Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il tennis come esperienza religiosa (David Foster Wallace)

 

“Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti, ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno? È il corpo che muore, in fin dei conti.

Certo, avere un corpo ha anche aspetti magnifici, è solo che coglierli e apprezzarli in tempo reale è molto più difficile. Al pari di certe rare epifanie parossistiche dei sensi (“come sono contento di avere gli occhi per vedere questo tramonto” eccetera) i grandi atleti sembrano catalizzare la nostra consapevolezza di quanto sia meraviglioso toccare e percepire, muoversi nello spazio, interagire con la materia. Vero è che gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose”.

(David Foster Wallace, “Federer come esperienza religiosa”)

“Il tennis come esperienza religiosa” racchiude due scritti di Wallace, redatti a distanza di dieci anni circa l’uno dall’altro. Chi conosce Wallace sa che il suo profondo rapporto ‘con la racchetta’ ha origine in una gioventù da tennista dilettante giunto alle soglie del professionismo ed evocato dal suo capolavoro, “Infinite jest”, ambientato in un’accademia di tennis, nonché da altri due saggi, contenuti in “Tennis, tv, trigonometria e tornado” e in “Considera l’aragosta”.

Quando era trasmesso quasi interamente “in chiaro”, seguivo il tennis in maniera assidua, poi ho lentamente perso interesse, anche se tuttora, quando capita (di rado), mi godo qualche incontro. Quindici – venti anni fa, però, ero molto più “dentro” la materia, il mio prediletto era Michael Chang, quello delle banane mangiate a bordo campo, e conosco gran parte degli atleti citati da Wallace nel primo dei due scritti, vale a dire “Democrazia e commercio agli US Open”. So, inoltre, chi è Roger Federer, da molti considerato il più grande tennista mai esistito (per quanto i paragoni di tal genere siano sempre opinabili, ma sul punto taccio perché non ho un’adeguata conoscenza della materia “tennis”). Per inciso, devo dire che un passaggio di “Roger Federer come esperienza religiosa” colpisce proprio la mia ignoranza in materia, allorché Wallace sottolinea come “il tennis in tv sta al tennis dal vivo più o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta”, invitando il lettore che non l’abbia mai fatto (cioè anche me) a vedere dal vivo una partita tra professionisti per accorgersi della differenza.

Come detto, io ho smesso, da un certo punto, anche di guardarlo assiduamente in tv, per cui questi saggi potevano essere lontani da me un universo, e invece l’abilità di Wallace sta proprio nel rendere interessante, accattivante, avvolgente, anche eventi lontani dal nostro vissuto quotidiano, infarcendoli di aneddoti, digressioni su altre questioni, riflessioni profonde ed esilaranti divagazioni che renderebbero attraente anche un reportage sul cenone pre-natalizio (e come effetto collaterale mi è quasi tornata la voglia di vedermi le partite di tennis).

Nel primo scritto, “Democrazia e commercio agli US open”, risalente al 1996, l’autore, in veste d’inviato della rivista “Tennis”, partendo dalla sua esperienza come spettatore dell’incontro tra Sampras e Philippoussis, racconta ciò che si muove attorno al campo da gioco, dagli spalti alle file per i panini agli stands o piuttosto le resse in biglietteria per accaparrarsi gli ultimi biglietti disponibili.

Il secondo, invece, è il resoconto della finale di Wimbledon del 2006, tra Federer e l’allora giovanissimo Nadal, che Wallace riesce a presentarci come uno scontro tra novelli Apollo e Dioniso, tra la “maestria clinica” di Federer e il “machismo” di Nadal. A parte qualche disquisizione di carattere tecnico su topspin, rovesci e “prime palle a 213 km/h” (nulla a che vedere con vorticosi giramenti causati da malesseri esistenziali, non abbiate timore), che possono risultare meno leggibili a chi non è dentro l’argomento, anche questo saggio si presenta godibile in virtù degli approfondimenti vari che Wallace si concede. Il fulcro è il tentativo di spiegare i cosiddetti “momenti Federer”, di “capire l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare”, e in questo senso l’autore, oltre a rimarcare l’importanza dell’allenamento quotidiano “nauseante” e del talento, si affida, certo in maniera divertita e divertente, a ragioni di carattere quasi metafisico, le sole che potrebbero spiegarci talenti quali Jordan per il basket, Maradona (e perché no, aggiungo io, Leo Messi attualmente, sia pure più “umano”, anzi “troppo umano”, considerate le sue difficoltà fisiche giovanili) per il calcio e appunto Federer per il tennis. Sull’ineffabilità di talune abilità dei fuoriclasse, Wallace, qui come altrove, analizza come per il campione sia impossibile esprimere a parole quello che compie sul campo, se non con il rischio di banalizzare ciò che non è banalizzabile. Del resto, Federer non ha bisogno di spiegare “come” colpire la palla, Federer “sa” come farlo. Per spiegarlo, occorre un occhio esterno, occorre una penna come quella di Wallace, un autore che ho scoperto tardi, ma di fronte al quale provo la stessa sensazione che lui (Wallace) provava di fronte a Federer. Ammirazione, e netta sensazione di trovarmi di fronte a un “momento Wallace”.

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