Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Tentativo di capire “Finale di partita” (Theodor W. Adorno)

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“Il campo è quasi deserto: quello che è avvenuto in precedenza si può intuire stentatamente solo osservando le posizioni dei pochi personaggi. Hamm è il re, centro di tutto, che personalmente non è in grado di fare nulla. La sproporzione tra il gioco degli scacchi inteso come passatempo e lo sforzo eccessivo che implica, diventa sulla scena sproporzione tra i personaggi che si comportano come atleti e il peso irrilevante di quello che fanno. Non è chiaro se la partita finirà in stallo, o con uno scacco eterno, o se vincerà Clov: essere certi di un risultato sarebbe ottenere già un senso”.

(Theodor W. Adorno, “Tentativo di capire Finale di partita”)

Mi sono riletto “Tentativo di capire Finale di partita” di Theodor W. Adorno, nel tentativo di capirlo. Il gioco di parole è orrendo ed espierò le dovute pene, ma nello specifico ci può stare, trattandosi di una trentina di pagine molto difficili, o che almeno a me sono parse tali, ma anche piene di spunti per chi volesse approfondire la conoscenza, appunto, del capolavoro teatrale di Samuel Beckett.

Come tutte le interpretazioni, anche quella di Adorno risente della formazione di quest’ultimo. Sottolinearlo è forse pleonastico, ma è bene tenerlo sempre a mente, perché non si pensi mai che qualcuno possa possedere la Verità su un testo qualsiasi. L’autore spesso, quando scrive, non sa cosa sarà percepito, non può saperlo e la grandezza della letteratura, dei classici (termine molto vago, certo, ma che mi serve qui per delimitare il discorso a quei testi che conservano nei decenni una loro attualità, forse proprio per la loro inattualità), consiste proprio nel poter essere reinterpretati e rielaborati sulla scorta delle nostre esperienze. Ciò premesso, è anche vero che c’è una certa differenza se l’interpretazione la faccio io o la fa Adorno. Nel primo caso, al massimo può venirne fuori un delirio, nel secondo molto di più. Con molta cautela, quindi, scrivo il poco che segue, per invogliare i più curiosi a leggersi questo saggio di Adorno, che potete trovare o nel “Meridiano” a lui dedicato, oppure in “Note di letteratura”, una raccolta dei suoi saggi.

Adorno sottolinea come l’opera di Beckett possa essere letta anche come una presa di distanza ironica da un certo teatro esistenzialista “a tesi”, come poteva essere quello di un altro gigante come Sartre, volto a dimostrare qualcosa, a cercare un senso, sia pure all’individuo singolo posto di fronte all’assurdo dell’esistenza. I personaggi di Beckett, invece, non cercano alcun significato ultimo e l’autore, pur servendosi comunque del linguaggio, quindi ancora di un mezzo che un certo senso deve averlo, accetta la sfida del non-sense e agisce di conseguenza, costruendo dialoghi secchi e concisi, talvolta composti da mozziconi di parole. Joyce aveva scelto, nella sua sfida all’assurdo, il magmatico flusso di coscienza, Proust aveva fatto ricordo alla memoria e al tempo come fulcri del suo capolavoro. Beckett sceglie una strada diversa. I suoi personaggi, a differenza di quelli, per esempio, di Kafka, non sono più alla ricerca di un senso (“Il castello” di Kafka, tra le tante possibili interpretazioni, è anche una drammatica domanda che non ottiene risposta), ma sono divenuti “incapaci di universalità”, chiusi nel loro piccolo e meschino mondo, ridotti all’osso persino nei nomi (Adorno rileva come Hamm, tra le altre cose, sia anche una deformazione di Amleto).

“Tale procedimento di costruzione dell’insensato non si arresta neppure di fronte alle molecole del linguaggio: perché se esse – e i loro collegamenti – avessero un senso razionale, nel dramma finirebbero indefettibilmente col dar luogo a una sintesi e a quel nesso significante dell’insieme che l’insieme stesso nega. Interpretando il Finale di partita non si può dunque inseguire la chimera di mediarne il senso per via filosofica: comprenderlo vuol dire né più né meno comprenderne l’incomprensibilità, ricostruirne concretamente il nesso significante, che consiste nel rendersi conto che non ne ha”.

(T. Adorno, “Tentativo di capire Finale di partita”)

L’individuo stesso ha perduto la propria identità e persino la comicità non serve più come maschera dietro la quale nascondere l’abisso. Il titolo stesso dell’opera, d’altronde, rimanda a una situazione di stallo e le parole di Adorno che vi ho riportato in apertura dell’articolo esemplificano al meglio ciò che l’autore ha colto nell’opera di Beckett.

Per conto mio, peraltro, essendo giunto a un personale stallo nella stesura di questo pezzo, ed essendomi accorto che di aver già scritto abbastanza corbellerie, non posso che invitarvi alla lettura sia di “Finale di partita” sia del tentativo di capirlo. Ringraziando chi è giunto fino a qui per essersi letto questo “Tentativo di capire il tentativo di capire Finale di partita” (le pernacchie sono già contemplate).

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8 pensieri su “Tentativo di capire “Finale di partita” (Theodor W. Adorno)

  1. Niente pernacchie, solo curiosità per un libro che non si conosce.
    Grazie
    Buon pomeriggio
    .marta

  2. Sono sempre interessanti le tue corbellerie 🙂
    Ed ecco un altro testo da avere assolutamente!

    • Ti ringrazio, faccio del mio meglio per renderle (le corbellerie) più digeribili 😀
      Il testo di Adorno lo consiglio davvero, è un po’ “tosto”, ma nulla di insormontabile con un po’ di volontà e curiosità.

  3. gelsobianco in ha detto:

    Qui c’è da capire molto!
    Tentiamo!
    Amo Beckett!
    Leggerò Adorno.
    Grazie.
    gb

  4. Hollis Brown in ha detto:

    Ciao. La citazione che realizzi a proposito di Kafka e del domandare che non ottiene risposta, sarebbe incomprensibile senza lo sfondo in cui si avverte la necessità di quel domandare. In Amleto il domandare è dubbio, ma attende la possibilità della risposta. In K. il domandare allontana sempre più dallo “schloss”. In Beckett il domandare non l’attende nemmeno, e galleggia in un linguaggio ormai esausto. In “Finale di partita”, l’attesa, che era ancora ammissibile in Godot (God-out), è ormai fuori dell’orizzonte, ogni orizzonte. In Godot, effettivamente, c’è ancora l’aperto, in “Finale”, invece, un chiuso con due aperture difficili da raggiungere. Non si presta mai troppa attenzione alle immagini, che l’autore teatrale, come un pittore, allestisce, contribuendo alle coordinate simboliche in cui l’azione corpo-linguaggio alloggia. Mi permetto di consigliarti un testo, forse meno difficile di quello di Adorno, e ricco di linguaggio (anch’esso, forse, ormai “esausto”, ma in ogni caso gradevole): HAMLETICA, Massimo Cacciari, ed. Adelphi. Viene narrato un filo conduttore, che forse alla fine si spezzerà, tra l’Amleto, il Castello, e Godot-Beckett. Ciao, e scusa il disturbo.
    HollisBrown

    • Nessun disturbo, anzi grazie per l’interessante contributo, che tra l’altro mi ha stimolato a rileggermi l’articolo che avevo scritto e che forse oggi, rileggendomi le opere citate, scriverei diversamente. Chissà. Intanto prendo nota anche del libro di Cacciari. 🙂

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