un imbecille, ha molte probabilità di arrivare al potere”.

(Ignazio Silone, “La scuola dei dittatori”)

La scuola dei dittatori” fu scritto da Ignazio Silone nel 1938, a Zurigo, dove lo scrittore si era rifugiato per proseguire la sua attività di antifascista militante. Pubblicato in Italia solo decenni dopo, si tratta di un saggio scritto in forma di dialogo, con il quale l’autore tenta la difficile impresa di spiegare come nascono i totalitarismi, con particolare riferimento a quelli che ebbe modo di conoscere per circostanze di luogo e/o tempo, cioè il fascismo e il nazismo più nel dettaglio, ma anche lo stalinismo. L’autore immagina l’arrivo in Europa di Mr Doppia Vu, un aspirante tiranno statunitense, e del suo assistente, il professor Pickup, ideologo inventore della pantautologia, dottrina che dovrebbe accompagnare l’ascesa al potere del suo capo. I due, dopo aver cercato invano spunti in giro per l’Europa, incontrano, proprio a Zurigo, Tommaso il Cinico, un emigrato politico italiano, che, da nemico del fascismo, sarà maggiormente in grado di fornire loro “aiuto” nella loro ricerca.

Nel libro, attraversato da un generale tono di sarcasmo e di amarissima ironia, Silone, attraverso i fitti dialoghi dei tre protagonisti, rievoca molti episodi di carattere storico, ma soprattutto riflette sulle condizioni che resero possibile l’ascesa dei totalitarismi, analizzando diversi aspetti che a suo avviso sono l’ideale per chi volesse aspirare a diventare un dittatore. La burocratizzazione esasperata e centralizzata dell’apparato statale vigente, la disaffezione diffusa nei confronti della politica, le condizioni economiche e sociali dopo la prima guerra mondiale, il falso mito del pericolo comunista in Italia, la sottovalutazione di quanto stava accadendo da parte di quasi tutte le forze politiche dell’epoca, il porsi, da parte del fascismo, come una controrivoluzione di una rivoluzione che di fatto non c’era stata, il ruolo degli apparati finanziari, del Re, dell’esercito, della Chiesa, degli intellettuali e di chi fu pronto a saltare sul carro del vincitore, tanti sono gli argomenti toccati nel testo, molti dei quali, pur con tutte le differenze del caso, ben lungi dall’essere estirpati.

Più che i riferimenti a eventi storici precisi, che potremmo verificare nei manuali di storia, sono da sottolineare, a mio avviso, le riflessioni dell’autore su circostanze di carattere più generale che riguardano la psicologia delle masse, il bisogno d’identificazione in un leader carismatico che le stesse hanno, specie nei periodi di crisi economica o d’instabilità politica, con annessa tendenza all’obbedienza cieca, alla delega del pensiero, l’uso dei simboli e la retorica dei “valori”, l’organizzazione scientifica, frutto di anni e non certo improvvisata, necessaria per giungere a regimi dittatoriali che, per giunta, riescono talvolta a ottenere il potere in modo “legale”, potendo ormai contare su una rete fitta di connivenze, di piccole-grandi meschinità umane, l’utilizzo di slogan vaghi ma dal sicuro effetto sulle viscere dei più disperati, la scelta di capri espiatori ai quali imputare presunti complotti che giustifichino misure eccezionali.

Un saggio che va letto, a mio parere, non tanto (o almeno non solo) per comprendere com’è stato possibile che siano accaduti certi orrori nel passato, ma anche per mettere in guardia sé stessi da entusiasmi pericolosi, tali, talvolta, perché subdoli, non palesemente inclini alla violenza, ma destinati, se non sottoposti all’esercizio continuo del dubbio, della ragione, a sfociare, alla lunga, in violenza poi incontrollabile. Resta, infine, l’amara consapevolezza, credo anche di Silone, che questo genere di saggi non saranno mai letti proprio da coloro che più ne avrebbero bisogno.

“Dal momento in cui scocca la scintilla dell’identificazione del capo con la massa, il dittatore sente moltiplicare in modo vertiginoso le sue forze. L’identificazione sociale è appunto il processo discriminatorio che fa emergere l’eletto dal gregge dei chiamati. L’eletto ne esce trasfigurato. Egli perde i connotati individuali e assume quelli sognati da milioni di concittadini. Egli diventa, alla lettera, il prodotto individualizzato d’un irresistibile bisogno collettivo. Nell’attuale civiltà di massa tutte le risorse della tecnica contribuiscono all’esaltazione dell’eletto. I pochi tra i connazionali che sfuggono all’ipnosi e cercheranno di discuterlo e denigralo, ricordando le sue origini, la sua neghittosa gioventù, la sua limitata cultura, la sua vigliaccheria, la sua inadattabilità a una vita normale, faranno opera vana…”

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