Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“In preda ad astratti furori” (Elio Vittorini e il suo incipit)

P. 32G - n. 1

L’altro giorno, recensendo un libro, ho scritto sul tema degli incipit dei romanzi. Non avevo ancora scoperto quello di “Conversazione in Sicilia”, che sto leggendo, con colpevole ritardo, solo in questi giorni.

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi sono messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe”.

(Elio Vittorini, “Conversazione in Sicilia”)

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3 pensieri su ““In preda ad astratti furori” (Elio Vittorini e il suo incipit)

  1. Letto anch’ io con tremendo ritardo, lo rileggo spesso e spesso quegli astratti furori si animano di vera vita.
    Sarei curiosa di leggere le tue impressioni, le mie si riducono a pensieri disordinati.
    🙂

    • Sul libro credo scriverò qualcosa appena l’avrò finito di leggere (domani o al più il giorno dopo), anche se in un caso come questo le parole dell’autore parlano da sole.
      Se poi vuoi le mie impressioni sugli “astratti furori”, devo prima assicurarmi di non essere tuttora immerso negli stessi. 😀

  2. L’ho letto da giovanissima e avevo dimenticato l’incipit, mi ha fatto davvero piacere rileggerlo:)

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