Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Più libri più liberi. Un giorno alla fiera” (o anche “alla fermata dell’autobus non ridevo quasi mai”)

Quando andavo al Liceo, tanti anni fa, la mattina, alla fermata dell’autobus, ero uno di quelli che rideva poco, quasi mai. Penso a questo nel vedere questi ragazzi vicini a me, in attesa di salire sul mezzo che porterà loro a scuola, me a prendere il treno per Roma. Lo penso osservando in particolare un tipo solitario, che se ne sta per conto suo, a pochi metri dagli altri ragazzi e ragazze che invece, pur ancora mezzi addormentati, socializzano scherzando e ridendo, chissà ciascuno con quali palpiti del cuore o di altri organi. Non ho elementi per dire se quella condizione d’isolamento è occasionale o più generale, se ogni giorno lui è spettatore degli altrui divertimenti, o pseudo tali, ma non posso non riandare con la memoria al mio passato, a quando ridevo poco, lì, alle fermate.

Oggi però sorrido, perché torno a Roma dopo quasi un anno esatto e lo faccio per andare alla Fiera della piccola e media editoria, per la manifestazione “Più libri più liberi”.

Venti minuti dopo sono sul treno, pronto per assistere a una sorta di rissa verbale tra due controllori e un passeggero, pare per motivi inerenti una chiusura delle porte troppo frettolosa. Gli animi si calmano ed io torno a leggere, con le palpebre mezze chiuse, “Il professore di desiderio” di Roth. Ricevo un messaggio. La persona con cui dovevo andare alla Fiera, con la quale dovevo incontrarmi a Roma Termini, ha avuto un contrattempo, mi tocca andare da solo. Non importa, non mi spaventa dover restare in silenzio per gran parte della giornata. In fondo, così come non ridevo, alla fermata nemmeno parlavo.

Quando arrivo a Roma, mi emoziono per il fatto di sentirmi emozionato. Non c’è motivo alcuno perché io debba provare particolari sensazioni in una stazione affollata di gente, so anche che dopo pochi minuti quel trambusto e quell’andirivieni mi diventerebbero odiosi, ma all’impatto qualcosa si ridesta in me.

M’immergo nei sotterranei per prendere la metro. Chissà dove va ciascuno dei miei compagni estemporanei di viaggio. Quella lì sembra una studentessa, quell’altro un dirigente. Quali preoccupazioni lavorative o relative alla vita privata occuperanno le menti di tutte queste persone che non conoscerò mai? Domande inutili. Molti hanno gli occhi stanchi già al primo mattino. Non vedo sorrisi. Nemmeno io sorrido, sarebbe preoccupante se camminassi, senza motivo, a bocca larga. Però sono contento. Ho messo tra parentesi le mie preoccupazioni sul lavoro precario, sulla solitudine, sull’amore che non c’è. Sto andando a cercare dei libri, e questo mi basti.

A Eur Fermi scendo e imbocco le vie che mi condurranno alla Fiera. Giunto all’ingresso, mi si avvicina un ragazzo nero, vuole vendermi anche lui un libro. Mi dice che in quel modo aiuterò l’Africa. Questa cosa qui non mi convince mica, però il libro lo compro, spero d’aver almeno aiutato lui. Il libro è una raccolta di proverbi africani illustrati. Mi saluta, lo saluto, ed entro.

L’anno scorso ero più sprovveduto e mi ero perso nel dedalo di stands che ospitano le case editrici, finendo il denaro e lasciando lì libri che avevo adocchiato. Quest’anno sono più metodico. Ho in mano un foglietto e una penna, ho deciso di fare prima un giro di ricognizione, di segnarmi tutti i titoli interessanti, e solo alla fine passare a catturare quelli che porterò con me.

Gli stands sono organizzati per numeri e lettere. C’è A1, A2, etc, poi B1, B2, etc, insomma non ci si può sbagliare. Subito, allo stand A1, che poi è delle “Editori Riuniti”, noto “Esuli” di Joyce e “Il villaggio di Stepànčikovo” di Dostoevskij. Ho l’impressione che qui tornerò. Per il momento, però, non compro nessuno dei due. Dalle ore 11:00 alle 13:00 mi aggiro per gli stands da investigatore. Segno una valanga di titoli. Quest’anno ho portato un budget superiore rispetto al misero gruzzolo dell’anno scorso, ma per comprare tutti quelli che ho segnato servirebbero tre stipendi. Dovrò scegliere, a malincuore.

In giro per i corridoi ci sono alcune scolaresche. Si comportano bene, i professori riescono a tenere a bada l’esuberanza giovanile e i ragazzi sembrano interessati ai libri.

Non ho nessuno con cui condividere le mie emozioni, e allora evito che si sedimentino, cerco di non pensare a qualcosa di preciso, piuttosto scorgo i movimenti delle persone, capto frasi qua e là, colte da discorsi che non so da dove vengono e non so dove andranno. Mentre sto scegliendo un libro da segnare nella lista, allo stand dove mi trovo si presenta un signore piuttosto in là con l’età, sostiene di essere uno scrittore, o un poeta, non capisco bene, e vuole proporsi alla casa editrice. La ragazza lo invita a mandare il manoscritto in formato cartaceo. A questo punto penso che anche a me piacerebbe essere lì in un’altra veste. Non dico da scrittore, ma dietro uno di quegli stands, al fianco di quella ragazza, per esempio. A molte di quelle case editrici l’anno scorso ho anche mandato il curriculum, accompagnato da una lettera d’amore che nemmeno ai tempi delle mie più feroci infatuazioni sarei stato in grado di scrivere. Il fatto che io sia qui in veste di lettore fa comprendere quali esiti abbiano avuto quelle mie missive.

A un certo punto, un tizio infervorato urla che lui sta conducendo una battaglia contro l’uso dei telefonini, che prenderebbe provvedimenti drastici contro coloro che se li portano dietro anche lì dentro, solo per “farselo mettere in culo dai datori di lavoro”. Non conosco eventuali antefatti e motivazioni, anche qui, come per la lite sul treno, mi attengo alle nude parole.

Dopo la pausa pranzo, che mi concedo in maniera del tutto approssimativa appena fuori l’uscita, è il momento di passare a raccogliere il seminato. Il primo che prendo è un libro che non conoscevo, scritto da John Dos Passos e relativo alla vicenda di “Sacco e Vanzetti”. Non è certo un caso che solo la sera prima io abbia visto, al mio paese, in un cineforum, il film interpretato da Volonté.

Ripenso al sorriso. Mi piacerebbe poter condividere quella specie di “solco lungo il viso” che si è dipinto sulla mia faccia nel corso del mio girovagare. Ma con chi potrei farlo qui? Scambio due parole con alcuni dei ragazzi degli stands ogni qualvolta metto nello zaino un libro, ma ci vorrebbe altro. Ma non posso mica mettermi a fermare le ragazze, a dire loro: “Scusa, oggi voglio vedere un sorriso e parlare di libri”. Questa cosa qui si potrebbe anche fare, certo, ma non è il momento, non ho l’entusiasmo adatto e forse oggi mi sta bene così, sperimentare una solitudine diversa da quella che si respira in provincia.

Esco. Sono un po’ stanco ma soddisfatto. Prendo la metro per tornare a Roma Termini. Mi siedo. Su uno dei quattro sedili di fronte al mio c’è una ragazza. Mi sembra che anche lei abbia dei libri in mano, forse siamo usciti dallo stesso posto. Provo a guardarla negli occhi, ma lei sta sbirciando il monitor del cellulare della vicina, la quale sta inviando un messaggio a chissà chi. Lo zaino pesa sulle mie gambe. Lo apro per guardare i libri che ho portato via, e che tra poche ore saranno accanto al mio letto.

Il suonatore ambulante intona “My way”.

Mezz’ora dopo sono a Termini. Il regionale delle 14.49 è talmente pieno che decido di rinunciare di mia volontà. Posso farlo, oggi. Altri sono costretti a farlo, su quel carnaio non entra più nessuno.

Compro un libro della Bachmann a Termini. Alle 15.49 saluto di nuovo Roma.

Alle 17.40 sono alla fermata dell’autobus di Formia. Accanto a me lavoratori e alcune ragazze che tornano, come me, al paese. Comincia a piovere, proprio mentre stavo ripensando alla storia del sorriso ai tempi del Liceo.

Un’auto si ferma. Il ragazzo di mia sorella mi dà un passaggio. La pioggia s’infittisce.

Alle 18.15 entro nella mia stanza. Li prendo a uno a uno e li sistemo sulla libreria.

Sorrido.

Lista dei libri portati a casa

– “Il villaggio di Stepànčikovo” (Fëdor Dostoevskij), Editori Riuniti

– “Creatività” (Emilio Garroni), Quodlibet

– “Quel che ho visto e udito a Roma” (Ingeborg Bachmann), Quodlibet

– “Il prete bagnante e altri racconti inediti” (Boris Vian), Stampa alternativa

– “Davanti alla sedia elettrice, come Sacco e Vanzetti furono americanizzati” (John Dos Passos), Edizioni Spartaco

– “Appunti sui polsini” (Michail Bulgakov), Avagliano

– “I nottambuli” (Fruttero § Lucentini), Avagliano

– “Ipnosi e fantasmi” (Henri Bergson), Edizioni di Storia e Letteratura

– “Il caso Rykov, dal nostro corrispondente (Anton Čechov), Nottetempo

– 2 libri “pronti per essere spediti”, uno con frammenti di Baudelaire, l’altro di Nietzsche, L’Orma Editore

– I proverbi dell’Africa (Giovane Africa Edizioni)

– Il trentesimo anno (Ingeborg Bachmann), Adelphi

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13 pensieri su ““Più libri più liberi. Un giorno alla fiera” (o anche “alla fermata dell’autobus non ridevo quasi mai”)

  1. Che bello….un pò t’invidio.
    Conosco quella sensazione che ti avvolge quando si è circondati dai libri. Sono sicura che hai sorriso mentre li sfogliavi.
    Non te sei accorto ..ma è successo.
    Io guardo sempre le espressioni delle persone quando entrano nelle librerie….

    buona serata
    .marta

  2. Fortunato… c’è chi invece si è dovuto accontentare di ascoltare Fahrenheit – in diretta dall’Eur – su RadioTre!

  3. E com’è che non ci siamo incontrati? Anche io rimuginavo a distanza di un anno…
    Ciao!
    f

  4. Pingback: “Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti” (Fëdor M. Dostoevskij) « Tra sottosuolo e sole

  5. Pingback: “Il treno nei romanzi, i romanzi sul treno (più deliri assortiti)” | Tra sottosuolo e sole

  6. Pingback: “Più libri più liberi 2013″ – Brevi considerazioni non troppo pertinenti. | Tra sottosuolo e sole

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