Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Letteratura come utopia” (Ingeborg Bachmann)

Bachmann

“La prima e la più grave delle domande di cui vi ho parlato e su cui ogni scrittore deve prendere posizione, è quella che riguarda la giustificazione della sua esistenza. Certo quasi mai essa affiora alla coscienza del singolo autore che, sedotto e animato dal proprio talento, scrive le sue opere e spesso avverte la presenza di questa domanda solo tardivamente. Perché scrivere? A quale fine? Perché, dal momento in cui non c’è più un mandato dall’alto, anzi non esistono più mandati, e quelli che si spacciano per tali, non ingannano più nessuno? Su che cosa scrivere, per chi, e a che cosa dare voce al cospetto degli uomini, in questo mondo? Anche chi è più posseduto dal desiderio di interpretare e di dare un senso alle cose, anche costui come può sopravvivere in virtù di una qualche interpretazione, di un’attribuzione di senso, o anche solo in virtù di una qualsiasi descrizione, per quanto esatta possa sembrargli? E i suoi giudizi per mezzo del linguaggio, perché uno scrittore giudica sempre, egli giudica cose ed esseri umani nel momento stesso in cui dà loro un nome, non sono forse del tutto indifferenti o fuorvianti, o addirittura riprovevoli? E se egli osasse assegnarsi da solo un compito (è oggi questa la sola possibilità che gli resta!) non sarebbe questo compito arbitrario, ambiguo, e non sarebbe egli sempre – malgrado ogni suo sforzo – in debito di qualcosa nei confronti della verità? E tutto il suo operare non sarebbe forse hybris, e non dovrebbe egli diffidare di ogni propria parola, di ogni finalità, persino di sé stesso?”

(Ingeborg Bachmann, “Letteratura come utopia”, ed. Adelphi)

L’invidia è un sentimento terribile e mi spiace ammettere che sono invidioso. Invidio, con tutto ciò che resta del mio cuore, gli studenti dell’Università di Francoforte, in particolare quelli che nel 1959-1960 poterono assistere alle cinque lezioni di letteratura tenute da Ingeborg Bachmann. In “Letteratura come utopia” sono raccolte, infatti, cinque lezioni che la scrittrice tenne presso quell’Università, nell’ambito del corso “Problemi di poetica contemporanea”, in seguito lette alla radio con i titoli che ritroviamo ora in versione cartacea. Come asserisce la Bachmann stessa, il suo è un vagabondaggio all’interno dello sterminato mondo della letteratura, alla ricerca di spunti di riflessioni. Non si tratta, quindi, di un corso sistematico che abbraccia in maniera manualistica o con rigore cronologico gli autori analizzati.

Il primo intervento è stato rinominato “Domande e pseudo-domande”, perché la scrittrice si pone innanzitutto il dubbio su cosa affrontare nel corso e su quali strumenti si abbiano a disposizione per discorrere, ad esempio, di letteratura contemporanea (ovviamente quest’ultima parola va relativizzata, rispetto a lei). Appurato che è improbabile avere una visione d’insieme su ciò che appartiene alla nostra stessa epoca, la Bachmann riprende l’allora vigente dibattito tra la cosiddetta “letteratura impegnata”, che rimanda a Sartre prima di altri, e la presunta “arte per l’arte”, cercando di scansare sia una visione partigiana che una fredda neutralità. Alla domanda “perché scrivere?” non può esserci una risposta univoca e valida per tutti, ma la Bachmann tenta, sia pure conscia della difficoltà di un tale dubbio, di rispondere, affermando che la letteratura, concetto che di per sé si presta a essere allargato o ristretto in maniera molto elastica, sorge laddove non c’è solo una ricerca stilistica particolare, ma in chi abbia anche quello che lei definisce uno scatto morale, pur senza connotare quest’ultima parola di significati religiosi o misticheggianti. In sostanza, il talento possiamo averlo tutti, ciascuno di noi, in teoria, è capace di scrivere pagine interessanti, profonde, divertenti, ma ciò che ha reso grandi autori come Joyce, Proust, Musil e Kafka, da lei citati, è qualcosa che va oltre il mero talento, è una sorta di urgenza che si percepisce scorrendo le loro pagine, sia pure, ovvio, in maniera differente per ciascuno di loro.

Nel secondo saggio la Bachmann ragiona sul perché la poesia, rispetto ai romanzi, goda di scarsa diffusione (lei parla, ripeto, del suo contesto spazio-temporale) e di una sorta di ritardo generazionale, nel senso che autori di valore erano conosciuti con almeno venti anni di ritardo, specie se stranieri. Da lì, poi, prende le mosse per alcune riflessioni critiche sul manifesto dei futuristi e il loro uso smodato di termini guerrafondai, per poi rapportarsi ai “manieristi”. Tra i cinque, questo è forse il saggio che mi ha meno colpito, ma resta pur sempre interessante.

Il terzo intervento della Bachmann è davvero molto attraente. Il tema è “L’Io che scrive”. L’autrice rileva l’ingombrante presenza dell’Io nella letteratura e con un veloce excursus rileva come dall’Io del romanzo ottocentesco, spesso onnisciente e capace di narrare gli eventi con una sorta di oggettività, sia pure mai totalmente realizzabile, si sia giunti all’Io di Beckett dell’ “Innominabile”, che ha introitato il mondo dentro sé e scrive nella morsa di una coazione a ripetere, pur sapendo che non ha più nulla da dire perché nulla ha più senso. La Bachmann sottolinea la differenza tra l’Io che stringe un patto con il lettore, al quale racconta una storia di altri, e l’Io che invece costringe il lettore a entrare nel romanzo, a immedesimarsi non con uno dei personaggi raccontati, ma con il narratore stesso, con l’autore stesso, tanto da rendere difficile, alfine, stabilire chi scrive e chi legge. Con altri termini, si sta parlando di quella “soppressione della distanza estetica” oggetto di riflessioni di Adorno che ho riportato qualche articolo fa. Il tutto non è così schematico e netto, vi sono sfumature che caratterizzano ciascun autore e la Bachmann ci porta degli illustri esempi per corroborare il suo discorso, citando l’Io di Henry Miller e di Céline, con il loro tentativo di rinunciare alla finzione dell’Io, a suo dire a tratti fatale alla loro stessa grandezza, l’Io del Tolstoj della “Sonata a Kreutzer”, nel quale il narratore funge da cornice all’interno della quale un altro Io narrerà una storia nella storia, l’Io editore, cioè colui che finge di aver ritrovato uno scritto altrui, per esempio il Dostoevskij di “Memorie dalla casa dei morti”, l’Io di Svevo e della sua trovata psicanalitica, fino a giungere all’Io di Proust, “così poco romanzesco” ma sulle cui spalle è caricata una gigantesca e meravigliosa opera quale “Alla ricerca del tempo perduto”.

Nel quarto scritto, “Il rapporto con i nomi”, la Bachmann riflette sul nostro rapporto con i nomi delle persone, delle città, sull’importanza che il nome ha rispetto alle nostre abitudini e convinzioni, ma soprattutto al legame che s’instaura tra noi lettori e determinati personaggi o luoghi della letteratura di tutti i tempi. Anche qui, non lesina esempi, tra i quali spiccano Kafka, con i suoi enigmatici K. e la confusione tra i vari protagonisti del “Castello” (basti pensare a Sortini e Sordini), e il Faulkner de “L’urlo e il furore”, che per inciso consiglio a tutti quanti, trattandosi di un romanzo a mio parere stupendo, per quanto di non facile lettura, considerato appunto il gioco che Faulkner fa sui nomi dei protagonisti, oltre che sul tempo delle loro azioni.

L’ultimo scritto dà il titolo alla raccolta. “Letteratura come utopia”. L’autrice, riprendendo un breve scritto di Musil, sviluppa il suo discorso circa la difficoltà di avere una definizione di letteratura. Tendiamo a ritenere letteratura ciò che piace a noi, escludendo dal novero autori che non rientrano nelle nostre corde. Questo discorso, peraltro, si complica allorché riflettiamo su come uno stesso autore che una prima volta ci era parso meritevole, a una seconda rilettura, magari affrontata anni dopo, ci appare scialbo, o viceversa. A complicare il tutto, la commistione con altre discipline che tendono a invadere il campo della letteratura o a sminuirne il significato (quando si dice: “è solo letteratura”, in termini denigratori). La Bachmann non ha una risposta alle domande, ma in queste pagine propone una “letteratura come utopia”, nel senso che scrivere è anche una ricerca disperata verso l’utopia di una lingua capace di esprimere l‘ineffabile, una condizione assurda ma alla quale lo scrittore non può sfuggire, incatenato com’è nella sua ricerca di parole.

Ora, in chiusura, io non so dire che cos’è la letteratura, perché si scrive, e in tutta sincerità non mi pongo neanche tanto il problema (o forse lo sto facendo nel momento stesso in cui scrivo quest’articolo?), ma so che Ingeborg Bachmann è una scrittrice che io annovero nel mio personale e ampio concetto di Letteratura.

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5 pensieri su ““Letteratura come utopia” (Ingeborg Bachmann)

  1. Interessantissimo articolo, per chi ama scrivere e vuole capire perché scrive.

  2. Pingback: “Malina” (Ingeborg Bachmann) | Tra sottosuolo e sole

  3. Dal post precedente sono risalita a questo. Mi ha dato l’impressione di essere uno di quei saggi da tenere sottomano, o perlomeno a poca distanza… 😉

    • Hai fatto risalire anche a me a quel post, e a quel libro. Tra l’altro, è uno dei pochi libri della Bachmann che ancora non ho qui vicino, lo preso in prestito dalla biblioteca. Rimedierò. 😉

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