Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Gelo” (Thomas Bernhard)

All’improvviso, disse lui, s’era completamente reso conto di quale fosse stata la sua disgrazia, “un certo giorno di cui, deve sapere, potrei dirle la data così come potrei dirle i nomi delle persone con cui ho avuto a che fare quel giorno; gente di città, gente di grandi città, tutti saldamente ancorati al mondo che s’erano costruiti, allo spazio vitale di una fabbrica oppure di una galleria d’arte che fa buoni affari nel centro della città, oppure all’ambiente che si crea attorno a un’invenzione che loro avevano fatto e che gli fruttava grosse somme di denaro, oppure gente che era semplicemente felice senza sapere perché e come né si preoccupava di scoprirlo, con cui avevo dei rapporti che via via mi facevano un effetto demoralizzante, mi annoiavano a morte e mi ripugnavano, dei rapporti che col tempo degeneravano; passavo intere notti in casa di quella gente; mi facevo mostrare montagne di fotografie, davanti a me loro rovesciavano interi cervelli pieni di barzellette sporche e io ero costretto a ridere e ridevo davvero e bevevo, ridevo e dormivo, spesso sul pavimento, poi ero di nuovo costretto a tirar fuori i grandi nomi dell’arte ed ero in uno stato così miserando che però sembrava attirarli, quella miseria che era dentro di me e che si esprimeva nella mia persona li attirava, mi portavano con sé in questo o in quel luogo e volevano unirmi una volta per tutte alle loro vite, finché non giunse il momento, quel certo giorno, in cui capii che dovevo farla finita, non tornare indietro, ché tornare indietro era ed è impossibile e la feci finita con loro, la feci semplicemente finita e, lontanissimo da quelle persone e dalle loro abitudini, lontano dai loro averi e dalle loro opinioni, lontanissimo dal loro mondo che non era adatto al mio mondo, proseguii da solo, su un piano diverso, da un giorno all’altro quando mi resi esattamente conto che ormai non appartenevo più ad alcun mondo, né a quello dal quale ero appena fuggito, né a quello dal quale ero venuto né a quello nel quale, senza conoscerlo esattamente, volevo andare, verso il quale mi stavo incamminando, come un evaso dal carcere fuggivo in tutte le direzioni per non cadere nelle mani dei miei inseguitori…” Era una disgrazia non appartenere più ad alcun mondo, “non avere assolutamente più nulla”.

(Thomas Bernhard, “Gelo”, Ed. Einaudi)

Un giovane assistente medico è mandato da un suo superiore a Weng, paese di montagna immerso nel freddo, con il compito di osservare i comportamenti dell’anziano pittore Strauch, fratello del medico incaricante e sospetto di follia. Il libro di Bernhard è il resoconto, redatto in prima persona dal giovane, dei suoi tentativi di sondare l’inesplorabile mente del pittore.

Weng si rivela subito un paese lugubre, inospitale, malinconico, un mondo chiuso in sé, di personaggi dediti solo alle bevute di birra e allo scuoiamento degli animali da mangiare. La grettezza degli uomini che vivono in quel luogo appare subito evidente all’osservatore esterno, che riesce ad avvicinarsi al pittore, mosca bianca in quel contesto

Il pittore Strauch ha abbandonato la città, dove non riusciva più a vivere neanche solo un secondo in più, per rifugiarsi lì, sulle montagne, dove tutto gela, soprattutto i pensieri e le emozioni. Strauch ha bruciato tutti i suoi quadri, reciso ogni legame con il resto dell’umanità, e i suoi giudizi sui personaggi che frequentano la locanda appaiono netti e taglienti. Ai suoi occhi, gli abitanti di Weng sono degli “anencefali”, l’ostessa è una collezionista di mutande maschili, lo scuoiatore è un essere non meno abietto di lei e gli altri sono dediti solo a gozzoviglie, privi di qualsiasi slancio spirituale. Eppure Strauch è anche attratto da questa gente, perché attraverso loro lui scopre anche l’abiezione che è in sé, quel freddo dentro inestirpabile che frantuma ogni tentativo di rapporti umani.

Bernhard, in questo suo romanzo, ancora non aveva affinato lo stile che i suoi lettori impareranno a conoscere in tutti i suoi capolavori successivi, quel flusso di parole che ammantano il lettore in un vortice dal quale è difficile divincolarsi, quei periodi lunghi carichi di riflessioni. In “Gelo” tutto ciò si palesa in altro modo, cioè tramite le sentenze del pittore Strauch, che sommerge il suo interlocutore, il giovane medico, a lui peraltro mai rivelatosi come tale, di considerazioni sull’esistenza e sulla sua fine sempre incombente.

Ben presto l’assistente medico, che avrebbe dovuto relazionare sulle condizioni di Strauch, si rende conto che per lui, ma probabilmente per ciascuno di noi, è impossibile penetrare in una mente come quella del pittore Strauch, e che da osservatore è divenuto osservato. Stabilire il confine tra follia e sanità mentale non gli appare per nulla semplice, e anche se si rende conto che Strauch enfatizza, spinge agli estremi taluni ragionamenti, non può non rilevarne la sua grandezza di spirito, specie al confronto con gli altri abitanti di quel luogo gelido e disperso.

Un libro che consiglio, con l’avvertenza, semmai, di starne alla larga se si attraversa un periodo di misantropia acuta. In tal caso, potreste rimanerne intrappolati, anzi ghiacciati.

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6 pensieri su ““Gelo” (Thomas Bernhard)

  1. un po’ impegnativo 😉

  2. Inagurai il mio blog proprio con un passaggio tratto da Gelo: http://autobiografiadelbludiprussia.wordpress.com/2011/03/14/hello-world/

  3. Pingback: “Goethe muore” (Thomas Bernhard) | Tra sottosuolo e sole

  4. Pingback: “Cemento” (Thomas Bernhard) | Tra sottosuolo e sole

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