Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Da Montaigne a Proust. Ricerche sulla storia della cultura francese” (Erich Auerbach)

Auerbach

“E quest’opera è stata dettata dalla disperazione e dall’amara voluttà della disperazione. Il mondo di quest’opera è un carcere, in cui a volte c’è anche lo stordimento ed anche il lenimento; a volte, il godimento estatico dell’orgoglio dell’artista. Ma è un carcere senza uscita. E l’uscita non deve nemmeno esserci. Jean-Paul Sartre, così acuto e concreto, anche se troppo tendenzioso, ha descritto magnificamente il modo in cui l’uomo Baudelaire si è aperto la via in quella situazione senza uscita e si è lui stesso preclusa ogni possibilità di ritorno ed ogni scappatoia. Per lo studio della posizione storica dei Fleur du Mal è significativo constatare come proprio a metà dell’Ottocento un uomo abbia potuto giungere ad un’organizzazione interiore e ad una vita di quel genere, e sia anzi riuscito ad esprimersi pienamente, tanto da manifestare qualcosa che in quell’epoca era ancora nascosto e che molti, a poco a poco, per mezzo suo, scoprirono e conobbero.”

(Erich Auerbach, “Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime”, in “Da Montaigne a Proust. Ricerche sulla storia della cultura francese”, ed. Garzanti, 1970)

In questo testo sono raccolti una serie di saggi scritti da Auerbach nel corso della sua esistenza, a distanza di diversi anni l’uno dall’altro, accomunati dal riferirsi tutti ad autori francesi. Il sottotitolo, inoltre, ci fa comprendere come l’autore non si limiti a un’interpretazione dei singoli frammenti degli autori prescelti, ma tenti di inquadrare ciascuno di essi nel proprio orizzonte storico e culturale. Il primo saggio è su Montaigne, a suo avviso primo “uomo di lettere” moderno. Auerbach ne ripercorre, sia pure in maniera rapida, le vicende biografiche, sottolineando come l’autore dei “Saggi” fosse benestante e come, a un certo punto della sua esistenza, ebbe la possibilità e la volontà di ritirarsi a vita privata, ma non ascetica, dedicandosi così alla stesura di quell’opera monumentale che gli era consustanziale. L’autore rileva altresì come Montaigne non fosse specialista di nulla, come non avesse un metodo scientifico o sistematico nella sua scrittura e come ciò, che a qualcuno potrebbe apparire un grave difetto, costituisca invece la sua grandezza, che gli permise di condensare nei “Saggi” parole prive di retorica, profonde e che lo rendono attuale poiché egli si occupò, in maniera maniacale, del proprio mondo interiore, in questo facilitato dalle condizioni in cui poteva agire, che Auerbach non manca di evidenziare.

Di seguito al saggio su Montaigne, nell’edizione che ho letto c’è uno scritto intitolato “La cour e la ville”. Si tratta, in questo caso, di una disamina circa il concetto di pubblico nella società francese e soprattutto l’evoluzione che alcune parole, ad esempio parterre, hanno avuto nel corso dei secoli. Un elaborato di filologia, insomma, ma per nulla tedioso. “Racine e le passioni” è un tentativo di capire perché Racine, autore del quale non ho ancora letto nulla, fosse penetrato così poco nell’ambiente culturale tedesco. Devo dire che Auerbach è riuscito nell’intento di trasmettermi la curiosità di leggere qualcosa di Racine, e non è poco. “Sulla teoria politica di Pascal” prende le mosse da uno scritto di Pascal che fa riferimento ai concetti di “diritto”, “giustizia” e “forza”, per poi porlo a confronto con alcune idee che Montaigne aveva esposto circa il valore della consuetudine, con gli opportuni distinguo tra i due autori, e terminare con una breve ma interessante analisi più generale circa la concezione che Pascal aveva sul diritto e non solo. A quello su Pascal, segue un saggio su Rousseau e in particolare sulla sua “cristianità potenziale”, che non sto qui a sviscerare, ma che si riferisce alla peculiare posizione di Rousseau nell’ambito del più generale contesto illuministico. Prima dei due saggi che più mi hanno interessati, c’è il più corposo di tutti, riguardante Paul Louis Courier, autore del quale, in tutta franchezza, ignoravo l’esistenza. Questo ha fatto sì che tale scritto sia stato quello per me più ostico da digerire, perché, appunto, facente riferimento a un soggetto del quale ignoravo tutto. Al netto di qualche passaggio più “pesante”, debbo però dire che anche questo saggio mi ha, alla fine, incuriosito, anche se non penso che andrò a leggere, di qui a poco, opere di Courier.

In coda al libro, la parte più dolce, per me. Baudelaire e Proust. Il penultimo saggio è intitolato “Le Fleur du Mal e il sublime”, ed è volto a mostrare il perché Baudelaire fu una scossa, il primo a rendere sublimi, grazie alle sue parole, anche temi e situazioni che fino ad allora si ritenevano essere esclusi dal novero della letteratura “alta”. Auerbach affronta anche il tema dell’angoscia in Baudelaire, nonché dell’aspetto degradante, avvilente che spesso il concetto di amore assume nelle poesie del poeta. Su Baudelaire e su quanto Auerbach scrive su di lui, tuttavia, è inutile dilungarmi qui, trattandosi di un autore ultra-noto e dal quale ciascuno può attingere per sé quanto vuole con la sola lettura delle sue poesie. Il saggio, comunque, è molto interessante, sia pure nella sua voluta sintesi. Chiude la raccolta lo scritto su Marcel Proust, ancora più breve, di circa dieci pagine, che pur non aggiungendo nulla a quanto già avevo letto da altri autori sull’autore della “Ricerca”, ribadisce, con parole migliori di quelle che potrei trovare io, le motivazioni per cui è valso la pena leggere, e varrà la pena rileggere, “Alla ricerca del tempo perduto”.

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5 pensieri su ““Da Montaigne a Proust. Ricerche sulla storia della cultura francese” (Erich Auerbach)

  1. Moralia in lob in ha detto:

    Segnato 🙂

  2. gelsobianco in ha detto:

    Da leggere con attenzione!
    Grazie!

    gb

  3. Personalmente non amo dedicarmi alla lettura dei “commentator de’ commentator d’Omero” – cioè non mi piace perdermi nei meandri della critica letteraria: preferisco mettermi in relazione diretta e non mediata con l’opera. Però trovo che Auerbach sia uno di quei critici che vale proprio la pena di leggere.

    • In linea di massima concordo con te, però devo dire che negli ultimi anni ho scoperto testi critici che mi hanno spinto a riletture o comunque fornito spunti di riflessione interessanti, come questo, oppure quelli di Adorno o Benjamin.

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