Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Lettere a Theo” (Vincent Van Gogh)

Ti mando qui accluso uno schizzo delle cicale di qui.

Durante i grandi caldi il loro canto ha per me lo stesso fascino di quello del grillo nelle case dei contadini delle nostre parti. Se mi è ancora difficile ritrovare il coraggio per gli errori commessi e che commetterò per quanto si riferisce alla mia guarigione, non dimentichiamo per questo che sia i nostri spleen e le nostre malinconie, sia i nostri sentimenti di serenità e di buon senso non sono le nostre uniche guide e neppure le nostre difese decisive, e che se ti trovi davanti a dure responsabilità di rischio, ti prego, non preoccupiamoci troppo l’uno dell’altro, e anche se le circostanze della vita ci hanno fortuitamente allontanato tanto dalle nostre concezioni di gioventù sulla vita di un artista, noi restiamo comunque fratelli, e sotto certi aspetti compagni di ventura. Le cose stanno in modo che qui si trovano gli scarafaggi nel mangiare come se fossimo veramente a Parigi, e potrebbe anche essere che tu a Parigi abbia talvolta il vero ricordo dei campi. Non è molto, ma in un certo senso è consolante.”

(Vincent Van Gogh, agosto 1889, lettera al fratello Theo)

Dopo molte titubanze, ho preso “Lettere a Theo” (Ed. Guanda) in prestito dalla Biblioteca del mio paese. Non sono un amante degli epistolari, con le dovute eccezioni. Il libro che ho letto (in parte) è una raccolta di un centinaio delle lettere che il pittore scrisse al fratello Theo nel periodo 1875 – 1890.

Ho saltato molti passaggi non solo perché davvero in certi momenti mi sembrava di frugare nella corrispondenza altrui, ma anche perché, in sincerità, mi annoiavano. Parlo di molte lettere che trattano lo stesso argomento, ad esempio le delusioni sentimentali di Vincent, o di quelle piene di dettagli necessari per far capire a Theo il bisogno di denaro o di materiale che aveva Vincent.

Premesso ciò, devo dire che la lettura di altre lettere, unita al notevole saggio introduttivo del filosofo Karl Jaspers e all’apparato di note a corredo del testo, mi ha permesso di approfondire la conoscenza di questo artista che ammiro dai tempi del Liceo (ma credo anche da prima), ma “sul” quale non avevo poi letto granché, “limitandomi” a osservare le sue opere da profano appassionato.

Tanto per fare un esempio, ho potuto così scoprire il forte afflato religioso di Van Gogh, la sua fede, peraltro lontana da forme di fanatismo. Questo profilo, non so perché, nel mio immaginario era sempre stato tenuto poco presente. Non sapevo nemmeno che lui fosse un lettore di Shakespeare, Hugo, Dickens, Zola e Maupassant.

Nelle altre lettere emergono aspetti che invece, più o meno, già conoscevo, soprattutto il rapporto pronfondo e controverso con il fratello, la miseria economica, la spinta interiore enorme per la pittura, il feroce fallimento sentimentale e il successivo rapporto, osteggiato dai familiari, con una prostituta incinta, malata e affamata, che lui avrebbe voluto sposare, la convivenza e la rottura con Gauguin, l’esplosione della follia.

Oltre a queste situazioni biografiche, peraltro in questo caso strettamente connesse con l’attività artistica, vi sono, nelle lettere, anche molti riferimenti a spunti creativi, idee, bozze, tecniche pittoriche da apprendere, insomma elementi che mi hanno aiutato a comprendere meglio, ma non abbastanza, questo artista che ci ha lasciato quadri memorabili.

Qui sotto riporto un brano relativo al quadro “I mangiatori di patate” e un altro su “La camera”, che tra l’altro scelsi, non ricordo bene perché, come foto-profilo per questo blog.

“Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della lampada ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e quindi parlo di lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnato il cibo…personalmente sono convinto che i risultati migliori si ottengano dipingendoli in tutta la loro rozzezza piuttosto che dando loro un aspetto convnzionalmente aggraziato. Penso che, più che da signora, una contadinella sia bella vestita com’è con la sua gonna e camicetta polverosa e rappezzata, azzurra, di cui il maltempo, il vento e il sole danno i più delicati toni di colore. Se si veste da signora, perde il suo fascino particolare. Un contadino è più vero con i suoi abiti di fustagno tra i campi, che quando va a Messa con una sorta di abito da società.”

(Vincent Van Gogh, lettera a Theo del 30 aprile 1885)

mangiatori

“Ho ancora gli occhi stanchi, ma intanto avevo una nuova idea nel cervello…questa volta è la mia stanza da letto, solo che il colore deve fare tutto, dando attraverso la sua semplificazione uno stile più grande alla cose, e deve suggerire il riposo o in genere il sonno. Insomma la vista del quadro deve riposare la testa, o meglio l’immaginazione.

I muri sono lilla pallido. Il pavimento è a mattoni qadrati rossi. Il legno del letto e le sedie sono giallo burro chiaro, il lenzuolo e i cuscini verde limone molto chiaro.

La coperta rosso scarlatta. La finestra verde.

La tavola di toilette arancione, il bacile blu.

Le porte sono lilla.

E non c’è altro – nient’altro in questa stanza con le persiane chiuse.”

(Vincent Van Gogh, lettera a Theo di metà ottobre 1888)

la camera

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11 pensieri su ““Lettere a Theo” (Vincent Van Gogh)

  1. Ciao Antonio.
    I quadri di Van Gogh sono in un certo senso l’equivalente pittorico delle poesie e dei racconti di Baudelaire. Che ne dici?

    • Sotto certi aspetti potrebbe essere, anche se siamo di fronte a due “giganti” tali che diventa difficile paragonarli l’uno con l’altro. Pensavo, piuttosto, mentre leggevo i passaggi che lasciano trasparire l’incipiente follia di Van Gogh, al fatto che nello stesso anno anche Nietzsche, in un’altra zona del mondo, cominciava a palesare squilibri dopo aver donato al mondo capolavori di altro genere.

  2. Mi hai dato un bello spunto. A buon rendere… (a me gli epistolari piacciono)
    f

    • Contento dello spunto, non ti preoccupare, non devi “rendere” niente…:)
      Sugli epistolari ho idee contrastanti con me stesso. Quello di Kafka la prima volta lo abbandonai dopo 20 pagine perché lo “sentivo” troppo, anni dopo l’ho letto con più distacco.

  3. Pingback: Fiori d’inverno « iCalamari

  4. lois in ha detto:

    Le innumerevoli lettere di Vincent a Theo, ci hanno fornito la chiave di lettura, artistica ed umana di uno dei più amati artisti moderni. Forse in quelle pagine, che ho studiato più volte (e concordo con te, tutte in fila alcune son noiose e ripetitive) è racchiusa tutta la precarietà umana di un uomo estremamente sensibile, in lotta col mondo e con se stesso. Un uomo che, per nostra fortuna, è stato in grado di guardare il mondo con nuovi occhi, e soprattutto è stato in grado di farcelo vedere. Sfido chiunque a non restare incantato di fronte alla Notte Stellata, e non tanto per la bellezza artistica, ma per la poesia che emana!

    • Il tuo commento mi conforta, visto che sulla materia ne sai più di me, a giudicare dagli stupendi articoli d’arte che pubblichi. Purtroppo per me alcuni passaggi “tecnici” (sui colori o le tecniche pittoriche) non ero in grado di comprenderli in pieno e quindi mi risultavano più indigesti, e quindi ho saltato dei brani incentrando la lettura sull’aspetto umano, sulla sua sensibilità (anche se poi ho riportato proprio due brani sui quadri).
      Immagino che tu, avendoli letti e riletti, abbia potuto davvero entrare (per quanto possibile) nelle dinamiche di questo grande artista.
      A me è capitato con Kafka, le cui lettere dapprima mi respinsero, ma poi mi fecero apprezzare ancora di più l’artista.

  5. davide in ha detto:

    Perchè voler ritenere a tutti i costi Van Gogh “pazzo”, e se considerassimo la sua vicenda umana alla luce della sua profonda devozione cristiana ,tale da fargli condividere le sofferenze dei poveri minatori.Perchènon voler considerare altruismo la sua volontà di redimere una prostituta, o scagionare sia l’autore del colpo di pistola che lo portò alla morte,avvenuta ,secondo alcuni non per suicidio sia l’amico Gauguin,vero ,secondo altri, esecutore del taglio dell’orecchio. E se questa fosse la verità? Van Gogh,cmq, condusse il suo percorso artistico spesso criticato ,a volte disprezzato,con scarsa fortuna in vita(non riuscì a vendere un quadro),isolato,evitato da chi ,col senso comune , scambiava la sua grandezza per follia.

    • Rispondo anche qui all’amico Davide. 🙂
      Premetto che per me parlare di “follia” non è un insulto, non fosse altro perché so che da un momento all’altro potrei diventarlo anch’io, come tutti (se già non lo sono). Dalle stesse lettere, però, si evince che lui stesso fu consapevole, dal 1888 in poi, di essere preda di disturbi mentali, sui quali ovviamente non posso dire molto.
      Sulla sua vicenda umana, sulla sua scarsa fortuna, la sua grandezza, non c’è bisogno nemmeno di dirlo, sono d’accordo con te. Si potrebbe discutere su cosa è “folle” e cosa non lo sia (per me può essere folle fare una processione, per un altro può esserlo leggere un libro in una giardino comunale), però attenendoci a dei canoni più o meno scientifici, credo che Van Gogh un po’ mattarello lo fosse diventato. Peraltro, pensavo alla singolare coincidenza temporale. Negli stessi anni anche Nietzsche cominciò a dare segni di squilibrio.

  6. Ciao Antonio,
    complimenti per questo post!!
    Ho, adesso, ricordato di Artaud nel ” Van Gogh -suicided by Society ”
    Grandi geni e dense dolore….
    abbraccio~~

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