Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Gente di Dublino” (James Joyce)

Gente di Dublino

Ella acconsentì: per il marito aveva lo stesso rispetto che nutriva per l’Ufficio centrale delle poste, un’entità solida, sicura e stabile, e pur conoscendo la pochezza delle sue qualità, ne apprezzava in astratto il valore di maschio.

(James Joyce, “Una madre”, in “Gente di Dublino”, ed. Garzanti)

– Lei mi ha preso per un imbecille? Crede forse che io sia un perfetto imbecille?

Lo sguardo dell’uomo passò dalla faccia della signora alla piccola testa d’uovo, e viceversa, e poi, prima ancora che egli ne avesse coscienza, la sua lingua ebbe un lampo felice: – Non credo, signore – disse – che la domanda sia di mia competenza.

(dal racconto “La contropartita”)

James Joyce rientra tra i miei autori preferiti e la sua scarsa presenza su queste pagine (cosa che peraltro dovrebbe solo giovargli) è dovuta al fatto che quando lessi i suoi capolavori, tanti anni fa, non avevo ancora aperto questo blog e sul web non c’era traccia dei miei deliranti articoli. Non c’è dubbio, comunque, che per quanto mi riguarda “Dedalus”, “Ulisse” e “Gente di Dublino” sono autentici capolavori della letteratura mondiale. L’occasione di quest’articolo mi è data proprio dalla rilettura di “Gente di Dublino”, una raccolta di racconti che dovevano essere, nelle intenzioni dell’autore, una sorta di specchio per gli irlandesi d’inizio 1900, nella quale gli stessi avrebbero dovuto costatare la propria passività e paralisi sociale. È noto agli ammiratori di Joyce che il rapporto con la sua patria d’origine fu molto travagliato, tanto che poi emigrò, vivendo per molto tempo anche a Trieste, dove ebbe modo di scoprire Italo Svevo, e a Parigi.

I racconti sono quindici e solo due o tre mi sono parsi, nel corso di questa rilettura, più deboli rispetto agli altri. I personaggi descritti sono affetti da incomunicabilità reciproca, mossi da piccole e meschine ambizioni personali, ridicoli nel loro conformismo, e passano sotto l’occhio clinico di Joyce, che non risparmia sarcasmo sui suoi compatrioti, anche se non mancano momenti di forte lirismo e compassione. La gamma dei soggetti ritratti è eterogenea, si va dai primi bollori di un giovane alle sorelle affette da cieca e indiscussa fede religiosa, a due bighelloni che cercano di raccattare denaro da una prostituta, e poi ancora l’impiegato stufo della sua triste vita d’ufficio che anela a qualcosa di diverso, fino alla descrizione di un comitato elettorale nella quale l’alcool la fa da padrone. Il tema della fuga ritorna più volte nei vari racconti, che sia fuga dall’angusta Dublino o fuga dalle situazioni sociali che ingabbiato l’individuo, in perenne conflitto con il mondo circostante. Tematiche che troveranno sbocco, poi, in “Dedalus” e in “Ulisse”, ma che già in questa serie di racconti sono trattate alla grande da Joyce, che in queste pagine non fa ancora sfoggio del “flusso di coscienza” che caratterizzerà l’Ulisse, attenendosi a una narrazione più tradizione, ma non priva di spunti esilaranti e toccanti. Insomma, a farla breve, un libro che consiglio e che mi ha fatto riscoprire, qualora ce ne fosse bisogno, che Joyce rientra a pieno titolo nell’Olimpo immaginario dei miei autori preferiti.

Aggiungo qui sotto il link a un video di Rai Letteratura, nel quale si parla del rapporto di Joyce con Trieste e con Italo Svevo.

Joyce a Trieste

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7 pensieri su ““Gente di Dublino” (James Joyce)

  1. Non l’ho letto, non ho letto niente di questo autore.
    Forse lo terrò in considerazione adesso.
    Se ti va passa a leggermi.
    Un bacio.
    Luna

  2. I racconti contenuti in “Gente di Dublino” sono fra le pagine più pregne di tristezza e di miseria umana che io abbia mai letto. Dirò di più, riprendendo in mano il libro pochi anni fa, mi è sembrato ancora più drammatico di quanto ricordassi dall’adolescenza. Concordo sul fatto (assodato) che è una pietra miliare e che è obbligatorio conoscerlo… ma sarei davvero cauta sul consigliarlo ad un amico! In ogni caso un’opera che su questo blog non poteva mancare… ora vado a leggere il post su Joyce a Trieste.
    A presto!

    • ps. Ho visto il documentario, è molto interessante, grazie per il link!

    • Anche se forse nell’articolo non l’ho evidenziato abbastanza, devo dire che anche a me ha fatto lo stesso effetto. Sono d’accordo con te, ci sono pagine dense di miseria umana in diverse sfaccettature. L’ultimo racconto, poi, “I morti”, l’ho trovato ancora più strepitoso, nella sua malinconia, di quanto ricordassi.
      In quanto al consigliarlo, il tuo consiglio mi sembra saggio, ma ormai il “danno” l’ho fatto, almeno su queste pagine.
      Grazie per l’intervento.

  3. Grandissimo volume che raccoglie una serie di personaggi indimenticabili. Forse una delle opere migliori in assoluto di Joyce, per profondità psicologica e finezza delle descrizioni. Ottima scelta e splendida presentazione da parte tua. Io mi ero limitata a commentare “Eveline” (http://statomentale.wordpress.com/2012/09/20/eveline-paralisi-e-incapacita/), come ricorderai.
    Grazie per il link su Joyce e Trieste, andrò a vederlo con piacere, visto che bazzico ormai spesso per quella città.
    A presto!

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