Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il giorno del giudizio” (Salvatore Satta)

satta

“Forse non erano Don Sebastiano, Donna Vincenza, Gonaria, Pedduzza, Giggia, Baliodda, Dirripezza, tutti gli altri che mi hanno scongiurato di liberarli dalla loro vita; sono io che li ho evocati per liberarmi dalla mia senza misurare il rischio al quale mi esponevo, di rendermi eterno. Oggi, poi, di là dai vetri di questa stanza remota dove mi sono rifugiato, nevica: una neve leggera che si posa sulle vie e sugli alberi come il tempo sopra di noi. Fra breve tutto sarà uguale. Nel cimitero di Nuoro non si distinguerà il vecchio dal nuovo: ‘essi’ avranno un’effimera pace sotto il manto bianco. Sono stato una volta piccolo anch’io, e il ricordo mi assale di quando seguivo il turbinare dei fiocchi col naso schiacciato contro la finestra. C’erano tutti, allora, nella stanza ravvivata dal caminetto, ed eravamo tutti felici poiché non ci conoscevamo. Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in giudizio finale. È quello che ho fatto io in questi anni, che vorrei non aver fatto e continuerò a fare perché ormai non si tratta dell’altrui destino ma del mio”.

(Salvatore Satta, “Il giorno del giudizio”, ed. Adelphi)

Salvatore Satta è stato un rinomato giurista italiano, ma anche l’autore di un romanzo come “Il giorno del giudizio”, che mi ha sorpreso in positivo. Da qualche anno lo avevo adocchiato in biblioteca, ma solo ora sono giunto a leggerlo, passando così dalla saga dei Buddenbrook descritta da Thomas Mann a quella dei Sanna Carboni, famiglia al centro di questo libro ambientato nella Nuoro di fine Ottocento e inizio Novecento. Don Sebastiano Sanna Carboni è un notaio, sposato con Vincenza, una donna senza più speranza, e padre di sette figli, tutti maschi. La famiglia Sanna, però, è solo il pretesto narrativo di cui si serve Satta, il quale, più che narrarci in maniera pedissequa e cronologica gli eventi della stessa, ne fa il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi provinciali. Il “giudizio” evocato nel titolo non ha una natura mistico-religiosa, sebbene i singoli protagonisti siano spesso intrisi di religiosità più o meno ingenua. A me pare, ma in questo sono confortato dalle stesse parole dell’autore, riportate poco sopra, che per giudizio debba intendersi il legame ineluttabile tra un narratore e i soggetti della sua narrazione. L’autore, nel momento stesso in cui sceglie un luogo, una persona, un evento, lo cristallizza nella pagina, giudicandolo, chiamandolo alla sua memoria, nel disperato tentativo di vincere la morte. Il romanzo di Satta è soprattutto una riflessione sulla solitudine e sulla morte, non a caso il cimitero di Nuoro è il luogo nel quale i diversi e spesso strambi personaggi sono destinati a confluire tutti. Il tema è scottante e certo non induce all’allegria, ma nonostante ciò “Il giorno del giudizio” non è una patetica costatazione dell’inutilità di tutti gli sforzi per combattere l’invincibile morte, bensì un romanzo che alterna momenti di grande lirismo a pagine più leggere.

I Sanna Carboni sono seguiti dall’autore in maniera più precisa e continua, ma come scritto sotto attorniati da una galleria di personaggi che non è improbabile ritrovare in qualsiasi provincia. La Nuoro dipinta da Satta è caratterizzata da una netta divisione sociale, tra benestanti e diseredati ma non solo. Anche all’interno della stessa famiglia protagonista, per esempio, marito e moglie ormai s’ignorano se non peggio e anche il rapporto con i figli si rivelerà inevitabilmente destinato alla perdizione. Attorno, come detto, una pletora di figure, quali zitelle inacidite, maestri di scuola con il vizio di bere, preti che hanno un po’ troppa passione per l’agone politico, perdigiorno dediti alla vita da bar, la prostituta di paese derisa da tutti in pubblico ma poi anelata nell’intimità, e così via. Sullo sfondo, incombenti, le notizie dell’ormai imminente guerra del 1915 – 1918.

Ho letto, nella sua biografia, che Satta pensò a questo romanzo per oltre trent’anni e che la stesura avvenne negli ultimi quattro anni della sua vita. Considerando il risultato, debbo dire che a mio avviso la sua perseveranza ha prodotto un gran bel romanzo, a tratti toccante.

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4 pensieri su ““Il giorno del giudizio” (Salvatore Satta)

  1. L’ha ribloggato su Tramedipensierie ha commentato:
    …le strade acciottolate come fili; lisce e scure…come la lana messa ad asciugare. La mia Nuoro, il Redentore e la Chiesetta della solitudine.

  2. mi manca solo quello ed ho fatto bingo.. :lol:)

  3. se hai voglia leggi questo libro.

  4. …………………se hai voglia leggi questo libro anche se , data la tua giovane età,certe letture è meglio rimandarle più in avanti.nel proseguo della lettura troverai tante dicerìe dette dai vecchi tanto austeri quanto lugubri : non tenerne conto,è usanza dei vecchi che resosi conto della loro ingombrante presenza, nulla loro rimane che rammentare agli altri proverbi che loro stessi mai hanno amalgamato
    proverbi che si ripetono nel tempo per sentito dire,un pò come la vita, si vive per sentito dire,pochi sono disposti a farsi legare ad un albero per non farsi incantare dalle lusinghe,mi chiedo e lo chiedo a quei pochi ardimentosi ; ne vale la pena? tanto
    sempre ci sarà qualcuno che a” fin di bene” farà ti tutto per slegarti.a quel che si racconta, anche Gesù -uno dei tanti- e ciascuno alla propria maniera, fece di tutto per farsi legare, a modo suo non voleva “seccature” con la vita,aveva cose piu’ importanti da fare, forse contava di vivere negli aforismi, e forse proprio in quell’occasione fu coniato il proverbio ” scherza con tutti ma non col prete”,ma tant’è e,come si suol dire ed i particolare da quelle parti – il tempo è danaro-,in definitiva fu creduto e prontamente messo alla prova con l’auspicio di mettere subito all’incasso la salvezza,ciò comportava legarlo,salvo poi slegarlo per farlo rinascere ancora piu’ in alto,in gloria e in memento,ma questo è un’altro argomento,sono gli artefici che inventano gli uomini per consolarsi su ciò che non comprendono.
    ma tornando al giurista Satta,attento osservatore della liturgia sarda, e non solo, nel suo racconto ha voluto aprire una finestra non tanto per comunicare paesaggi luminosi e infiniti,ma per contemplare la desolazione dell’anima, l’uomo che smarrisce il suo Sè piu’ profondo, senza piu sogni speranze follie ed incanti.
    ora ch’è precipitato oltre quel muro della morte, se potesse uscire dal suo interro e vagare indisturbato nel silenzio dei suoi passi si accorgerebbe che poco è cambiato,tutto è come prima.sa “tanca manna” è sempre ambita,la fede e la vita vengono sempre professate il piu’ vicino ad una damigiana di vino,e su questo i sardi sono molto religiosi e incorruttibili nel mantenere le proprie tradizioni
    “INUE BADA INU NIEDDU BIGHEREDE TAZZA MANNA” -ove c’è vino nero necessita bicchiere grande-
    l’affaccio sul Pomerio c’è sempre, tutto si adempie come prima, anche se a Seule i contadini non esistono piu’,tanto meno indossano i costumi tradizionali,ma in compenso i pastori, anche loro, hanno imparato a vivere e in particolare a morire a “norma di legge”,non muoiono piu’ per balentia, non è piu’ di moda,oggi muoiono di autostrada,di farmacia e di spinelli.
    quindi caro giurista Satta, che torni a fare tra di noi morituri per contemplare cose che già sapevi,non insistere, metti la tua anima i serenità, i conversi non esistono piu’, pure la morte, checche se ne dica è rimasta vedova, non trova piu’ amanti nè fidanzati ardimentosi che gli si fanno incontro,gli uomini hanno cose piu’ importanti da fare, sono impegnati a comprare “tancas mannas”,ma Tanatos , e su questo mi trovi d’accordo, la grande Madre che a tutto provvede, il solvente universale che tutto scioglie e tutto ricompone non si sdegna piu’ di tanto di tale irriverenza,non è come le Erinni che sono astiose e frettolose nel volere appagare la loro vendetta,Lei non ha fretta , apparentemente in disparte scambiando segni arcani con le Parche assiste ai nostri giochi, finchè non si manifesta e chiede di giocare con te, a nulla serve dirle che sei stanco, che questo non è il momento per giocare, che ancora non hai finito di pagare il mutuo pro ” sa domo manna” che hai trascorso la vita fantasticando buoni propositi,propositi che ora sei intenzionato a portare a termine,ed in ultimo a nulla serve sottrarsi al gioco facendo vita di non conoscerla quando ben sappiamo che è stata una fedele compagna della nostra esistenza.l’adunca morte come volgarmente viene soprannominata sempre mantiene la promessa d’amante imparziale,anche se a volte, in un impeto di estremo amore si traveste da amazzone o da cavaliere consentendo ad alcuni di cavalcarle accanto.

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