Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La forma dello spazio profondo” (Shing-Tung Yau, Steve Nadis)

La forma dello spazio profondo

“È difficile dire perché idee fondamentalmente matematiche continuino a spuntare in natura. Richard Feynman trovava egualmente difficile spiegare perché “tutte le nostre leggi fisiche siano proposizioni essenzialmente matematiche”. La chiave risolutiva di questi rompicapo, egli riteneva, potrebbe trovarsi, da qualche parte, nel nesso consistente tra matematica, natura e bellezza. “È difficile trasmettere a coloro che non sappiano di matematica”, affermava Feynman, “una sensazione reale riguardo alla bellezza, alla più profonda bellezza della natura.”

Ovviamente, se in un modo o nell’altro il criterio guida dev’essere la bellezza, anche solo in via provvisoria, finché non ci si imbatte in indizi più tangibili, rimane il problema di stabilire che cosa sia la bellezza: un compito che però bisognerebbe lasciare ai poeti, direbbe qualcuno. È anche possibile che i matematici e i fisici abbiano della bellezza un concetto un po’ diverso: eppure, in entrambe le discipline, le idee che tendenzialmente definiamo “belle” sono quelle che possono essere stabilite chiaramente e concisamente e che nello stesso tempo si connotano come potenti e di ampia portata. Anche così, essendo la bellezza una nozione squisitamente soggettiva, il gusto personale finisce inevitabilmente per far pendere il piatto della bilancia”.

(Shing Tung Yau – Steve Nadis, “La forma dello spazio profondo”, ed. Il Saggiatore)

Potrei asserire di aver scelto la precedente citazione perché essa è l’unica frase del libro che mi è parsa avere un senso comprensibile alle mie attuali conoscenze, ma peccherei di falsa modestia e quindi preferisco scrivere che con la stessa ho voluto evidenziare un aspetto affascinante di questo libro, che ha reso possibile oltrepassare i numerosi passaggi più ostici. “La forma dello spazio profondo” è un testo scritto a quattro mani da Shing-Tung Yau, matematico di chiara fama internazionale, e dal giornalista scientifico Steve Nadis. Nonostante l’intento divulgativo, va detto che non si tratta di pagine accessibili a tutti, richiedendo una certa preparazione o quanto meno una potente curiosità per gli argomenti trattati, tale da vincere lo scoramento che può prendere il lettore quando, come è capitato a me, si dovesse rendere conto che non solo non ci si può improvvisare matematici e fisici, ma neanche ci si può improvvisare lettori di libri scritti da matematici e fisici. Ciò detto, devo dire che se ho finito il libro e sono qui a scriverne è perché mi ha stimolato e fornito conoscenze che prima non avevo. Personalmente ho trovato molta difficoltà nei capitoli centrali del libro, dal quarto al settimo (i capitoli sono quattordici), quando si è entrati nel dettaglio della cosiddetta “analisi geometrica”, con tanto di spiegazione degli “spazi di Calabi-Yau”, espressione con la quale si sintetizza la teoria del coautore del libro e del matematico italiano Eugenio Calabi.

I primi tre capitoli del libro sono un’ottima introduzione ai concetti basilari della geometria e della topologia, branca di studi più recenti ma molto affascinante. Partendo dal teorema di Pitagora e dagli “Elementi” di Euclide, e passando per le grandi menti matematiche quali Cartesio, Gauss, Riemann, Poincaré e altri, gli autori ci guidano, spiegandoci il contributo di ciascuno dei suddetti autori, alla scoperta di come le scoperte della matematica, della geometria e negli ultimi decenni della topologia, abbiano avuto riscontro nel mondo fisico. L’intento è mostrare come solo un’interazione forte da matematici e fisici, al netto di qualche rivalità sterile, possa portarci a una comprensione dell’universo sempre più penetrante, sebbene, ovvio dirlo, mai completa. Il titolo del libro ci fa comprendere come gran parte dello stesso sia dedicato allo studio delle forme e più in particolare al tuttora irrisolto enigma di come sia strutturato il nostro universo. Molto spazio è dedicato, in questo libro, alle dimensioni nascoste (nulla di mistico!) e alla “teoria delle stringhe”, affascinante, discussa e tuttora indimostrata tesi circa i costituenti ultimi della materia.

Non ho gli strumenti per giudicare in pieno, ma ho l’impressione che uno studente di matematica o di fisica potrebbe trovare questo testo entusiasmante; per noialtri che, pur avendo magari sostenuto la maturità proprio in fisica, poi abbiamo preso altre strade, salvo poi tornare a certe letture dopo tanti anni, si tratta di un’opportunità di metterci a confronto con qualcosa che stimola il cervello e magari potrà indurci ad approfondire qualcosa, per poi tornare, tra qualche mese o anno, a rileggere questo libro con più capacità di discernimento. Su un piano più strettamente umano, infine, non mancano le memorie di Yau sulla sua difficile e travagliata infanzia, sulla svolta che la morte del padre diede alla sua vita, sugli studi negli Stati Uniti, dove divenne un topo da biblioteca e soprattutto sulle emozioni e le fatiche collegate alle scoperte che lo hanno reso celebre.

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