Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Furore” (John Steinbeck)

furore

“Queste cose andarono perdute, e i raccolti cominciarono a venire valutati in termini di dollari, e la terra in termini di capitale più interessi. E i prodotti cominciarono a essere comprati e venduti prima delle semine. E allora le annate cattive, la siccità, le inondazioni, non furono più considerate come catastrofe, ma semplicemente come diminuzioni di profitto. E l’amore di quegli esseri umani risultò come intisichito dalla febbre del denaro, e la fierezza della stirpe si disintegrò in interessi; così che tutta quella popolazione risultò di individui che non erano più coloni, ma piccoli commercianti, o piccoli industriali, obbligati a vendere prima di produrre. E quelli fra essi che non si rivelarono bravi commercianti, perdettero i loro poderi che vennero assorbiti da chi invece si rivelò bravo commerciante. Per quanto bravo coltivatore, per quanto affezionato al suo campo, chi non era bravo commerciante non poteva mantenere le proprie posizioni. Così, col passare del tempo, i poderi passarono tutti in mano ad uomini d’affari, e andarono aumentando sempre di proporzioni, ma diminuendo di numero”.

(John Steinbeck, “Furore”, ed. Bompiani)

Nel 1929 la Grande Depressione sopravvenuta al crollo dei mercati azionari negli Stati Uniti colpì soprattutto i più poveri. Tra questi, i lavoratori dei campi, costretti infine a emigrare in massa verso la California in cerca di una terra promessa che spesso non si rivelerà tale. “Furore”, scritto da John Steinbeck, è stato considerato il romanzo simbolo di quel periodo della storia americana. In esso sono narrate le vicende della famiglia Joad, che deve abbandonare l’Oklahoma e attraversare stati su stati fino a giungere in California, a bordo di un automezzo raffazzonato, nel quale gli oltre dieci membri della famiglia sono stipati. Con loro, a bordo, un predicatore pentito, che ormai non crede più nel potere consolatorio della parola.

Steinbeck narra l’epopea dei Joad mettendo in rilievo come le presunte virtù morali e l’etica debbano sempre essere relazionate alle condizioni pratiche nelle quali gli uomini sono costretti ad agire. Sdraiati su un divano, è comodo fare sottili distinzioni filosofiche, morsi dalla fame in mezzo a una strada tutto è diverso. I numerosi animali citati dall’autore paiono, in questo senso, suggerirci una comunanza ben più stretta tra gli stessi e l’uomo, specie quando l’uomo è ridotto in schiavitù da altri uomini o quando la lotta per la sopravvivenza lo porta a sopraffare, a sua volta, il prossimo. La famiglia Joad abbandona la sua terra con dolore, ma conscia che non può fare altrimenti, pena la morte per fame.

Gli strali di Steinbeck si rivolgono soprattutto contro le banche, le società finanziarie, i ricchi latifondisti che sfruttarono la crisi per arricchirsi ancora di più a scapito delle masse di disperati costretti ad accettare condizioni di lavoro umilianti, paghe al ribasso, pur di mangiare un tozzo di pane a fine sera. Il mostro, il sistema capitalistico, creato dagli uomini, è sfuggito loro di mano e li ha condotti a dimenticarsi che l’altro non può essere solo un numero di borsa, una parte di capitale sociale. L’autore si scaglia inoltre contro la corruzione delle forze dell’ordine dell’epoca, spesso al soldo dei potentati. La repressione di ogni forma di organizzazione sindacale nei campi, in nome di un’assurda fobia dei rossi bolscevichi, non è altro che la manifestazione della perdita di ogni umanità e alla lunga non po’ che condurre all’insorgere del furore sociale. Alternando la narrazione del nomadismo dei Joads a capitoli con considerazioni più storiche, Steinbeck compone un romanzo magistrale per intensità e ritmo, poco incline a patetismi e retoriche.

Il margine di profitto, l’utile, la meccanizzazione delle attività agricole, che pure di per sé non sarebbero nocive, lo diventano quando si dimostrano solo strumenti in mano a personaggi senza scrupoli, mostri legalizzati che non si fanno scrupoli, ad esempio, nel far accorrere centinaia di migliaia di persone in un luogo con la promessa di un posto di lavoro, con il solo scopo di sostituire i precedenti lavoratori, rei di aver protestato per l’ennesimo abbattimento dello stipendio. Quando la fame avanza, qualcuno più disperato si trova sempre.

La famiglia Joad è il perno attorno al quale ruota la narrazione di Steinbeck, con tutti i suoi componenti eterogenei. Ci sono i nonni, legati alla terra natia e poco propensi al viaggio della disperazione; c’è Tom, uscito dal carcere, dove era finito in seguito a una rissa, redento e responsabile; c’è Al, più giovane e inseguitore di gonnelle anche in condizioni disperate; poi i piccoli Ruth e Winfield, Rosa Tea e suo marito Connie, zio John che affoga nell’alcool i suoi pensieri, Noé il fratello strano, il babbo e la mamma dei ragazzi e il predicatore Casy. Steinbeck ci narra la paura, i desideri, le delusioni, la scoperta degli orrori ma anche delle bellezze dei campi di profughi dove sono costretti ad accamparsi, la costatazione di come la California non sia quel paradiso promesso, l’odio dei californiani stessi verso coloro che sono visti come invasori, il tutto in pagine mai noiose, spesso toccanti, talvolta anche divertenti.

Un grande romanzo su un periodo storico drammatico, con non poche e inquietanti analogie con certe dinamiche odierne.

“E le banche e le società si scavano la fossa con le loro mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi, e sulle strade circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.

Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta.”

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6 pensieri su ““Furore” (John Steinbeck)

  1. posso permettermi di invitarti a seguirci su
    http://www.discutibili.com?
    grazie
    ciao

  2. Denise Cecilia S. in ha detto:

    Furore è uno dei capisaldi delle mie letture. Uno di quelli che periodicamente vanno riletti – un altro, sempre nella collana di “libri con la copertina rossa e le scritte dorate” – è Paura di Richard Wright.

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