Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il libro dell’inquietudine” (Fernando Pessoa)

Il libro dell'inquietudine

“Ci sono giorni nei quali ogni persona che incontro e, ancor di più, le persone abituali della mia convivenza obbligata e quotidiana, assumono aspetti di simboli e, isolati o fra loro connessi, formano un alfabeto profetico od occulto che descrive in ombre la mia vita. L’ufficio diventa per me una pagina con parole fatte di gente; la strada è un libro; le parole scambiate con i conoscenti o gli sconosciuti che incontro sono espressioni per le quali viene meno il dizionario ma non completamente la comprensione. Parlano, si esprimono; eppure non parlano di se stesse e non esprimono se stesse; sono parole, ho detto, e non indicano, lasciano solo intendere. Ma, nella mia visione crepuscolare, distinguo solo vagamente quanto queste vetrate, che si rivelano sulla superficie delle cose, lasciano trasparire dalla loro interiorità che custodiscono e rivelano. Intendo senza arrivare alla coscienza, come un cieco al quale si parli di colori.

A volte, passando per la strada, colgo brani di conversazioni intime, e si tratta quasi sempre di conversazioni sull’altra donna, sull’altro uomo, sul ragazzo di uno o sull’amante dell’altro…

Per il solo fatto di sentire queste ombre di discorso umano, che poi in fondo è tutto ciò di cui si occupa la maggioranza delle vite coscienti, porto dentro di me un tedio disgustato, l’angoscia di un esilio tra ragni e l’immediata consapevolezza della mia umiliazione fra gente reale; la condanna, nei confronti del proprietario e del luogo, di essere simile agli altri inquilini dell’agglomerato; di stare a spiare con disgusto, fra le sbarre del retrobottega, l’immondizia altrui che si ammucchia sotto la pioggia in quel cortile interno che è la mia vita”

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine).

Dopo aver reso parziale giustizia a Joyce, assente di lusso da queste mie pagine, stavolta mi dedico a Fernando Pessoa e al suo “Il libro dell’inquietudine”, capolavoro che lessi tanti anni fa in uno stato d’animo fin troppo predisposto ad assorbire le parole del grande scrittore portoghese. La rilettura che ho appena terminato mi ha permesso di apprezzare ancora di più il libro, proprio perché meno schiavo di certi pensieri mesti che mi avevano avvinghiato al testo di Pessoa.

Nella prefazione al libro, il compianto Antonio Tabucchi, traduttore nonché tra i principali divulgatori dell’opera di Pessoa, spiega il titolo originale dell’opera, “Livro do desassossego por Bernardo Soares” come indicativo della mancanza di sossego, cioè tranquillità o quiete. Lo stesso Tabucchi evidenzia come “Il libro dell’inquietudine”, in qualsiasi versione lo abbiate nelle vostre mani, debba essere considerato un libro potenziale, ipotetico, un’opera aperta, ricostruita secondo determinati criteri dagli esegeti di Pessoa, il quale aveva appuntato su minute e fogli svolazzanti una quantità di materiale che poi non ebbe modo di ordinare e che, in mancanza d’indicazioni chiare da parte dell’autore, è bene tenere presente che la successione delle riflessioni così come la leggiamo è dovuta a una scelta cronologica, tematica o altra da parte dei successivi curatori. Tabucchi, inoltre, in un passaggio della sua prefazione, richiama il “Malte Laurids Brigge” di Rilke e il concetto del “mal di vivere” di Montale, che a suo dire presentano delle affinità con l’opera di Pessoa. Da lettore, aggiungo che ho scorto, nel libro di Pessoa, l’eco di autori a lui precedenti o anche successivi, per esempio Baudelaire e i suoi abissi, Kafka e il mondo surreale, il Moravia de “La noia”, il Sartre di “La nausea” (come vedete, tutti titoli altamente allegri…). Del resto, ciò non stupisce, dal momento che Pessoa stesso conteneva in sé una moltitudine di personalità, estrinsecatesi nei diversi eteronimi con i quali firmava i suoi libri.

“Il libro dell’inquietudine” è firmato dall’eteronimo Bernardo Soares, che Pessoa stesso ci descrive come un soggetto trentenne, dal volto scavato, trascurato nell’aspetto, un uomo che osserva l’esistenza affacciato a una finestra, che spia la vita esteriore e soprattutto quella interiore, in perenne inquietudine, ingabbiato nel carcere della propria quotidianità, fatta di un lavoro come contabile ma soprattutto di pensieri che lo tengono sospeso in una sorta di limbo tra realtà e sogno, in una nebbia perenne che smonta ogni sua volontà, gettandolo in quello che definisce “un torvo sedimento d’inquieta stasi”. Il libro è scritto in forma diaristica, il protagonista appunta le proprie impressioni su ciò che lo circonda ma soprattutto su ciò che egli sente essere la parte più reale di sé, l’unica che conta, cioè i suoi pensieri, per quanto contorti questi possano essere. Le parole, tuttavia, non possono esprimere quanto egli sente e non sono, dunque, di alcun conforto alla battaglia che si svolge nella sua testa, combattuto com’è tra l’impulso a fuggire dalla gabbia che le abitudini gli hanno costruito attorno e l’impossibilità di fuggire da sé stessi, atteso che anche andando dall’altra parte del mondo si resterebbe sempre in preda alle proprie paure. L’unica soluzione che Soares-Pessoa sembra suggerire è l’oblio nel sonno.

Da queste mie disordinate parole si potrà forse evincere che “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa è un’opera che non va letta se si sta attraversando un periodo non particolarmente entusiasmante della propria esistenza, perché certo non induce al buon umore. O forse è vero il contrario, non so, non ho ancora ben capito se quando siamo malinconici dobbiamo aumentare la dose cercando una sorta di assurda condivisione con i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo, i film che vediamo, oppure se è bene rimandare la lettura di certi testi a quando ci sentiremo così ottimisti da poter affrontare anche libri inquietanti. Domande assurde, che farei bene a non pormi, così come farei bene a non domandarmi perché (al di là della questione “assenza di Pessoa dal blog”) abbia sentito proprio in questi giorni l’esigenza di rileggere le parole dello scrittore portoghese. In ogni caso, un libro che consiglio, poi fate voi. Vi lascio a un altro passaggio tratto dal libro.

 “Quando sono sdraiato nella mia poltrona e solo un tenue filo mi lega alla vita, con quale chiarezza descrivo la mia riflessione, dettandoli all’inerzia, i paesaggi che non potrò mai narrare e le frasi che non scriverò mai! Scandisco periodi interi, perfetti in ogni loro parola; ascolto trame di drammi che esistono nella mia immaginazione; seguo verso per verso la scansione ritmica di interi poemi…Ma se mi muovo dalla poltrona dove alimento queste sensazioni quasi perfette e mi siedo al tavolo per scriverle, le parole svaniscono, e i drammi si interrompono; e di quel nesso vitale che univa il mormorio del ritmo, resta soltanto una remota nostalgia, una traccia di sole su mari lontani, un vento che fa mulinellare le foglie su una soglia deserta, una parentela mai rivelata, i piaceri degli altri, la donna che speravamo ci avrebbe rivolto il suo sguardo e che invece non esiste.

Ho avuto tutti i progetti possibili. L’Iliade che ho composto possedeva la logica di un’ispirazione e una successione ferrea di episodi sconosciuti a Omero. Al confronto con la studiata perfezione dei miei versi inesistenti l’esattezza di Virgilio è povera e la forza di Milton è fiacca. Le mie allegorie satiriche sono superiori a Swift per la precisione simbolica e la perfezione dei dettagli. E quanti Orazi sono stato!

Ma ogni volta che mi alzo dalla poltrona dove queste cose ebbero un’esistenza che non è solo l’esistenza del sogno, provo la duplice tragedia di sapere che non esistono e che non sono state solo un sogno: che qualcosa di esse sopravvive sulla soglia astratta del mio averle pensate e del loro essere state.

Sono stato un genio in qualcosa di più che nel sogno e in qualcosa di meno che nella vita. La mia tragedia è questa: essere l’atleta che è caduto un attimo prima del filo di lana, mentre guidava la corsa”.

(Fernando Pessoa, “Il libro dell’’inquietudine”)

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14 pensieri su ““Il libro dell’inquietudine” (Fernando Pessoa)

  1. Terrò presente questo libro, ma penso che ne rimanderò la lettura a un momento decisamente migliore della mia vita…
    Nicola

  2. danielaranucci in ha detto:

    aL CONTRARIO CREDO CHE LO LEGGERò PER SPROFONDARE NELLA NON BANALITà DEL DOLORE, MI SEMBRA TUTTO COSì SUPERFICIALE “IL RESTO”.

  3. Moralia in lob in ha detto:

    Libro imparagonabile, una volta che l’hai letto si crea uno spartiacque tra prima che lo conoscessi e dopo.

  4. Mamma mia che curiosità!
    Devo assolutamente leggerlo!
    Se ti va passa da me.
    Ti aspettooo
    Luna

  5. Non ho letto il libro, ma i brani che citi mi sono parsi estremamente interessanti e stimolanti!

    Mi paiono un ritratto acuto di un tipo di persona piuttosto diffuso e di una tendenza che, in piccolo o in grande, c’è forse in ciascuno: l’uomo che si serve della sua passività e della sua inazione come di una grande scusa per potersi illudere di valere, senza però volersi cimentare nell’azione, un campo in cui i risultati sono visibili, misurabili e le eventuali millanterie si infrangono come relitti su uno scoglio aguzzo. “Sarei più grande di Omero, se mi ci mettessi… però… però non mi va, non fa per me, non ci riesco”. Ci si crede un Omero, un Virgilio, un Milton, uno Swift, un Orazio… ma non si concede agli altri la possibilità di giudicare. Perché si teme che ridano di tanta ingiustificata presunzione?
    Più che inquietudine, mi pare indolenza e, soprattutto, paura di vivere per paura di fallire e di doversi rassegnare alla propria mediocrità. Il grande rischio di questo atteggiamento è l’autocompiacimento, la compiaciuta identificazione con un “tipo classico”: l’artista sognatore, inadatto alla vita, incompreso e malinconico. Così si sogna per potersi credere grandi (nel sogno), mentre si teme di essere incapaci di essere grandi (nella vita). Ma la grandezza nel sogno non conta nulla e intanto la vita passa senza essere stata pienamente e attivamente vissuta. E questo è davvero inquietante.

    • Già. Quel passaggio, peraltro, ha in sé un germe di positività rispetto al resto del libro, perché almeno lì lui si riconosce certe potenzialità, vere o presunte, mentre nella gran parte dell’opera non c’è nemmeno traccia di questo, ma solo la consapevolezza di essere schiacciato da se stesso, incapace di uscire fuori dalla gabbia che si è costruito attorno, da quegli stessi personaggi che gli risultano odiosi ma senza i quali la sua vita non sarebbe più nulla.
      Al netto di qualche passaggio troppo “decadente”, questa rilettura mi ha confermato nelle impressioni che ebbi la prima volta, senza (spero) le conseguenze nefaste che ebbe sul me stesso di allora, più giovane ma soprattutto più sognatore-maliconico-vittimista.

  6. Ho provato a leggerlo due volte. Niente. Non arrivo alla fine e sinceramente credo che non ci riproverò.

  7. sheliterature in ha detto:

    È un libro che mi accompagna sempre, lo dimentico per qualche mese ma poi sento sempre il bisogno di leggere quelle pagine, magari anche solo qualche riga, forse sarà che mi piace l’inquietudine di questa vita.

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