Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana” (Carlo Emilio Gadda)

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“Tutti ormai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa indigestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi il ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne”

(Carlo Emilio Gadda, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”)

Qualche giorno fa scrissi di aver superato la crisi coniugale tra me e i romanzi, durata qualche mese dopo decenni di passione intensa, grazie a Gadda e al suo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, ripreso in mano a distanza di anni e subito capace di farmi apprezzare di nuovo la capacità narrativa, l’arguzia, la proprietà di linguaggio dello scrittore. Ora che ho terminato la lettura, posso confermare quelle impressioni e aggiungere, semmai, che certi romanzi fungono anche da monito contro qualsiasi mia velleità letteraria, nel senso che leggendo Gadda mi rendo conto dell’ingenuità con cui mi ero messo all’opera nello scrivere racconti o romanzi. A prescindere da questo discorso, che mi porterebbe molto lontano (per inciso, a contrasto, c’è da dire che per fortuna i grandi autori non si fanno queste domande, perché altrimenti Gadda stesso non avrebbe scritto nulla, esistendo già Dostoevskij, Proust, etc, etc), devo dire che anche scrivere un articolo sul “Pasticciaccio” non è operazione semplice e, infatti, mi limito all’essenziale e a consigliarvelo.

Il romanzo è un giallo senza soluzione, ed è tale perché per Gadda la realtà è un groviglio inestricabile che non si può dipanare. Nella Roma del 1927, in via Merulana, un furto e un assassinio si susseguono a brevissima distanza temporale e spaziale. Il commissario Francesco “Don Ciccio” Ingravallo, incline a filosofeggiamenti, è incaricato delle indagini, che metteranno in rilievo personaggi strambi, dalla doppia o tripla esistenza, pettegolezzi di quartiere e relazioni sotterranee che sembrano portare alla scoperta dell’assassino ma che in realtà svelano solo l’inestricabile matassa che è l’esistenza. Gadda si serve di un linguaggio che mescola italiano aulico, napoletano, romano e molisano, forse anche altro, e bastona, con impareggiabile sarcasmo, vizi, stupidità e atteggiamenti servili. Non mancano riferimenti storici al “Merda” e “Testa di Bombetta” (lascio al lettore il facile compito di scoprire chi è).

Un capolavoro della letteratura italiana, che consiglio senza ulteriori e superflue parole.

Dal libro fu poi tratto anche un film, “Un maledetto imbroglio”, diretto da Pietro Germi, che pur non fedele al romanzo (soprattutto circa l’utilizzo del linguaggio, intrasportabile in sede cinematografica), merita di essere visto.

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