Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” (Luigi Pirandello)

gubbio

“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.

In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi attenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurerebbero o m’aggredirebbero.

No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.”

(Luigi Pirandello, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”)

“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” fu pubblicato inizialmente a puntante sulla rivista “Nuova Antologia”, nell’estate del 1915, per poi essere edito nel 1916 e 1917, e infine, con ulteriori modifiche, nel 1925. È un romanzo scritto in forma di diario, strutturato in sette quaderni, con il quale il protagonista – narratore, impiegato come operatore presso la casa cinematografica Kosmograph, ci narra le vicende dell’ultimo anno della sua vita. Il suo è un lungo racconto in prima persona, una serrata disquisizione polemica sull’alienazione dell’uomo moderno alle prese con le macchine, con la progressiva disumanizzazione dalle stesse indotte nonché, su un piano più generale, sull’assurdità dell’esistenza.

Gubbio, per sfuggire ai suoi tomenti interiori, studia le persone che lo circondano, per scoprire se abbiano, a differenza sua, certezze sulle quali fondare il loro frenetico affaccendarsi quotidiano, scoprendo che non è così, che sono anch’esse affette da turbamenti e follia più o meno latenti. Il lavoro che svolge, ottenuto per un puro gioco di coincidenze, lo mette in condizione di eseguire meccanicamente un ruolo, cioè quello di riprendere la recitazione altrui, il che gli consente, in quei frangenti, di non vivere l’esistenza, non porsi domande insolubili, sospendere l’esercizio quotidiano del superfluo pensare che ci differenzia dagli oggetti, insomma essere “una mano che gira la manovella” e nulla più. Non appena dismessi gli abiti da operatore, però, egli si ritrova sommerso dai dubbi propri e da quelli altrui, ingabbiato come la tigre destinata a morire per la realizzazione di uno stupido film, intrappolato in meccanismi, relazioni sociali che il più delle volte gli cadono addosso per mera casualità.

Gubbio anela il silenzio e trova nella scrittura una sorta di sfogo – vendetta contro coloro che gli impediscono di raggiungerlo e lo avvolgono nelle loro spire. Gli altri personaggi del romanzo sono tutti caratterizzati da doppiezze, maschere, travestimenti, crisi d’identità, ossessioni amorose, insomma anche in questo romanzo ritroviamo temi presenti in altre opere di Pirandello. Per salvarsi bisognerebbe avere la capacità di essere un perfetto e insensibile meccanismo che registra le esistenze altrui, ma è impossibile restare impassibili, si è destinati a soffrire e a essere fagocitati dal “fragoroso e vertiginoso ritmo della vita”, specie nella moderna società industrializzata delle macchine, del culto del progresso.

Il romanzo esprime una concezione “pessimistica” e di accusa contro le degenerazioni dell’industrializzazione ma, grazie all’umorismo proverbiale di Pirandello, non si tramuta mai in una patetica e cinica rappresentazione, bensì si legge tutto d’un fiato, con la sensazione di trovarsi quasi, è il caso di dirlo, in una meravigliosa centrifuga di parole. Per me, che pure ho letto altri romanzi e novelle di Pirandello, è stata una tardiva ma piacevolissima scoperta.

“Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa. Vuoi ribellarti? Non puoi. Prima di tutto non siamo liberi di fare quello che vorremmo: il tempo, il costume degli altri, la fortuna, le condizioni dell’esistenza, tant’altre ragioni fuori e dentro di noi, ci costringono spesso a fare quello che non vorremmo; e poi lo spirito non è senza carne; e la carne, hai un bel sorvegliarla, vuol la sua parte. E a che si riduce l’intelligenza, se non compatisce la bestia che è in noi? Non dico scusarla. L’intelligenza che scusi la bestia, s’imbestialisce anch’essa. Ma averne pietà è un’altra cosa! Lo predicò Gesù, dico bene, signor Cesarino? Dunque tu sei prigioniero di quello che hai fatto, della forma che quel fatto ti ha dato. Doveri, responsabilità, una sequela di conseguenze, spire, tentacoli che t’avviluppano e non ti lasciano più respirare. Non far più niente, o il meno possibile, come me, per restare liberi il più possibile? Eh sì! La vita stessa è un fatto! Quando tuo padre t’ha messo al mondo, caro, il fatto è fatto.”

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3 pensieri su ““Quaderni di Serafino Gubbio operatore” (Luigi Pirandello)

  1. Una lettura particolare… effettivamente non è il primo libro che si legge quando si pensa a Pirandello 🙂

    • L’ho letto con qualche anno di ritardo rispetto, ad esempio, a “Uno, nessuno, centomila” e “Il fu Mattia Pascal”, tanto per citarne due tra i più celebri, ma (come si dice) meglio tardi che mai. 🙂

      • Ti capisco. Anche io non l’ho mai letto. Ma l’ho comprato recentemente dopo aver letto un articolo che ne parlava..ma non ho ancora avuto il tempo di leggerlo!!!!!

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