Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Racconti dell’Ohio” (Sherwood Anderson)

Racconti dell'ohio

“Il giovane che lasciava il paese per tentare l’avventura della vita cominciò a pensare, ma non pensò niente di troppo importante né di troppo drammatico. Non gli vennero in mente cose come la morte della madre, l’incertezza della sua futura vita in città, gli aspetti più seri e vasti della sua esistenza.

Pensò a piccole cose: Turk Smollet che portava le tavole sulla carriola per la vita principale del paese; una donna alta ed elegantissima che s’era fermata una notte nell’albergo del padre; Bull Wheeler, l’uomo che accendeva i lampioni e girava per le strade nelle sere d’estate con una torba in mano; Helen White alla finestra dell’ufficio postale di Winesburg mentre incollava il francobollo su una busta.

La mente del giovane era trascinata via dalla sua crescente passione per i sogni. A guardarlo non aveva l’aria molto in gamba. Mentre il ricordo di quelle piccole cose gli occupava la mente, chiuse gli occhi e si appoggiò sullo schienale. Rimase a lungo così e quando si mosse, e tornò a guardare dal finestrino, il paese di Winesburg era scomparso, e tutta la sua vita in quel luogo era diventata nient’altro che uno sfondo per dipingervi sopra i sogni della sua giovinezza”.

(Sherwood Anderson, “Racconti dell’Ohio”, ed Einaudi; titolo originale “Winesburg, Ohio”)

Devo la tardiva scoperta di Sherwood Anderson a Cesare Pavese e in particolare a un volume trovato nella biblioteca del mio paese, nel quale sono raccolti alcuni saggi dello stesso Pavese, relativi a scrittori statunitensi quali Faulkner, Dos Passos, Steinbeck e appunto Anderson.

Racconti dell’Ohio” (titolo originale “Winesburg, Ohio”) mi ha fatto pensare a un’altra grande opera, cioè “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, una serie di poesie che l’autore immaginò scritte dai morti sepolti in quel cimitero, alcune delle quali riprese da Fabrizio De André per la composizione del suo album capolavoro “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Pavese, tra l’altro, ebbe il merito, nel suo lavoro presso la casa editrice Einaudi, di promuovere anche quella raccolta poetica in Italia.

Il libro di Anderson differisce da quello di Spoon River innanzitutto perché qui non si tratta di poesie, ma di brevi racconti. La maggiore affinità, o almeno ciò che mi ha rimandato a Lee Masters, sta nel fatto che anche qui l’autore ritrae una cittadina provinciale attraverso tanti piccoli quadri che possono essere letti l’uno indipendentemente dall’altro, ma che sono legati da tematiche e personaggi comuni. Con uno stile poco incline a costruzioni astruse, piuttosto secco direi, Anderson ci conduce alla scoperta degli abitanti di Winesburg, svelandone la solitudine, la paura della morte, le illusioni e le disillusioni sentimentali, il provincialismo e l’anelito a scappare, la rispettabilità pubblica di personaggi alla quale talvolta corrisponde un privato ambiguo. I racconti sono molto brevi, di rado superano le cinque pagine, ma la grandezza di Anderson sta nel riuscire a darci tutte le informazioni essenziali sul protagonista di quel racconto, che poi ritroveremo collaterale in altre storie, lasciando poi alla nostra immaginazione il resto. Non un romanzo, quindi, ma nemmeno racconti slegati, piuttosto un mosaico da ricostruire gustandosi un pezzo alla volta.

Il personaggio più presente è George Willard, giovane cronista e aspirante scrittore, al quale, non a caso, Anderson dedica l’ultimo racconto, ma sarebbe errato, a mio avviso, sostenere che esso sia il protagonista o il fulcro delle storie, perché pari dignità hanno tutti gli altri, dal filosofeggiante dottor Parcival al fanatico religioso Isaia Bentley, al reverendo Curtis Hartman, tentato dalla carne, fino a Tom Foster alle prese con le sue sbornie, passando per tutti gli altri.

Chiudo l’articolo lasciando la parola a un altro grande intellettuale, Alberto Moravia, che recensì il libro di Anderson quando fu pubblicato per la prima volta in Italia.

“Gli abitanti di Winesburg Ohio, come appare nel libro di Anderson, conducono tutti una doppia vita: una pubblica, noiosa, abitudinaria, rispettabile; una segreta e intima devastata da voglie furiose e da deliri inconfessabili. Anderson con questi suoi personaggi dissociati e doppi ha inteso certo dipingerci l’umanità com’egli l’ha conosciuta; in realtà, poi, senza volerlo, ci ha descritto il momento delicato e doloroso della trasformazione degli Stati Uniti da paese agricolo e patriarcale in nazione moderna e industriale. Questa trasformazione si espresse effettivamente in un’ipocrisia più o meno consapevole, nella quale i vecchi e i nuovi valori coesistevano ibridamente.”

(Alberto Moravia, su “Il Mondo”, 10 febbraio 1951)

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6 pensieri su ““Racconti dell’Ohio” (Sherwood Anderson)

  1. Ciao Antonio.
    Bella la tua recensione e stranamente (o no) simile a quella che alcuni anni fa ho pubblicato su Anobii, e che ti riporto.

    Una Spoon River dei vivi

    I racconti dell’Ohio narrano la vita di alcuni abitanti di Winesburg, cittadina del Midwest fatta di una Main street, poche altre strade e una campagna coltivata a fragole. I protagonisti dei brevi racconti hanno visto i loro amori e le loro speranze frustrati dalla vita: anche se sono ancora vivi, sembrano più morti degli abitanti di Spoon River, che almeno riposano su una collina.
    L’unico che nutre ancora speranze per il fututo è il giovane George Willard, che incontriamo in molti racconti: vuol fare il giornalista, ama o crede di amare una ragazza, ed alla fine partirà su un treno mattutino che ricorda quello della scena finale dei Vitelloni, perché solo in città ci può essere futuro. Partendo cancella tutta la sua vita precedente, per avere a disposizione una lavagna pulita su cui scrivere il suo futuro, che probabilmente, però, sarà fatto di frasi spezzettate.
    Le dolenti storie dei protagonisti del libro ci permettono di capire quanto crudele fosse la vita nella provincia americana di inizio ‘900, nella quale i valori fondanti della comunità sono stati spazzati via da una società in rapidissima trasformazione: in questo senso Anderson ci rappresenta la disgregazione dei valori dell’America rurale, che altri scrittori (Dreiser, ad esempio) ci dicono essere sostituiti da una brama animalesca di denaro e successo.

  2. …Non frustarti da solo così 😀 La mia scoperta di Sherwood Anderson è perfino più tardiva della tua, ed è avvenuta grazie a questo post. Recupererò il libro quanto prima, ciao (e grazie)!

  3. I racconti dell’Ohio sono racconti di vita e mi piacciono tanto……serena giornata…..Sara

  4. Pingback: “Un povero bianco” (Sherwood Anderson) | Tra sottosuolo e sole

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