Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Kafka era abbastanza kafkiano.

Kafka era un tipo abbastanza kafkiano, su questo non ho molti dubbi. Qualcuno in più, lo confesso, lo avevo su una questione grammaticale all’apparenza ovvia ma che mi ha procurato grattacapi e che soprattutto, una volta risolta, e ammesso che sia stata risolta, mi ha indotto a riflessioni dalla dubbia utilità ai fini della mia esistenza, ma che pure hanno avuto luogo. Sappiate, amabili lettori (la captatio benevolentiae ogni tanto è necessaria), che tanti anni fa ero solito scrivere la locuzione “sé stesso” nella maniera in cui l’ho appena scritta. Per motivi che non sto qui a spiegarvi, mi accorsi che quelle due parole risultavano troppo spesso accostate l’una all’altra in alcuni miei scritti e ben prima che potessi porre rimedio arrivò Nemesi, sotto forma di un’autorevole fonte grammaticale che mi suggerì, nell’orecchio, di evitare l’accento su “sé” quando tale parola è seguita da “stesso” o “medesimo”. Ingenuo come un bimbo, appurato che la fonte (non mi chiedete qual è, ma vi assicuro che era un dizionario o qualche sito specializzato in materia) era accreditata, decisi che avrei mutato tutti i “sé stesso” in “se stesso” (“sé medesimo” non l’ho mai usato, indagherò anche su questa forma di razzismo nei confronti della parola “medesimo”).

Presi, allora, il vizietto di scrivere “sé”, in maniera corretta, quando non fosse seguito da “stesso” e “se” quando invece “stesso” decideva di accodarsi all’amico. Ora, non la faccio tanto lunga anche perché il cuore dell’articolo doveva essere altro. Qualche giorno fa ho scoperto, sul sito della crusca, quanto segue: “Alcuni, quando il pronome è seguito da stesso e medesimo, tralasciano di indicare l’accento, perché in questo caso il se pronome non può confondersi con se congiunzione: se stesso, se medesimo. Noi, però, consigliamo di indicare l’accento anche in questo caso, e quindi di scrivere sé stesso, sé medesimo.” L’iniziale momento di panico, dovuto all’amara constatazione del mio fallimento esistenziale, ha lasciato presto spazio alla consapevolezza che, comunque, non utilizzo più così spesso quelle due parole l’una accanto all’altra. Resta, tuttavia, la tristezza dell’aver appreso come fossi nel giusto all’inizio e mi sia lasciato fuorviare da una fonte autorevole, prima che quest’altra fonte, a rigore più autorevole, riportasse tutto alle origini. In linea teorica, però, quel “consigliamo” non è un imperativo, quindi potrei anche, imperterrito, continuare a scrivere “se stesso” senza sentirmi meritevole della gogna.

Tuttavia, bando alle ciance, perché qui il punto è un altro.

“Tu devi essere te stesso”. Ve l’avranno detto, no, magari in qualche momento non proprio solare della vostra esistenza? No? Allora potete anche non leggere più quest’articolo. (Beh, in effetti, potreste anche non leggerlo anche se ve l’hanno detto, qui non troverete risposte a interrogativi sull’esistenza).

“Tu devi essere te stesso” è anche carina come frase, se non fosse che, oltre a richiamare subdolamente il dubbio grammaticale di cui sopra, si presta a riflessioni ancora più sterili. In primis, perché non si vede chi altro potremmo essere, se non “noi stessi”. Voglio dire, a voi è mai riuscito di scardinarvi dal vostro “voi stessi” (prego di ammirare la caparbietà con cui sto svicolando dal rischio di ricadere nella problematica “sé stesso-se stesso”), di dimenticarvi totalmente o ancora, non poniamo limite alla fantasia, di abbandonare il vostro splendente o misero corpo, per entrare in un altro, che a quel punto dovrà a sua volta essere migrato in un altro e così ad libitum? Io non ci sono mai riuscito a non essere “me stesso”. Lo so, l’amico che ci dice “devi essere te stesso” non è così stupido da non sapere certe cose, lui vuol dirci che non dobbiamo mai dimenticare quali sono le nostre presunte qualità e i nostri presunti pregi, che dobbiamo cercare di valorizzarli tenendo certo conto di come gli altri ci vedono e si relazionano a noi, ma sempre senza rinunciare alla nostra individualità, appunto al nostro “me stesso”, che non possiamo perdere senza perdere tutto. Qui, però, sorge il dubbio più atroce: chi è “me stesso”? Dando per buono il consiglio, volendo attuarlo, eccoci alla ricerca di “qual è” il nostro “me stesso”. Bene, voglio essere “me stesso”, seguire il tuo consiglio, mi concentro, cerco di capire cosa non devo perdere, a cosa, o a chi, non posso rinunciare senza perdere la mia identità, e mi accorgo che è necessaria un’indagine accurata da parte mia per capire a quale “me stesso” fare riferimento per seguire il tuo consiglio.

L’indagine è lunga, ragazzi, e il fatto di trovarmi nelle vesti d’indagato, accusatore e giudice, già di per sé è indice che parlare di un solo “me stesso” è quanto meno azzardato. A questo punto, onde non cadere nello scoramento più totale che potrebbe coglierci allorché ci accorgiamo che non è possibile né “non essere noi stessi” né “essere noi stessi”, sarà bene appellarci a chi, con mezzi espressivi ben più potenti dei nostri, ha affrontato il tema dell’identità. Potremmo chiamare a testimoniare, nel nostro ipotetico processo a noi, personaggi come Hitchcock, Lynch, Bergman, Kubrick, che nei rispettivi “Psycho”, “Mulholland drive”, “Persona” e “Shining” hanno sviscerato anche questo aspetto, o scrittori di varia estrazione e formazione. “Dr. Jeckyll e Mr. Hyde” di Stevenson potrebbero già fornirci qualche indicazione, così come “Il sosia” di Dostoevskij, per non parlare di Pirandello e del suo “Uno, nessuno, centomila”, che forse, anche numericamente, potrà fornirci adeguati chiarimenti su cosa s’intenda con la frase “devi essere te stesso”. Quale dei centomila? O ancora, perché non rifarci alla maschera di Nietzsche, oppure a Fernando Pessoa e ai suoi eteronimi, lui si che potrebbe insegnarci come si fa addirittura a scrivere libri tirando fuori ogni volta un “me stesso” diverso. Insomma, amici, i testimoni non mancano, adesso ho citato solo i primi che mi sono venuti in mente, ma con cinque minuti di riflessione saremmo in grado di mandare una cartolina a tanti altri autorevoli testi, ammesso e non concesso che si riesca a capire (il caso di Pessoa è emblematico) a chi mandare la convocazione.

Qui siamo, dunque, di fronte al dilemma “essere sé stessi o non essere sé stessi?”, questo è l’interrogativo post-shakespeariano. Non ci resta che prendere in mano il nostro cubo di Rubik (certo che sapete cos’è il cubo di Rubik, da bambino l’avrete visto chissà quante volte) e tenerlo pronto in mano, così che quando qualcuno vi dirà “tu devi essere te stesso”, potrete mostrargli il cubo, cominciare a manipolarlo e poi esclamare: “Quale me stesso? Questo a maggioranza gialla? O rossa? O blu?”.

Tutto questo, sia chiaro, in attesa del giorno in cui anche voi, come Gregor Samsa, vi sveglierete nel letto trasformati in un enorme insetto. A quel punto, forse, la voglia di questionare su “sé stesso” o “se stesso” vi sarà passata già da un bel po’.

Per adesso, però, tenete presente che se Kafka era abbastanza kafkiano, anche voi dovete essere abbastanza voi stessi.

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23 pensieri su “Kafka era abbastanza kafkiano.

  1. Simpaticissimo post… complimenti!

  2. In effetti la questione del sé stesso l’avevo appresa da un linguista, che sconvolse gli insegnamenti che avevo avuto a scuola (‘non si mette l’accento quando è seguito da stesso!’): so da un pezzo che non è vero, ma continuo a scrivere’se stesso’ per evitare di esser presa per una che scrive strafalcioni da chi (come me fino a quel momento) ancora è attaccato alle istruzioni date dalla scuola.
    Quanto al sii te stessa/o, innanzitutto è una frase un po’ abusata, e non sono sicura che chiunque la usi sappia quel che dice.
    E poi, per l’appunto, non dico che per la maggior parte siamo schizofrenici, ma quanto meno abbiamo molte ‘sfaccettature’ (io ne ho veramente TANTE), quindi non resta che fare la conta, ambarabaciccicocco…

  3. danielaranucci in ha detto:

    scritto esilarante, grazie mi ha divertito molto!!
    mi domando se non hai provato una sensazione liberatoria nel mettere il punto finale….

    • Grazie a te. 🙂
      La tua domanda è pertinente. Un po’ sì, è stato “liberatorio”, ma c’è da dire anche che sono rimasto con la sensazione di non aver scritto che una minima parte dei pensieri che mi frullavano per la testa. Ho dato voce a pochi “me stesso” ahaha…:)

  4. Ciao Antonio,ti ho nominato per il Beautiful blogger Award! Complimenti!
    Pan

  5. La lingua è un insieme di convenzioni, dettate dall’imperativo categorico di potersi capire, ove necessario, senza ambiguità. Dove due convenzioni coesistono pacificamente, si ha il diritto di scegliere, senza temere alcuna gogna.

    Essere se stessi (da tempo io ho scelto questa tra le due): magari è un’espressione che viene usata senza troppo pensarci, ma in fondo non è una banalità, nella misura in cui si tratta di esprimere il proprio mondo interiore senza lasciarsi plasmare da indebiti influssi esterni. Non presuppone che il “se stesso” sia privo di conflitti interni, di sfumature o di sfaccettature. Il vero problema è capire quanta parte di noi è così per sua natura “ontologica” e quanta parte invece è così a causa di un’imposizione forzata, innaturale, per la necessità di adeguarci a ciò che altri si aspettano da noi o vorrebbero vedere in noi.

    • Anch’io, come scritto, da tempo ho adottato “se stesso”, ma in effetti potrei anche optare per l’altro, mettere un accento in più non mi costerà fatica. 🙂
      In quanto alla frase in sé, è chiaro che il mio articolo vuole essere ironico e che concordo con quel che dici tu, al di là della speculazione teorica è evidente che (salvo patologie serie sulle quali non mi permetto di scherzare) “un Antonio” deve esserci, sia pure con tutte le correnti di pensiero eterogenee che posso avere al mio interno.
      “Della schizofrenia, come si era detto”, che non c’entra nulla, ma è il titolo di un capitolo de “Il Maestro e Margherita” che mi sembra di poter citare. 🙂

  6. Pingback: “La sicurezza della pausa – caffè” (da “Frammenti da un camino”, n. 18) | Tra sottosuolo e sole

  7. Pingback: “Il sentimento del contrario (comicità e umorismo per Pirandello)” | Tra sottosuolo e sole

  8. …e se io non sapessi chi sono? io – si fa per dire, io – la butto lì. E se fossi il culmine di una ventina di reincarnazioni? va bene, sto diventando cervellotica, la smetto. Bel post, comunque! e bello spunto di riflessione

    • Intanto, sono andato a rileggermi l’articolo, con il risultato di confondermi ancora di più le idee, specie considerando che ho appena finito un Pirandello.
      Se tiriamo in ballo anche la reincarnazione (che al limite io vedrei come riciclo infinito dei nostri componenti organici), temo che potremmo davvero fondere i cervelli. 😀
      Grazie per i complimenti!

  9. Pingback: Mutamenti (un articolo pigro) | Tra sottosuolo e sole

  10. Pingback: “Cosa c’è che non va?” | Tra sottosuolo e sole

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