Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Note per la letteratura” (Theodor W. Adorno)

Adorno

L’uguaglianza, o l’intrigante somiglianza di più cose o persone, è uno dei motivi più tenaci di Kafka; creature larvali di ogni genere compaiono a coppie, spesso col contrassegno dell’infantile e dello sciocco, oscillanti tra la bonarietà e la crudeltà, come i selvaggi nei libri per bambini. Tanto difficile è diventata per gli uomini l’individuazione e tanto incerta è rimasta fino ad oggi, che essi si spaventano mortalmente quando il velo che la copre viene sollevato anche solo di poco. Proust conosceva il disagio indefinito che prende una persona quando le si fa notare che somiglia a un parente cui si sente estraneo. In Kafka tale disagio è diventato panico.”

(Theodor W. Adorno, da “Appunti su Kafka”, in “Note per la letteratura”, Piccola Biblioteca Einaudi)

“Note per la letteratura” raccoglie una serie di saggi scritti da Theodor Adorno dal 1953 al 1967. L’edizione originaria era più corposa di quella che ho avuto il piacere di leggere, ma in compenso non conteneva il saggio su Kafka, che può essere ritrovato anche in “Prismi”. Premetto subito che Adorno non si presta a una lettura distratta e sono convinto che ritornerò più volte su alcune pagine per poterle comprendere meglio di quanto non abbia potuto fare adesso. Alcuni passaggi mi sono risultati incomprensibili, ma ciò è stato dovuto anche al fatto che non avevo letto le opere o gli autori analizzati. Il saggio su Hölderlin, poi, l’ho volutamente trascurato, riservandomi di leggerlo quando avrò letto qualcosa del poeta.

Adorno è un fautore dell’importanza del saggio. Il primo scritto, cioè “Il saggio come forma”, è teso appunto a rivalutare tale modalità espressiva, che non godeva, quando (e dove) Adorno scriveva, di grande fama, perché ritenuto frammentario, poco atto a cogliere la totalità di un’opera. Adorno predilige il saggio proprio perché con esso lo studioso non aspira a spiegare un’opera inquadrandola in un sistema o in categorie metafisiche, non mira a costruzioni chiuse, a suo parere sono improponibili, non cerca l’universale, ma piuttosto si muove in maniera asistematica, sfidando quella che Adorno chiama l’ideale della certezza dogmatica. Questo modo di affrontare le opere, che a qualcuno potrebbe apparire improduttivo, a me piace molto, perché Adorno non ha l’ambizione di spiegarci il significato ultimo e definitivo di un’opera, ma stimola a una comprensione da rinnovare ogni volta. Lo stesso titolo di uno dei saggi, cioè “Tentativo di capire Finale di partita”, ci fa comprendere in quale ottica si muova.

I saggi, come scritto, trattano autori e temi differenti, anche se non mancano i richiami incrociati. Una lettura appagante, benché difficile. Adorno scrive su autori che ammiro e che ho letto, quali possono Kafka, Proust, Beckett, Goethe, Balzac, Joyce e Mann. Ho avuto modo, così, di confrontare quella che è stata (ed è) la mia percezione di quegli autori, o di singole opere degli stessi, con l’autorevole opinione del filosofo. Altri saggi trattano, invece, di argomenti più generali, quali, ad esempio, “La posizione del narratore nel romanzo contemporaneo”, del quale ho riportato un estratto in un precedente articolo. Adorno, partendo da una considerazione su come i giornali e le tv (e ora Internet) abbiano sottratto al romanziere la possibilità di raccontare la realtà, s’interroga su quale possa essere la funzione dello stesso, e giunge poi a riflessioni su come autori del calibro di Kafka, Proust, Musil e Mann abbiano, ciascuno con il proprio stile e le proprie tematiche, annullato la “distanza estetica” tra narratore e lettore, superando l’antico ruolo del narratore che “sa come sono andate le cose”.

Un altro saggio molto stimolante è quello intitolato “Impegno”, nel quale Adorno, partendo da “Che cos’è la letteratura?” di Sartre, analizza il delicato tema “letteratura impegna – letteratura autonoma”, dubitando che possa esservi un’alternativa così netta e sostenendo altresì che opere considerate realistiche risultano essere molto meno aderenti alla realtà sociale di altre che invece all’apparenza non sono tali.

Ripeto, i saggi sono tutti molto interessanti, ma io sono rimasto affascinato soprattutto da quelli riguardanti i miei autori prediletti. Vi riporto, dunque, a conclusione di quest’articolo che non può rendere giustizia alla grandezza di un autore come Adorno, alcuni stralci appartenenti proprio ai saggi dedicati ad alcuni degli autori da me ammirati.

“Lucien de Rubempré comincia da giovane esaltato con alte ambizioni letterarie…anche nel lavoro e nella fatica egli cerca di non sporcarsi con ciò con cui deve patteggiare chi vuole arrivare a qualche risultato…pieno di fiducia, Lucien sdrucciola in situazioni le cui implicazioni, ebbro come è, a malapena vede. Nel suo narcisismo si immagina che l’amore e il successo siano propriamente per lui, mentre fin da principio è utilizzato semplicemente come figura fungibile.”

(da “Lettura di Balzac”)

“Contro dei piccoli commenti a piccoli passi della Ricerca del tempo perduto si potrebbe dire che per un prodotto così sconvolgentemente ricco e intricato il lettore avrebbe bisogno piuttosto di uno sguardo di orientamento e di insieme che non di venir magari ancora più profondamente avviluppato nei singoli particolari, da cui solo difficilmente e faticosamente ci si può comunque aprire la strada verso l’interno. L’obiezione non mi sembra essere materialmente giusta. Ormai non mancano più grandi opere generali. Tuttavia il rapporto del tutto al particolare in Proust si è rivoltato proprio contro di ciò, contro la falsità prepotente di una forma sussumente, imposta dall’alto.”

(da “Piccoli commenti a Proust”)

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4 pensieri su ““Note per la letteratura” (Theodor W. Adorno)

  1. Un grande che scrive di grandi merita doppiamente di essere letto – dovrò rimediare alla lacuna, prima o poi.
    E anche Hölderlin, te l’assicuro, merita di essere letto di per sé (e anche magari per poter leggere che ne dice Adorno). Quanto meriterebbe di essere letto, ad averne il tempo, e quanto meriterebbe di essere visto, vissuto! Oh, i poeti hanno ragione: nulla è così piccolo e misero da non poter destare in noi entusiasmo. (cit. Hölderlin, Iperione 😉 )

  2. Di questo libro ho trovato interessantissima la critica all’esistenzialismo alla Sartre che hai citato e che si trova anche in alcune pagine della “Dialettica negativa”, dove Adorno parlava con toni beffardi e ironici dei sessantottini… mi ricordo una frase ad effetto dove esprimeva un concetto importante prendendo in giro le barbe degli esistenzialisti ed era esilarante : )

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