Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La luna e i falò” (Cesare Pavese)

la luna e i falò

“…ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più. Quel che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato. Nuto, l’unico che restava, era cambiato, era un uomo come me. Per dire tutto in una sola volta, ero un uomo anch’io, ero un altro – se anche avessi ritrovato la Mora come l’avevo conosciuta il primo inverno, e poi l’estate, e poi di nuovo estate e inverno, giorno e notte, per tutti quegli anni, magari non avrei saputo che farmene. Venivo da troppo lontano – non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato”.

(Cesare Pavese, “La luna e i falò”)

“La luna e i falò” è l’ultimo libro scritto da Cesare Pavese prima del drammatico gesto che pose fine alla sua esistenza e nello scrivere qualche impressione su quest’opera non posso ignorare questo fatto, così com’è innegabile che io mi senta legato a Cesare Pavese in maniera particolare, per motivi che non so ben specificare e che vanno oltre la mera lettura dei suoi scritti, che siano romanzi, saggi o pagine diaristiche. Ho già raccontato, almeno così ricordo, di quando un ragazzo, all’epoca diciottenne, mi chiese un giudizio su Pavese e io mi limitai a consigliargli di leggerlo, aggiungendo poi che di Pavese non potevo dire altro perché lo amavo. Con il tempo mi sono reso conto che quell’espressione può apparire molto retorica, vuota e oggi non mi esprimerei più così, o quanto meno dovrei specificare che di Pavese amavo ciò che nelle sue parole funge da specchio per alcuni miei pensieri. Resta il fatto che tuttora considero Pavese, a prescindere da quanto possa essere io legato a certe emozioni che desta in me, un grande uomo di cultura e uno scrittore che un giovane dovrebbe leggere appena possibile.

Ho riletto “La luna e i falò”, credo per la terza volta, spinto dall’esigenza di rituffarmi in qualcosa che mi fosse familiare, che rappresentasse una pausa da alcune letture diverse alle quali mi sto appassionando nell’ultimo periodo, e devo dire che si è trattato di una riscoperta di certe atmosfere nelle quali la mia mente si trova a suo agio. Ho scritto una pausa, ma ciò non deve far pensare che si tratti di un romanzo rassicurante, rasserenante. Ho scritto a inizio articolo che bisogna tenere presente il momento in cui Pavese lo scrisse, vale a dire poco prima della sua morte e pochi anni dopo la seconda Guerra Mondiale.

“E poi a me Nuto piaceva perché andavamo d’accordo e mi trattava come un amico. Aveva già allora quegli occhi forati, da gatto, e quando aveva detto una cosa finiva: ‘Se sbaglio, correggimi’. Fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire ‘ho fatto questo’, ‘ho mangiato e bevuto’, ma si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo. Non ci avevo mai pensato prima”.

Nel romanzo è narrata la storia, tra realismo e simbolismo, di un uomo, soprannominato Anguilla, che torna al suo paese, nelle Langhe torinesi, dopo essere stato per anni in America. Vi torna, per l’appunto, nel dopoguerra, e va alla riscoperta dei luoghi della sua infanzia, peraltro caratterizzata dal fatto che lui era stato abbandonato dai genitori. Il romanzo è strutturato per blocchi, ciascun capitolo, pur essendo legato agli altri, rappresenta una scena a sé stante, un incontro, un ricordo, un ridestarsi di sensazioni che affondano le radici nel passato e che sono rinverdite dallo scorgere di luoghi e persone che l’uomo, ormai consapevole, rilegge nell’ottica della sua raggiunta maturità. In questo viaggio nella memoria Anguilla è accompagnato da Nuto, suo vecchio amico, di soli tre anni più grande di lui, con il quale condivise tante avventure in gioventù e rimasto, a differenza sua, nella terra natia, laddove lotta contro ingiustizie che un’atroce guerra non ha per nulla risolto. Un altro incontro importante è quello con Cinto, un ragazzo nel quale rivede sé stesso alle prese con il mondo degli adulti.

“Li faceva vergognare. Gli diceva che sono soltanto i cani che abbaiano e saltano addosso ai cani forestieri e che il padrone aizza un cane per interesse, per restare padrone, ma se i cani non fossero bestie si metterebbero d’accordo e abbaierebbero addosso al padrone”

In un’alternanza di presente e passato, Pavese ci descrive, senza enfasi e sovrabbondanza di parole, il ritorno, la nostalgia, il sofferto viaggio nel tempo di quest’uomo che sente la carenza di una terra da sentire come propria, di una famiglia, lui che pure emigrando non è riuscito a crearsi un proprio mondo e che lo ricerca nei luoghi dell’infanzia, soffrendo, perché tutto è cambiato anche se tutto è restato uguale. Di uguale c’è ancora l’amore per la terra, i riti dei contadini, le strade, gli alberi, le rocce, i monti, calpestati, però, da gente che nel frattempo è cresciuta, spesso è morta, in circostanze drammatiche. La morte, ecco, appare spesso in “La luna e i falò”, quando il protagonista, indagando sulla sorte di persone che conosceva, ragazze che desiderava, scopre che fine hanno fatto. In particolare, sotto quest’ultimo profilo, Anguilla rievoca Silvia, Irene e Santa, tre sorelle, figlie del proprietario terriero presso il quale svolgeva il ruolo di garzone, l’ultima delle quali ancora bambina prima che egli partisse.

Il titolo dell’opera fa riferimento ai falò della festa di san Giovanni e al ciclo della luna, dal forte significato simbolico per gli uomini di quelle zone, legati come sono anche a riti propiziatori per il raccolto. Quello stesso fuoco, però, un tempo simbolo di fertilità, assumerà un senso drammatico nel contesto della guerra. L’ultima pagina del libro, in tal senso, rappresenta per me una vetta di lirismo e ogni volta che la leggo non riesco a reprimere un moto di forte commozione. Ho scritto che la morte è un tema molto presente nel romanzo. Altrettanto lo sono la guerra, con le sue crudeltà, l’amicizia, la sensualità e più in generale la difficoltà, per qualunque uomo, di trovare una sponda per vincere la solitudine alla quale sembra essere destinato.

Quando lessi “Il mestiere di vivere” ebbi la netta sensazione che Pavese scrisse “La luna e i falò” con la convinzione che sarebbe stata la sua ultima prova romanzesca, quasi un tirare le somme alla propria esistenza. Non ho motivi certi per pensarlo, la mia fu una sensazione, confermata da questa rilettura, nella quale i riferimenti autobiografici sono velati e trasfigurati, basti pensare al protagonista che è un contadino neanche troppo acculturato, quindi non direttamente rapportabile, sotto il profilo biografico, all’autore, ma non per questo meno potenti e toccanti.

Non posso sapere, adesso, come risponderei a quel giovane se mi rifacesse quella domanda, non ho avuto neanche modo di chiedergli se poi ha letto qualcosa di Pavese, se gli è piaciuto o meno, ma non è questo che conta. So, però, che certe pagine di Cesare Pavese resteranno con me ancora a lungo e che anche stavolta, leggendo certi passaggi del romanzo, non ho potuto evitare che mi si inumidissero gli occhi.

“Nuto s’era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. – No, Santa no – disse – non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”.

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5 pensieri su ““La luna e i falò” (Cesare Pavese)

  1. “si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo. Non ci avevo mai pensato prima”
    Bene, mi hai convinto a rileggerlo. Amo Pavese. 🙂

  2. Proprio ieri volevo comprarlo, ma poi non so perchè non l’ho fatto..
    Credo che la prossima volta lo prenderò sicuramente…
    Ti va di passare da me?
    Ti aspetto nei miei post!!!
    Luna

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