Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Dialoghi sul nulla?” (da “Frammenti da un camino”, n. 16)

Da alcuni mesi non pubblicavo frammenti dal camino, cioè i resti del rogo cui saranno destinati i miei vecchi scritti. L’umanità mi era grata per questa assenza.

FRAMMENTO N. 16: “Dialoghi sul nulla?”

– Cosa leggi?

– “Corporale” di Volponi.

– Ah, grande. Davvero.

– Ha uno stile agghiacciante. Frasi secche, pungenti, definitive.

– Hai ragione, riesce a trasmetterci l’atmosfera del suo tempo, o meglio quella che era la sua percezione della situazione dell’epoca.

– A noi occorrerebbe un Kafka per descrivere lo stato attuale delle cose. A volte mi sembra di essere nell’antica Roma, una massa di disperati che combattono tra loro.

– Hai ragione, ci vorrebbe un Kafka; magari già esiste un Kafka, che non sarà mai pubblicato in vita e sarà scoperto tra cinquanta anni.

– Già.

– Io ogni tanto provo a scrivere, ma il problema è trovare la forma con la quale poter esprimere quello che vedo e sento.

– È anche il mio grande problema. La forma. Scrivo da anni, ma sono sempre insoddisfatto dello stile. Credo che uno scrittore sia destinato a essere scontento del proprio operato.

– A volte mi capita di rileggere cose che ho scritto qualche tempo fa e di trovarle scontate, banali o in ogni caso non corrispondenti, neanche in minima parte, a quello che avevo in testa.

– Tu non ti preoccupare, alla lunga, se hai qualcosa da dire, uno stile lo troverai. Ti ripeto, però, non aspettarti di essere soddisfatto del tuo modo di scrivere. Anzi, non te lo auguro, potrebbe essere un sintomo di presunzione, di mancanza d’umiltà, potresti acquisire sicurezza, ma perdere la capacità di metterti in discussione.

– Sai, io ho scritto molte cose, solo che, a parte il problema della forma, anche il contenuto mi lascia perplesso. Ad esempio, ho nel cassetto una sorta di romanzo, ma è troppo autobiografico. Non credo che potrebbe interessare alcuno. Sono alla ricerca di un’idea che mi consenta di uscire da me stesso e mi permetta di raccontare la realtà circostante.

– Tu continua a scrivere, non mollare. Io sto scrivendo una sorta di diario fenomenologico. L’idea mi è venuta leggendo un libro di un filosofo, il quale appuntava sui suoi fogli gli eventi che capitavano attorno a lui giorno per giorno, poi elaborandoli sulla scorta delle sue inclinazioni psicologiche.

– Quindi tu vuoi farlo pubblicare?

– Sì, anche se non credo sia facile. Sono sconosciuto e dovrei trovare un editore coraggioso. Oggi vanno di moda ben altri tipi di libri.

– Sono d’accordo con te. Oggi sembra che la sola letteratura esistente sia quella dei calciatori o dei barzellettieri. Non sembra esserci spazio per altro; ovviamente non è così, nelle librerie qualcosa d’interessante si può trovare, ma il mercato divora tutto.

– Siamo tornati a Kafka, alla sua impossibilità di essere pubblicato in vita, o comunque di ricevere quel riconoscimento che è arrivato solo postumo.

– Kafka doveva avere una spinta interiore enorme, anche se c’è da dire che lui pregò Brod di distruggere i manoscritti.

– A parte Kafka, credo tu abbia ragione. È necessaria la motivazione, se non la disperazione. Quella è la prima molla, dopo di che la forma può essere acquisita col tempo, con l’esercizio.

– Infatti. Non so tu, ma io al momento sento che mi manca quella necessaria concentrazione, quella che ti fa mettere ore di fronte alla pagina bianca per scrivere, estraniandosi da tutto il resto del mondo. Finora ho solo frammenti confusi nella testa, scrivo in modo caotico, nel senso che sono come un vulcano che di tanto in tanto erutta. Non c’è continuità, quella che potrebbe consentirmi di costruire qualcosa di lineare. Accumulo frammenti slegati, sono alla ricerca di una storia.

– L’intreccio narrativo verrà, puoi esserne certo. Tutti i piccoli tasselli che sembrano slegati tra loro, come hai detto tu, un giorno, come per una magia inspiegabile, confluiranno in un racconto, magari tramutati sotto altre forme, plasmati. Tu scrivi e per ora non pensare troppo alla storia, non forzarla, sgorgherà da dentro di te.

– Ti do ragione su questo punto, sul fatto che i frammenti possano essere rielaborati. Per esempio, alcuni passaggi di quel romanzo che non mi piace più sto pensando di riscriverli e utilizzarli per altre storie.

– Fai bene. Le idee, gli spunti creativi possono mescolarsi, entrare a far parte di contesti diversi. Il punto necessario, tornando alla necessità di un Kafka odierno, sta nel fatto che per narrare gli eventi bisognerebbe viverli. Voglio dire, se noi volessimo parlare del precariato che sta devastando questa società, dovremmo fare un’esperienza nei call-center. Non possiamo parlare di quel che non abbiamo vissuto, non so se concordi.

– Fino a qualche tempo fa questo era il mio problema principale. Solo un anno fa non avrei mai potuto e voluto sostenere una conversazione come questa. Me ne stavo chiuso nel mio guscio, non per snobismo o senso di superiorità. Al contrario, mi sentivo peggiore di tutti e temevo il giudizio della gente. Nell’ultimo anno mi sono aperto, sono cambiato molto ed ho capito che ci può essere spazio anche per uno come me.

– Non penso che il tuo pessimismo sia del tutto immotivato. A costo di cadere nella misantropia, devo dire che il genere umano nel suo complesso non è molto meritevole. Ci sono tanti imbecilli, basta aprire un giornale o guardare la tv per rendersene conto.

– La tv ormai è diventata autoreferenziale.

– Esatto, la parola è quella. Autoreferenziale.

– Il meccanismo è semplice. Si fa un programma, magari uno dei tanti reality, dopo di che s’invitano i protagonisti degli stessi in programmi che commentino gli stessi e così via di seguito.

– Tutto il resto sembra inesistente. Esiste solo quello che va sul giornale o in tv. Talvolta mi viene il dubbio di non esistere. Queste idee mi portano a una continua oscillazione tra un senso di megalomania e uno di fallimento totale.

– Io sono più portato alla seconda sensazione; meno male che ogni tanto incontro qualcuno con il quale posso parlare di questi temi senza essere preso per pazzo. Purtroppo sono consapevole che questi stessi discorsi possono apparire, ad altre persone, solo vuote elucubrazioni mentali, prive di qualsiasi senso. Per questo ti dico che è stato importante per me aprirmi. In tal modo, posso valutare meglio i diversi punti di vista e al tempo stesso trovare, sia pur saltuariamente, qualcuno che non reputi del tutto assurdi i miei ragionamenti.

– Ecco perché ti parlavo d’oscillazione tra la megalomania e il fallimento. Quando ero più giovane, ho avuto persino dei pensieri suicidi. Credo che parecchie persone li abbiano sfiorati o almeno abbiano pensato alla loro morte. Oggi non lo faccio più perché se apro un giornale e vedo quello che c’è scritto, quello che scrivono i presunti giornalisti, mi rendo conto di non essere da meno rispetto a loro e ritengo che farsi fuori non sarebbe giusto, sarebbe una forma d’ingiustizia.

– Te l’ho detto, io sono malinconico, mi sono spesso sentito fuori luogo e, tanto per dirne una, il mio rapporto con “il mondo delle donne”, se mi passi quest’orrenda definizione, è sempre stato caratterizzato da un’assurdità principale. Ho sempre cercato nei volti femminili delle proiezioni di quanto è nei miei sogni. Il peggio è che ero sempre consapevole dell’inutilità delle mie paranoie; ma era più forte di me, attuavo più o meno consapevolmente una sorta di fisiognomica del tutto personale, non so se mi spiego.

– Ho capito quel che vuoi esprimere.

– Oggi non sono guarito del tutto, però soffro di fallimenti più realistici, nel senso che almeno ora le ragazze le conosco, ci parlo, mi apro. Certo, magari poi interpreto le loro parole a modo mio, ancora soffro di un’immaginazione troppo sviluppata. Il problema è sempre quello, la lucidità.

– La lucidità, parola enorme. Ho sempre pensato che sia uno stato necessario, eppure non è semplice. Per esempio non mi sono mai drogato, proprio per non perderla, eppure in un certo periodo della mia vita ho creduto che solo bevendo potessi vivere. Per fortuna mi sono fermato in tempo e ora, anche quando bevo e mi ubriaco, sono certo che sarà solo per quella sera e non diverrà uno stato abituale. Bisogna conservare la lucidità, questo è l’essenziale.

– Sai, a proposito della lucidità e del rapporto della stessa con il bere, devo dire che io mi ubriaco facilmente. Sono stato astemio per due decenni, solo acqua e analcolici. Negli ultimi mesi ho iniziato a bere e mi sono accorto di due cose: in primis non reggo birra e super-alcolici, crollo al secondo bicchiere. In secondo luogo, il mio crollo non va a detrimento della lucidità, la asseconda, rendendomi iper-sensibile, più di quanto già non lo sia. Sei stato a quella festa in campagna l’altra settimana?

– Sì, anche se non mi piaceva quella musica da discoteca!

– A chi lo dici! Io mi ci sono trovato quasi per caso, seguendo due amici. Bene, ero abbastanza sbronzo, eppure non sono riuscito a lanciarmi nel ballo, nella festa generale, sia perché non amavo il genere di musica, sia perché avevo una lucidità mentale che mi faceva paura. L’alcol, invece che disinibirmi, allentarmi i freni, aveva sollecitato altri impulsi nel mio cervello. Ero tremendamente attento a ogni dettaglio, a ogni movimento, li ho memorizzati tutti nella mia testa, potrei descriverteli ora. Poi ho visto una ragazza che amavo o credevo d’amare ed è stato il colpo finale. Mi sono sentito come se stessi osservando tutta quella scena dall’alto, vedevo me stesso in quel contesto e mi trovavo assurdo, irreale, mi chiedevo mille cose, ma non facevo in tempo a rispondermi che già altre domande si affollavano.

– Questo però non deve spaventarti più del dovuto. Semplicemente hai la fortuna-sfortuna di osservare gli eventi e te stesso. La scrittura ti può essere d’aiuto, un modo per lavorare sui tuoi limiti e magari trasformarli in qualcosa d’interessante, non trovi?

– Certo, infatti, questa è la strada che cerco di seguire, anche se è faticosa e soprattutto priva di qualsiasi riscontro. Non parlo di riscontri materiali, ma spirituali, anche se questa parola mi sembra abusata, spero tu intenda cosa voglio dire. Hai ragione, però, sto lavorando sui miei limiti e ciò non mi spaventa. Sai, l’altro giorno pensavo a una sorta di stupida teoria.

– Una teoria? E cosa sarebbe?

– La chiamo teoria dei “lampi d’infinito”. L’ho mutuata dal finale delle “Notti bianche” di Dostoevskij. In quelle pagine lui scrive: “Un intero minuto di beatitudine, è forse poco, sia pure in un’intera vita umana?”. Bene, io ho capito che siccome non posso raggiunger l’infinito pur tendendo ad esso, devo accontentarmi di ritrovare l’infinito nel finito, nell’esistenza quotidiana. Ma non riesco a spiegarti con parole precise quel che voglio dire.

– Non preoccuparti, non c’è bisogno di spiegare tutto. Piuttosto, ti soddisfa l’applicazione pratica di queste teorie?

– Non molto, a esser sincero. Il problema è il tempo che separa un lampo dall’altro. Ad ogni modo, se l’emozione del singolo istante è sufficientemente forte, è possibile tirare avanti sino al momento successivo. Questa chiacchierata, per esempio, è stato uno di quei lampi dei quali ti parlavo.

(Continueranno il delirio? Spero di no…)

“…è immortale solo chi accetta l’istante” (Cesare Pavese)

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