Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il grande Gatsby” (Francis Scott Fitzgerald)

gatsby

“Oh, certo”. Mi guardò assente. “Sta’ a sentire, Nick. Voglio dirti che cosa ho detto quando è nata. Hai voglia di saperlo?”

“Certo”

“Ti mostrerà come sono diventata. Be’, era nata da meno di un’ora e Tom era Dio sa dove. Mi svegliai dall’etere con una sensazione di abbandono e chiesi subito all’infermiera se era un maschio o una femmina. Mi disse che era una bimba, e così voltai la testa e mi misi a piangere. – Bene – dissi – sono contenta che sia una bambina. E spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida. Capisci, credo che la vita sia una cosa terribile”, continuò con convinzione. “Tutti lo pensano…i più intelligenti. E io lo so. Sono stata dappertutto, ho visto tutto e ho fatto di tutto”. Si guardò attorno con gli occhi fiammeggianti in un atteggiamento di sfida, piuttosto simile a quello di Tom, e rise con scherno profondo.

“Cerebrale…Dio, come sono cerebrale!”

Nel momento in cui la voce tacque, cessando di attirare la mia attenzione, percepii l’insincerità fondamentale di ciò che aveva detto. Mi sentii a disagio come se l’intera serata fosse stata un trucco per strapparmi il contributo di un’emozione. Aspettai, e un momento dopo Daisy mi guardò con un sorriso affettato sul bel volto, come se mi avesse dichiarato la sua appartenenza a una società segreta piuttosto distinta, di cui facevano parte lei e Tom”.

(Francis Scott Fitzgerald, “Il grande Gatsby”)

Il grande Gatsby” è stata una piacevole sorpresa per me che, in passato, pur sapendo che era considerato un grande romanzo, me ne ero tenuto lontano, perché convinto che degli ambienti frequentati dai ricchi newyorkesi negli anni ’20 del secolo scorso non potesse fregarmene granché. Un pregiudizio, sfatato dalla lettura appena ultimata. Nick Carraway, l’io-narrante della storia, si trova a New York per studiare e diventare in futuro un esperto di borsa. Gli Stati Uniti di quel periodo nutrivano fiducia cieca nel Sogno Americano e la borsa di Wall Street incarnava al meglio quell’ideale di prosperità che poi si rivelerà, nel 1929, una tragica utopia. A New York, Nick resta affascinato da una misteriosa abitazione nella quale i benestanti del posto sono soliti ritrovarsi per ricevimenti mondani. Il proprietario di questo Eden cittadino è Gatsby, un misterioso personaggio sul quale circolano leggende circa l’origine della sua fortuna. Nick, che all’inizio prova per Gatsby un “disprezzo genuino”, ben presto capisce che dietro quello sfarzo esibito c’è la storia di un ex-ragazzo adesso trentenne, Gatsby per l’appunto, che ha deciso di confezionarsi quel luogo per potersi riavvicinare a Daisy, una ragazza da lui amata cinque anni prima, che adesso è sposata con l’arrogante Tom Buchanan. Il resto della vicenda lo lascio all’eventuale lettore.

Il grande Gatsby” è un libro che mette alla berlina l’ipocrisia, il vuoto, la stoltezza di certi personaggi altolocati che credono di poter comperare tutto con il denaro, anzi, ancora peggio, che talvolta riescono a comperare tutto, persino l’amore. Fitzgerald ci porta nel mezzo dei festini, con ospiti auto-invitatisi e avvezzi a titillarsi il mento con oggetti immaginari o al massimo a scambiarsi informazioni su chi ha tradito la moglie o il marito e in quale circostanza. La gelosia è un altro tema del romanzo, una molla che lentamente porta dritto alla tragedia. Il finale, che per ovvi motivi non svelo, anticipa di pochi anni la sorte di quel grande Sogno Americano, o quanto meno ne evidenzia l’altro lato della medaglia, quello oscuro.

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13 pensieri su ““Il grande Gatsby” (Francis Scott Fitzgerald)

  1. laulilla in ha detto:

    Ho riletto di recente il romanzo, dopoaver visto il film, invero bruttino, di Luhrmann, che di Fitzgerald ha parafrasato lo scritto, ingigantendo in modo molto kitsch le feste in casa di Gatsby, puntando sulla spettacolarizzazione delle medesime. Sono d’accordo con te che il romanzo sia un romanzo sul sogno americano, di cui Daisy è la simbolica rappresentazione, almeno secondo me.Se vuoi leggere la mia recensione del film, che è però anche in parte un’analisi del romanzo, puoi trovarla qui:
    http://laulilla.wordpress.com/2013/05/23/grande-solo-fitzgerald-il-grande-gatsby/

  2. è uno dei pochi libri che leggo e rileggo

  3. gelsobianco in ha detto:

    E’ molto che manco da questo tuo bel blog!

    Io ho letto e riletto questo libro.

    Tu ne hai dato un’interpretazione perfetta secondo me.
    Grazie.
    Tornerò appena possibile.
    Un sorriso
    gb

  4. Athenae Noctua in ha detto:

    La nota più intensa e struggente del libro è proprio questo ‘processo silenzioso’ al Sogno americano: una prospettiva piena di sogni, lusso e superficialità che è destinata a rivelare il vuoto e l’inconsistenza di fondo, che si riversano in modo catastrofico sui sentimenti e che, come giustamente hai rilevato, preludono alla grande crisi del ’29. Credo che “Il grande Gatsby” non sia tanto un capolavoro di narrativa (la trama, in sé, è poco consistente, per quanto ben costruita), quanto, piuttosto, una lucida e disillusa analisi sociale che fa perno su uno dei personaggi più particolari del panorama romanzesco. Mi sembra quasi un romanzo di idee personificate, e personificate in maniera eccezionale.

  5. Ho avuto più o meno lo stesso approccio anche io, soprattutto leggendo le prime pagine; poi l’ho assolutamente rivalutato:) buona giornata:)

  6. seunanottedinvernounlettore in ha detto:

    Io non l’ho mai letto per il medesimo pregiudizio… È ora di abbatterlo?

  7. Denise Cecilia S. in ha detto:

    Io mi sono decisa dopo averlo incontrato in Leggere Lolita a Teheran.
    E ho più o meno sposato la visione della Nafisi: e cioè che il “discorso” sul sogno americano, sulla grandiosità e via dicendo nasconda l’aspetto più rilevante (ma anche più trascurato, sia dai lettori sia dai personaggi stessi): la disillusione di Gatsby non tanto dalla ricchezza, quanto dall’idea che la vita sia di fondo bella, positiva. Dal sogno in sè e per sè, del quale la materialità non è che una funzione.

  8. Francesca in ha detto:

    Scusate mi potreste dire dove si trova il pezzo in cui dice “spero che sia una femmina….” grazie

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