Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il fascino indiscreto dei libri usati.

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I libri usati hanno un fascino particolare, mi seducono, me ne accorgo passando in rassegna la mia libreria. Il mio sguardo si posa su di loro, gli usati, piuttosto che sui pochi volumi ancora vergini, che ancora non hanno assaporato le mie mani e i miei occhi. È come se la ragione mi dicesse che devo lasciarli stare, che non è il momento di riaprire antiche pagine (e qui una volta tanto non si scrive per metafore) ma il sentimento, voglio usarla ogni tanto questa parola, mi spingesse invece a riprendere tra le mani un libro già letto, sottolineato, con le pagine non più linde ma che recano tracce del mio passaggio. Questo, però, è anche comprensibile, a un certo punto si sente l’esigenza di rileggere qualcosa e infatti i vari Dostoevskij, Camus, Kafka, tanto per citare i più abusati, portano con sé tutti i segni delle mie ripetute immersioni nelle loro parole. La mia attenzione, però, è su un’altra questione. Mi accorgo che talvolta la malìa maggiore, su di me, la esercitano i libri che già sono giunti nella mia libreria un po’ consumati dalle mani, dagli occhi e dai cervelli di altri che li hanno letti prima di me. Il fascino dell’usato, ecco.

All’interno di questo mondo cartaceo, che tuttora preferisco alle più moderne tecnologie, pur non essendo contrario in principio alle stesse, c’è, dunque, una nicchia di testi che godono di uno status privilegiato ai miei occhi. È bene specificare che subisco altresì il fascino del libro appena comprato, del famigerato “odore della carta” di un libro nuovo (andrebbe chiesto agli alberi cosa ne pensano, forse la vedono in maniera meno poetica, ma non è questa la sede), anch’io provo l’emozione di entrare in una libreria e scegliere dagli scaffali quali libri liberare dalla gabbia degli scaffali per portarli in un parco all’aria aperta. I libri usati, già letti, però, hanno qualcosa di diverso, e prendendoli tra le mani è più semplice capire cosa. Ipotizzo che in questo ragionamento un ruolo importante spetti all’abitudine di trascorrere ore in biblioteca, laddove, per definizione, il libro appartiene a tutti. Mi è sempre piaciuto leggere, nella targhetta del prestito inserita nel libro stesso (almeno nella biblioteca del mio paese c’è) chi ha letto il libro prima di me, quasi che questo potesse stabilire una certa affinità tra me e i precedenti lettori di quel volume, cosa peraltro assurda, come potete ben notare, ma che in quel frangente non mi è mai sembrata così assurda, non più, almeno, di tanti altri comportamenti di noi umani. D’altronde, in uno dei primi articoli di questo blog, elaborai un astruso concetto di solidarietà immotivata tra mancini. Divago, torno ai libri.

Il fascino dell’usato, dunque. Escludendo che il tutto si riduca a una mera convenienza di carattere economico o alla possibilità di acquistare con più facilità libri altrimenti reperibili con difficoltà, devo dedurne che l’ipotesi più fondata è che io resti affascinato da ciò che quell’usura nasconde. Per “usato” e “usura” qui non intendo eventuali macchie di pomodoro o di olio sulle pagine, ma ad esempio una sottolineatura, una mezza firma all’inizio del libro, un simbolo strano piazzato in una pagina qualsiasi, una dedica a qualcuno, insomma tutto ciò che può trasportarmi dal mio mondo a quello di un altro lettore immaginario, senza andare a detrimento del volume stesso. Per intenderci, un libro sottolineato dalla prima all’ultima pagina col pennarello rosso, che non lasciasse dunque spazio alle mie successive elucubrazioni, quasi imponendomi un’interpretazione del precedente lettore, non sarebbe affascinante, ma solo un cazzotto nell’occhio.

Ma cosa immaginare del mondo altrui? Non c’è una regola al riguardo, dipende da fattori non catalogabili, quali possono essere lo spunto pratico (la parola sottolineata, ad esempio) o le mie sensazioni di quella giornata, di quel momento. Tutto e niente, quindi. Per esempio, qual era lo stato d’animo del lettore quando ha sottolineato proprio quella frase, che magari a me non dice nulla, oppure che, al contrario, è proprio la stessa che ha colpito me ora, mentre leggo, perché la sento rispecchiare il mio stato d’animo attuale? Quando mi sorprendo in simili domande, so che è già scattata questa sorta di fratellanza che oltrepassa lo spazio e il tempo, che lega me, l’autore del libro e il lettore immaginario, il quale, nel frattempo, chissà cosa starà facendo, ammesso che sia ancora vivo. Per esempio c’è, sulla scrivania, accanto al mio Pc, una copia di “Della certezza” di Wittgenstein, che ho acquistato pochi giorni fa on line. Lo apro e vedo che è sottolineato, forse anche troppo, tant’è che il suo fascino potrebbe essere deturpato da tanti segni di matita, se non fosse che a bilanciare tale difetto c’è la presenza di alcuni appunti scritti con grafia che a me pare femminile. Eccomi, allora, a immaginare una studentessa alle prese con un esame universitario, a vederla nella sua stanza intenta nello studio, essere tesa per la prova da sostenere, poi superarla e liberarsi di questo Wittgenstein giunto nelle mie mani, e poi proseguire nella sua esistenza. Cosa starà studiando adesso? Si pentirà, un giorno, di esserci liberata del libro e correrà a riacquistarlo?

Poi ci sono i libri che ho acquistato sulle bancarelle, nell’ambito di un mercatino. Comprai una copia di “La spiaggia” di Pavese. È del 1977 e reca in una delle pagine iniziali un nome e un cognome, con accanto la scritta “II B”. Presumo trattarsi di una scuola superiore, a meno che qualche illuminato professore delle medie inferiori non avesse deciso di introdurre già i dodicenni alla lettura di Pavese. In questo caso il libro non contiene altri segni riconducibili al lettore o ai lettori precedenti, ma quel “II B” già basta a solleticare la mia immaginazione.

Per non farla troppo lunga, infine, non posso che ricordare l’emozione provata quando una blogger, che doveva liberarsi di alcuni testi, me ne regalò un bel numero, con la mia rassicurazione che, se vorrà riprenderseli, non esisterò (“esiterò”: lascio il refuso perché mi è stato fatto notare in un commento e merito di espiare la colpa) nel renderglieli. Da parte mia, se osservo ora tutti questi libri che ho accumulato nella libreria, e che pure mi sembrano pochi rispetto a quelli che vorrei accanto a me, mi domando cosa sarà di loro quando non ci sarò più, se qualcuno, aprendoli, farà ragionamenti simili ai miei o si atterrà a più pratiche considerazioni. Al momento, peraltro, non ho figli e pur non escludendo la possibilità di lasciarli in eredità a qualche mio gatto, mi piace pensare che possano restare in circolo, magari perché li avrò donati alla biblioteca del mio paese, oppure a un amico, o a qualche donna che sfogliandoli ricorderà quella volta che per fare colpo su di lei le raccontai delle “Notti Bianche”, che poi finirono quando lei, proprio come nel libro, scelse di sposare un altro, e così via, esclusi quei testi che preferirei seguissero me nella tomba, perché se è vero che non credo in un “al di là”, è anche vero che nel dubbio, siccome temo che in una bara ci si possa annoiare, sarà bene portarmi una nutrita scorta di libri. Il tutto, si spera, non a breve.

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35 pensieri su “Il fascino indiscreto dei libri usati.

  1. alterlogos in ha detto:

    Condivido la passione per i libri usati.
    L’odore, la consistenza della carta mi raccontano di un mondo nostalgico e delicato. Qualche tempo fa sono approdata su un blog “ti presto i miei libri” o qualcosa del genere, ti consiglio di dare un’occhiata.

    • Grazie del consiglio. A me scatta proprio qualcosa a livello d’immaginazione, ma forse c’è qualche rotella fuori posto, eheh…:)

      • alterlogos in ha detto:

        No, no.
        Funziona proprio così: il valore aggiunto che racconta oltre le parole, oltre quello che lo scrittore stesso avrebbe voluto condividere. Storie che si intrecciano, si mescolano, svaniscono l’una nei dettagli delle altre.
        E allora non è solo lettura. (non è mai solo lettura, peraltro).

      • Concordo, anche sulla parentesi in chiusura.
        Per esempio, ora sto leggendo altro, ma sono curioso di confrontare le mie sensazioni sul libro con quella della ragazza che ha preparato l’esame (almeno presumo, può darsi anche che non sia una ragazza e non abbia fatto alcun esame) e ha sottolineato certi passaggi del libro di Wittgenstein.
        Per non parlare, poi, di quando rileggo libri che contengono le mie stesse sottolineature…ma qui il discorso si allargherebbe troppo.

  2. (al_nick_ci_penserò!) in ha detto:

    1) mi hai fatto venire voglia di prendermi del tempo per sbirciare in alcune bancarelle che incontro su una strada che faccio spesso. E lo farò!
    2) è una settimana che penso che vorrei leggere Kafka nonchè Svevo; lessi qualcosa una ventina di anni fa: ero diversa, oggi cosa mi direbbero questi libri?
    3) sono affascinanti le riflessioni che hai fatto riguardo le sottolineature o le annotazioni fatte dai precedenti lettori.. 🙂
    4) qualche anno fa per la rete girava un invito per la giornata del libro: vale a dire regalare uno dei libri che ci erano piaciuti ad uno sconosciuto, magari incontrato su un messo o in un altro qualcunque posto. Mi dispiacque non aver regalato alcun libro (non ricordo neppure perchè..) ma sarebbe carino da fare, ma proprio una specie di movimento di massa, visto però non come un modo per sbarazzarsi del libro che ci sta sullo stomaco, ma al contrario.. per regalare il libro che secondo noi, vale la pena leggere! Io avevo pensato a “La mia prima sorsata di birra” di Delerm, letto una decina di anni fa: un libro molto semplice, che mi aveva riempito lo spirito, un libro -che pensai- poteva esser letto da chiunque e fare del bene.
    5) io, vergognosamente, sono mesi che non leggo un libro.. E mi manca. E leggere post come il tuo (e qualche giorno fa mi è capitato anche su un altro blog!) che raccontano di quanto sia bello, emozionante ed arricchinte leggere, si… è un pò un toccasana..

    • 1) la voglia è venuta anche a me, e siccome qui in provincia di occasioni del genere ce ne sono meno, vedrò di farlo a Roma prossimamente;
      2) non posso che approvare il progetto, si tratta di due autori che ammiro (Kafka, poi, è nel mio Olimpo);
      3) grazie 🙂
      4) a me invece tempo fa è passata per la mente di dare via a una sorta di book-crossing continuo, ma per ora ho lasciato stare, un po’ preso dalla pigrizia;
      5) io in questo momento posso leggere molto, per varie circostanze (=disoccupazione), quindi incamero libri, perché, molto semplicemente, mi piace e senza non riesco a starci.
      🙂

      • (al_nick_ci_penserò!) in ha detto:

        5) io però dopo che leggo tanto, un libro dopo l’altro, sento il bisogno di distaccarmene, perchè sento che in qualche modo mi sto estraniando dal mondo reale, concreto, vissuto.

      • Succede anche a me, solo che appena stacco mi rendo conto che il mondo “reale, concreto, vissuto”, per me, senza libri, è molto poco “vissuto”…e quindi, finora, i miei distacchi sono durati al massimo 24 ore…:)

  3. (al_nick_ci_penserò!) in ha detto:

    errata corrige: punto 4) non “messo”, ma “mezzo”.
    Scusa il lessico del commento che lascia a desiderare. Diciamo spero ci sia almeno un pò di sostanza, dato che la forma è quella che è!

  4. Ciao, proprio bello il tuo post. Dirti che hai descritto cose in cui mi riconosco benissimo è quasi superfluo. Sono fuori dall’Italia in questo periodo, e ho passato ore e ore (letteralmente) in più di una libreria di libri usati (ne hanno di fornitissime qui). Nello scaffale dei libri in inglese, molto grande (pur non essendo paese di lingua inglese). Toccando, sfogliando, vivendo a volte, le stesse sensazioni che descrivi tu. Se lo vuoi, fai un salto qui http://lepaginestrappate.wordpress.com/2013/02/26/pagine-strappate-altri-tra-le-pagine/ , anche questo scoperto per caso, si parla di cose che conosci bene.

  5. Salve,

    siamo un giornale online di arte e cultura chiamato Epì Paidèia, ci piace come scrivi e volevamo invitarti a collaborare con noi in forma occasionale inviandoci via email degli articoli scritti da te, li pubblicheremo a tuo nome inserendo il link del tuo blog.

    Facci sapere, la nostra email è Epipaideia@hotmail.it

  6. Grazie, sia per il commento che per il consiglio, darò un’occhiata.
    Hai portato anche un tocco più internazionale alla questione. 🙂

  7. Questo post mi fa venire in mente un’espressione giapponese, mono no aware (物の哀れ), il pathos delle cose. Però non è questo il punto. Hai esposto così chiaramente il modo in cui l’usura rende un libro ancora più ricco ed affascinante che verrebbe voglia di darti ragione. Ma io in realtà non riesco ad apprezzare i libri usati dagli altri. Li ho odiati quando dovevo fotocopiarli all’università. Li ho odiati quando quelle sottolineature non erano linee rette ma onde che coprivano il testo. Li ho odiati quando quegli appunti scritti a margine erano redatti con una calligrafia disordinata ed illeggibile. Ho passato giorni a cancellare quelle sottolineature e quegli appunti, dovendo ringraziare anche che fossero fatte a matita, per (ri)avere le mie belle pagine immacolate. Dammi dell’insensibile, ma un libro sottolineato senza usare il righello può farmi andare in escandescenze.

    • Di sicuro in quest’articolo ho omesso le questioni che tu hai evidenziato, limitandomi a rilevare come macchie di pomodoro, olio o peggio non sono, ai miei occhi, così emozionanti. Le fotocopie di libri altrui le escludo a priori da ciò che può affascinarmi, anch’io ho un ricordo orribile legato a un testo universitario sottolineato con la matita rossa e blu, quindi illegibile.
      Sto immaginando il tuo lavoro di ripulitura. 🙂
      Considerando la tua idiosincrasia verso i libri già usati, il tuo apprezzamento all’articolo vale ancora di più.
      Grazie, soprattutto per aver riportato un po’ di cruda realtà nei miei svolazzi. 🙂

      • Mia madre mi ha educato ad avere una cura maniacale dei libri (ed un pò di tutti gli oggetti) per cui l’usura dei miei libri (intendo quelli extra-scolastici), i miei appunti e le mie sottolineature erano al contempo una conquista ed un gesto di ribellione. Forse quel velo di intolleranza verso le sottolineature degli altri è un tarlo ereditario! In ogni caso d’ora in poi guarderò ad esse con maggior indulgenza! A presto!

  8. Sii indulgente! Aggiungo qui, peraltro, che anch’io ho una cura maniacale per i libri, specie quelle che mi prestano o che prendo in biblioteca. In quel caso, non solo non mi azzardo a sottolineare alcunché, ma nemmeno piego i lembi delle pagine per tenere il segno, etc…In linea più generale, si può dire che li tengo sotto una campana di vetro. Poi, c’è quest’altro aspetto riguardante i libri usati da altri.
    Grazie ancora.

  9. Denise Cecilia S. in ha detto:

    […] con la mia rassicurazione che, se vorrà riprenderseli, non esisterò nel renderglieli.

    Che bel refuso 😉

  10. Anche a me piace molto il libro usato. L’unico problema è che siccome sono un pò allergico alla polvere quelli troppo puzzolenti e polverosi non riesco materialmente a leggerli! Per un periodo ho lavorato in una libreria scolastica di libri usati e per quanto sembrassi più simile forse a un barbone che cerca tra i rifiuti, ogni volta per me era un’emozione recuperare da quelli che sarebbero andati al macero qualcuno che attirava la mia attenzione. Riguardo le sottolineature spesso lo faccio con i libri sottolineati da me, prendendoli in mano anni dopo mi accorgo di come ragionavo prima, e mi accorgo che ora sottolineerei altre cose e mi colpirebbero altri aspetti rispetto quelli. Eppure anche con i libri non riesco ad innamorarmi completamente dell’usato, specie con le cose belle, ho un senso di possesso e di catalogazione molto forte. Complimenti per l’articolo, hai una bella sensibilità. I libri sono come dei figli, hai ragione.

    • Grazie. Il riferimento al macero mi ha fatto venire in mente il romanzo di Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, che parla proprio di uno che lavora per decenni dove si macerano libri e lui cerca di conservarli a modo suo…Se non l’hai già letto, te lo consiglio. Se l’hai letto, lo consiglio agli altri lettori del blog…:)

      • Curioso quel romanzo! Si sembro proprio io ahah : ) Però libri classici ne ho trovati pochi in quel periodo nel macero, solo una raccolta di novelle di D’Annunzio e una di Kafka. Era una libreria scolastica, per cui ho recuperato più che altro un mucchio di volumi di filosofia ed anche di latino, che non ho mai fatto alle superiori (infatti questi ultimi sono ancora sullo scaffale che aspettano di essere presi..)

  11. lois in ha detto:

    Come te – non disdegnando, ne osteggiando le moderne tecnologie e sistemi di letture – credo che al libro cartaceo non si possa rinunciare. Al piacere della carta al profumo della stampa e alla fila che si compone in libreria con i dorsi gli uni accanto all’altro non c’è prezzo. Le tracce che poi arricchiscono di vita personale quelle pagine sono di una bellezza senza eguali. Possiedo per mia fortuna un piccolo libriccino del Seicento e non sai che emozione che provo quando nello sfogliarlo trovo tracce ormai consumate di segni e parole di chi forse in qualche altro tempo lo avrà posseduto!
    No! Non credo che la carta sarà mai soppiantata dall’elettronica. Non almeno nei prossimi decenni!

  12. Anch’io amo la seconda mano, molto di più del nuovo.
    Purtroppo adesso mi capita di trovare molto di rado testi interessanti, ma ho nella mia libreria delle chicche -per me, s’intende- che non baratterei per nulla al mondo 🙂

  13. Cosa sarà dei miei libri quando non ci sarò più… Questo pensiero lo faccio spesso anch’io e mi invade sempre una profonda tristezza. Di tutte le altre mie cose, invece, non mi importa niente. Finalmente ho trovato il posto dove metterli in salvo, una biblioteca piccolina scoperta da poco e che adoro. Quando lo dico, mi prendono tutti per matta…

  14. Pingback: “La steppa” (Anton Cechov) | Tra sottosuolo e sole

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